“Io ho speranza per tutto!” intervista con Bacir Gareche | Alessandro Rivera Magos
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Alessandro Rivera Magos   
“Io ho speranza per tutto!” intervista con Bacir Gareche | Alessandro Rivera Magos
Bachir (© A. Rivera Magos)
La voce di Bachir ha due suoni differenti. Quando canta è profonda e un po' velata, tesa e tagliente come una passione forte. Mentre parla invece corrisponde al suo sorriso e capisci che è una voce dolce e allegra, e come il suo sorriso è intima con chiunque. Sarà che quando canta lo fa in arabo, sua lingua madre, mentre il dialogo a casa sua suona in un italiano in cui si mescolano l'accento algerino e quello barese. Vive a Bari da vent'anni. L'effetto però è uno spaesamento che ti perde, fino a che non lo conosci e riconosci nella voce il suo canto.
Quando la sua voce ha cominciato a girare l'Italia era il 1999, l'anno in cui usciva in Puglia Nura , un album che ha venduto migliaia di copie, di un gruppo omonimo costituito da due baresi e da Bachir.

Bachir Gareche è nato in Algeria, ad Orano, e dall'età di otto anni ha cominciato a suonare la darbouka, girando poi il paese e l'Europa come musicista. Ha suonato con Belkassem Butelja quando il raï non era che tamburi e strumenti a fiato , e più tardi con le più importanti star di musica raï... Nei primi anni '90 però la guerra civile in Algeria cambia il clima nel paese e fare musica non è più lo stesso. Un clima pesante che Bachir vive in prima persona e descrive in maniera limpida.
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Partivi da casa tua per una serata e non sapevi se saresti tornato; il paese era diviso e gli spostamenti non erano facili, simili a quelli tra Palestina e Israele, soltanto che lì erano tutti algerini ”.

Bachir è costretto a partire per l'Italia, lasciando in Algeria la sua darbouka e insieme ad essa il suo passato d'artista per diventare uno strano immigrato, che cercava di passare il confine in treno perché si vergognava a farlo da clandestino e raccontava vanamente a tutti di essere un grande musicista. Tanto da esser preso per pazzo.

All'epoca frequentavo un bar chiamato Bar Mediterraneo. Era l'unico bar per stranieri; col tempo gli immigrati avevano cominciato a frequentarlo. Mi piaceva perchè era un pub
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Il suonatore di darbouka (© A. Rivera Magos)
come gli altri, ma frequentato sia da italiani che da stranieri. È in quel bar che ho cominciato a conoscere un po' di gente. Lì, tra un caffè o un bicchiere di vino da quattro soldi, la gente non riusciva a capire chi fossi, mi vedeva diverso. Mi chiedevano cosa facessi, quale lavoro. Io ero a disagio e rispondevo, “scusate ma io sarei un artista!” Avevo 23 anni, non parlavo bene italiano, nessuno credeva che fossi un percussionista, neanche i miei amici algerini
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Vive per un breve periodo a Modena poi si trasferisce a Bari. I primi anni fa ogni genere di lavoro, non conosce la lingua e non ha la sua darbouka, allora strumento sconosciuto in Italia.
Come musicista è costretto al silenzio. Fino a quando non trova in modo del tutto casuale una darbouka.

Al bar Mediterraneo veniva un libanese, Marouane, che era in Italia da tanti anni ed era sposato con una barese. Durante la sua luna di miele in Libano aveva comprato una darbouka a sua moglie, che però non la sapeva suonare, era stato un regalo da turista. Quando lui mi ha parlato di questa darbouka i miei occhi hanno iniziato a brillare. Una darbouka qui in Italia, non riuscivo a crederci! Non voleva vendermela ma alla fine l'ho avuta! Sua moglie ha capito .

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le sourire (© A. Rivera Magos)
Da quel momento comincia a farsi conoscere e a suonare nei locali della Bari dei primi anni '90, in cui il jazz e la nuova musica popolare fiorivano spesso in simbiosi l'uno con l'altro. In questo clima iniziavano i primi contatti con la musica africana e nord-africana. Gli immigrati cominciavano a portare la loro musica nei pub e timidamente in qualche piazza, negli ambienti di sinistra che strizzavano l'occhio a quell'esotico di casa nostra. Proprio in posti come il bar Mediterraneo o Storie del vecchio sud si incontravano studenti universitari, musicisti della scena barese e pugliese e immigrati, soprattutto senegalesi e maghrebini.
Dopo anni di gavetta suonando con diverse formazioni, di Bachir si comincia a conoscere il talento musicale, la sua voce è di nuovo quella della darbouka. E come aveva sempre fatto in Algeria, suona con i gruppi più importanti della scena etno-folk pugliese, X-Darawish, Rosapaeda, Faraualla, Opa Cupa, facendosi conoscere come percussionista di alto livello e facendo ricredere quelli che non riuscivano a immaginarselo musicista senza strumento e lo prendevano per pazzo.

Fino a quando nel 1999, insieme al chitarrista Davide Viterbo e al fisarmonicista Sisto Palombella crea un trio inedito per l'Italia, i Nura. Il gruppo ha qualcosa di nuovo e diverso. Bachir seleziona brani tradizionali che vengono dalla musica arabo-andalusa e algerina, e gli altri vi aggiungono il flamenco e sonorità che sono proprie della musica popolare del sud dell'Italia. In più Bachir si scopre cantante. É in questo momento che acquista la sua seconda voce. Gli serve per cantare una musica che non è più quella che suonava in Algeria e nella quale si fondono i nuovi accenti ascoltati negli anni in Italia. Bachir racconta.

All'inizio, non era nato come un progetto che volesse andare lontano. La mia idea era quella di suonare girando per i pub, come al solito. Poi mi sono accorto che la reazione del pubblico era entusiasta, la voce si spargeva sempre di più e con il passaparola siamo arrivati a fare 60 date solo il primo anno! Fino a quando Davide è venuto a parlarmi di una giovane etichetta barese, Sottosuono, con l'idea di fare un album. Alla fine abbiamo fatto il disco che è andato molto bene, si è venduto in tutta Europa .

Bachir è capitato in Italia quasi per caso, la meta naturale per uno come lui sarebbe stata la Francia. Forse in quel caso avrebbe avuto vita più facile... Gli chiedo cosa ne pensa.

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Bachir Gareche (© A. Rivera Magos)
Se fossi andato in Francia forse non avrei avuto gli stessi problemi. Lì ho tutti i miei amici artisti e fra loro gli artisti si aiutano. Qui in Italia è stata molto più dura, perchè non c'era la musica che facevo io, la musica araba o algerina. All'epoca in Italia la musica araba era una danzatrice del ventre che andava in TV.
Ma anche adesso è molto dura. Qui in Italia musicisti maghrebini a certi livelli che io sappia siamo solo in tre: io, Nureddine Fatty e Jamal Ouassini. Eppure anche così sembra che per noi non ci sia spazio. Quello che non mi piace è che devi sempre abbassare la testa, dire sempre di si. Accettare proposte che non vengono fatte agli italiani, combattere contro leggi che ti discriminano perchè straniero invece di valorizzarti e sottostare alle regole di un mercato che spesso è interessato solo ad usarci più che a darci degli spazi veri. Alle volte provi a dire di no, ma poi ti devi piegare. Nelle radio non abbiamo spazio, nella TV non abbiamo spazio. Quando ai miei concerti vengono algerini o maghrebini si meravigliano del fatto che io viva in Italia,, praticamente non ne hanno notizia.
Mi chiedo perchè nessuno qui parla di queste cose. Se si tratta di stranieri, non c'è mai nessuno che parli di cultura, che possa dire qualcosa. Fanno vedere quelli con le barbe lunghe, le donne con il velo, ma a noi non danno mai la parola.
Eppure mi accorgo nelle piazze che la gente è curiosa. In giro ho visto dall'anziano alla signora, dal giovane al bambino interessarsi alla mia musica. Basta far arrivare le cose alle orecchie delle persone. Questo è il mio punto di vista, e nessuno può togliermelo dalla testa! Le cose basta farle conoscere! Te lo dico, basta poco e la gente cambia! Io l'ho provato. Ho suonato in Calabria nei paesini più sperduti del mondo, dove la gente non sa cosa succede oltre quello che arriva da loro. Le piazze erano piene e la gente impazziva. Sai cosa propongo? Datemi tutte le piazze più disperate, datele tutte a me, però portate la TV! Date loro qualcosa di nuovo!
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“Io ho speranza per tutto!” intervista con Bacir Gareche | Alessandro Rivera Magos
Bachir Gareche (© A. Rivera Magos)
Dopo l'album con i Nura e dopo lo scioglimento del gruppo, Bachir Gareche è vissuto tra l'Emilia-Romagna e la Francia, portando avanti altri progetti che lui giudica meno importanti. Nel 2006 torna a Bari per dare vita al suo primo album personale, Bachir, uscito nel 2007.
È tornato in Puglia per realizzare un album su di sè, portando a termine un lavoro cominciato nel 2002. Ha riunito un gruppo di musicisti pugliesi con cui suona da anni e insieme ai quali il suo linguaggio musicale si è formato.
La musica che Bachir scrive continua a narrare la sua storia, in un album che si compone di influenze differenti: l'Algeria moderna con il raï, la musica Gnawa, popolare e berbera, quella arabo-andalusa, il flamenco spagnolo, e poi le armonie occidentali dell'Italia del sud e del jazz. Tutte queste differenze compongono qualcosa che suona bene. L'album è pieno di amici e ospiti che Bachir ha incontrato in questo percorso, tra i quali la cantante Rosapaeda, con la quale canta il brano Hanina.

Non si può dire che la mia musica sia tradizionale o popolare... è musica e basta. C'è un po' di tutto, il francese, il maghrebino, l'italiano, lo spagnolo... è mediterranea! Vedi, vivendo qui in Italia la mia musica è cambiata, in meglio però. Perchè in Algeria suonavo sempre la stessa musica e probabilmente avrei continuato a suonare sempre la stessa musica. Qui ho potuto aggiungere una mano diversa, una mano occidentale. Perchè la musica africana con la quale ero cresciuto ha dovuto incontrare quella occidentale, e poichè sono due linguaggi diversi, io ho dovuto impararli entrambi e fare in modo che dialogassero bene insieme. I musicisti con cui ho lavorato per esempio suonano le mie canzoni con qualcosa di occidentale, vi aggiungono qualcosa di nuovo. C'è tanta differenza e quindi c'è crescita. È un bel cambiamento!
Mi piace fare musica stando attento alle orecchie delle persone. Non voglio fare musica che disturbi la gente, aggressiva. Non dico noiosa, ma rotonda, armoniosa. Basta fare musica che non faccia male alla gente.
Adesso ti faccio ascoltare un brano del mio ultimo disco, che sta per uscire. È uno dei miei preferiti, si chiama Esperance, speranza.(sorriso)... e perchè speranza? Speranza! Tutti sperano, le cose cambiano! Io ho speranza per tutto!


Nel 2006 Bachir Gareche si è esibito ad Algeri come solista della World Youth Orchestra in rappresentanza del suo paese d'origine. L'orchestra è composta dai migliori allievi di università, accademie e conservatori dei cinque continenti ed è stata “Io ho speranza per tutto!” intervista con Bacir Gareche | Alessandro Rivera Magos nominata nel 2002 “UNICEF Ambassador” per la sua peculiarità di diffondere attraverso il linguaggio universale della musica un messaggio di dialogo e fratellanza fra i popoli.
Chissà perchè mi sembra inutile aggiungere informazioni del genere per spiegare chi sia Bachir Gareche. Forse perchè basta la sua voce. Anzi “le sue voci”, entrambe. Quella che canta una musica che si muove per il Mediteraneo, e l'altra che chiacchiera con me attorno a un tavolo e mi fa sentire a casa. Mi piacciono le voci di Bachir, mi portano dove le differenze non dividono ma moltiplicano.

Info: www.bachir.it

Alessandro Rivera Magos
(18/06/2008)