Il documentarista Hichem Ben Ammar e la passione per il reale | Tahar Chikhaoui
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Tahar Chikhaoui   
Il documentarista Hichem Ben Ammar e la passione per il reale | Tahar Chikhaoui Ti consideri membro di una comunità di documentaristi? Se sì, come la definisci: informale, istituzionale, stabile, poco sviluppata, in crescita?
In Tunisia siamo ancora in pochi a impegnarci nel settore del cinema documentario. I registi che si dedicano solo a questo genere si possono contare sulle dita di una mano. Possiamo rallegrarci dell’attività di giovani documentaristi come Karim Souaki, Lassaad Oueslati, Kamel Laaridh. Hanno tutti trent’anni e fanno parte della stessa generazione: riusciranno sicuramente ad avere rapporti solidali e a difendere gli interessi specifici dei documentaristi. L’esistenza di una comunità di documentaristi potrebbe suscitare un interesse, la voglia di fare documentari, e questo permetterebbe di aumentare la produzione e di creare un’alternativa a certi programmi televisivi. Spero proprio che la spinta verrà dal basso, dai giovani...

Pensi che si possa parlare, in Tunisia, di “storia del documentario”, una storia con fasi significative e figure emblematiche?
Il documentario in Tunisia è stato a lungo percepito come un film istituzionale, turistico o di propaganda, e nel migliore dei casi come film artistico. I film di Hammadi Essidi sui pittori Zoubeir Turki e Ammar Farhat, girati nei primi anni dell’indipendenza, erano giustamente destinati a promuovere il patrimonio culturale della giovane nazione tunisina. Da allora, documentario e museografia sono sempre andati di pari passo. Alcuni registi come Hmida Ben Ammar e Hafedh Bouassida hanno girato dei film su siti archeologici e monumenti storici rispettando alla lettera un piano di lavoro in cui si tolleravano solo alcune ricerche formali...Nello stesso periodo, Ahmed Harzallah procede ad un lavoro di sistematica archivistica in televisione, sviluppando una visione politicamente corretta delle arti popolari.
Alla fine degli anni sessanta Taïeb Louhichi e Sophie Ferchiou aprono la strada con film etnografici girati con pochissimi mezzi, per fare in modo che nuove nozioni vengano introdotte nel settore audiovisivo tunisino. Emerge l’urgenza e il bisogno di testimoniare per poter segnalare avvenimenti e registrare, in modo non ufficiale, la vita rurale e i valori civili. ll punto di vista dissidente dei sociologi e degli etnologi è stato ripreso dalla Federazione tunisina dei registi dilettanti, con lo scopo di criticare e contraddire il discorso statale e proporre un’alternativa al film politico, girato in super 8. Bisognerà aspettare lo sviluppo del digitale per assistere alla nascita di nuove esperienze indipendenti che associano ricerca estetica e valori civili.

In quanto documentarista usufruisci di una relativa libertà d’espressione?
I documentari di creazione tunisini non sono praticamente mai trasmessi dalla televisione tunisina, ovviamente!
Si vendono piuttosto male all'estero, e questo è un altro aspetto del problema. Hanno diritto soltanto a degli attestati di stima in alcuni festival. Personalmente, ho apprezzato la mia povertà il giorno in cui ho capito che la co-produzione internazionale di un documentario non avrebbe garantito in nessun caso la mia libertà creativa. Il diritto di vita e di morte sui progetti sono ormai tra le mani dei potenti commissioning editors che marcano ogni film con il sigillo della loro linea editoriale. Il risultato è che il margine di libertà è diventato, ovunque, estremamente ridotto. Paradossalmente, l'assenza di mercato e di spazio di diffusione possono essere considerati come una possibilità di realizzare dei film di creazione al di fuori di ogni formattazione e di ogni marketing. I costi di produzione in digitale sono ormai diventati accessibili, l'essenziale è fare esistere delle opere sperando che, con il tempo, potranno migliorare, come il buon vino.

Come ti collochi rispetto alle altre forme di creazione artistica prodotta nel paese e, in generale, nell'ambiente culturale locale?
L'approccio documentario mi permette di distinguere il mio lavoro da quello di una certa produzione audiovisiva “ufficiale”. Per questo ho più affinità, nel mio modo di lavorare, con gli artisti plastici o con gli scrittori piuttosto che con i registi e i professionisti dei media invischiati in contraddizioni inestricabili.

Vorresti avere un ruolo sociale o culturale in quanto documentarista? Se si, come lo vedi: reale o simbolico, palese o latente, promotore di dibattito pubblico o utile socialmente?
Il ruolo sociale è evidente! Ed è anche una responsabilità.

Come definisci il documentario in generale, ed in particolare dal punto di vista dell'obiettività, del “rispetto” dell'oggetto filmato (storia o personaggio)? E rispetto al paese?
Gli daresti, per via di questa specificità, una particolarità precisa, formale o tematica?

Il documentario suppone un'onestà intellettuale. È la coscienza di avere tra le mani uno strumento molto potente che ci conduce naturalmente a gestire l'economia della sua utilizzazione. Personalmente, faccio documentari per percepire la natura della mia relazione con la società, per sviluppare, coltivare ed intrattenere dei rapporti umani. Per condividere momenti forti, per scoprire la novità ed accettare di lasciarmi sorprendere. Le cose più interessanti, in un documentario, arrivano infatti dalla forza di un incontro, quando dopo lunghe interrogazioni, dubbi, si trova infine, e per puro caso, ciò che si cerca. Oppure si accetta ciò che ci viene offerto. Questo succede quando la spontaneità esplode con la potenza di un orgasmo e la cinepresa esprime meglio il suo ruolo erotico. È questa passione del reale, che va dalla fusione fino al distacco, che mi spinge a lavorare al mio ritmo per vivere poeticamente, passo dopo passo e fino alla fine, il vantaggio dell'iniziazione che ogni documentario prodotto rappresenta.

Secondo la tua esperienza personale, a cosa è interessato il pubblico tunisino? All’investigazione del reale o alla sua rappresentazione romanzata, adornata di dramma, di commedia? E come percepisce le immagini che proponi?
Il pubblico tunisino ne ha abbastanza dell’ipocrisia, degli stereotipi e delle falsità. Ogni immagine libera, sbrigliata, costituisce per lui una bella novità. L’adesione spettacolare del pubblico ad un festival come Doc a Tunisi ne è la prova. Secondo me, le immagini contengono un'energia, un potere. È questo che le rende attrattive. Io provo a captare i momenti in cui l'energia del tema filmato si coniuga alla mia e mostra così il mio rapporto con il mondo.
E questa singolarità, certo relativa, potrebbe, secondo me, avere il suo posto in un dibattito generale.

Come definiresti i tuoi temi preferiti, le tue preoccupazioni "ossessive"? Pensi che siano comuni alla tua generazione? Hai la stessa sensibilità o ti senti diverso nelle tue scelte?
Sono preoccupato dall'amnesia che colpisce la società in cui vivo. Mi sono quindi proposto, per dovere di memoria, di conservare tracce di un mondo che finisce pur mantenendo le mie radici nella cultura locale. Mi sentirei ringiovanire se arrivassi a considerare le cose in modo prospettico. Spero di trovare un giorno la forza di prendere il toro per le corna scegliendo non necessariamente dei temi molto rischiosi, ma assumendo semplicemente il pericolo che rappresenta qualsiasi progetto artistico.

Se dovessi definire le tue scelte estetiche e formali, come le definiresti?
Non mi considero un cineasta, dunque nessun vezzo, né dimostrazione di tecnicità, tanto più che i mezzi utilizzati sono rudimentali. Bresson diceva “dimentico che faccio un film” ed io agisco seguendo la logica del fatto compiuto, quando si supera il punto di non ritorno. Vado avanti, brancolo nel buio... Mi metto al servizio del tema che sto filmando. Imparo a rendermi totalmente disponibile. Mi pongo delle domande sul senso della generosità. Cerco di vivere in tutta coscienza ogni piccolo avvenimento che accade.
Imparo ad essere attento. La macchina da presa produce in ogni istante una sorta di alchimia. Le chiedo di andare all'essenziale, di afferrare ciò che accade al di là del visibile. Ho fiducia in lei e questo si impara! Scopro l'empatia e rispetto la vulnerabilità di coloro che accettano la violenza del gioco che propongo.

L'aggettivo “mediterraneo” applicato al documentario ha un senso per te? Si può parlare di documentario mediterraneo? Quali sarebbero le sue caratteristiche formali o tematiche?
Il Mediterraneo è un bacino, ed è chiuso come una trappola. L'ho capito fin troppo bene quando ho filmato i pescatori di tonno. Nel corso della storia gli scambi e le influenze nel Mediterraneo sono evidenti tanto quanto le differenze tra i popoli del litorale. Il nord ed il sud sono stati sempre antagonisti per via dei loro obiettivi di egemonia. L'idea di un Mediterraneo felice e pacifico fa parte di un immaginario falso che mi irrita. I documentari palestinesi, per esempio, potrebbero essere qualcosa di diverso da ciò che sono?

Pensi che il pubblico senta il bisogno di guardare dei documentari che trattano di argomenti legati al Mediterraneo?
Sì! Per avere un riferimento, capire la complessità e percepire meglio le identità mediterranee senza accettare il modo di pensare standardizzato che propongono oggi alcune ideologie tendenziose.


Filmografia:
Femmes dans un monde de foot , 1998, 30'
Cafichanta , 2000, 52'
Raïs Labhar , 2002, 45'
J'en ai vu des étoiles , 2007, 75'
Ramadan à Touba , 2008, 52'
Ken ya maken , (in fase di realizzazione) 2009

Tahar Chikhaoui
Traduzione dal francese Antonia Naim
(19/05/2009)


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