La fastidiosa questione della Palestina dal punto di vista delle sue cineaste  | festival Shashat, Naghm Kilani, Areej Abu Eid, Wadi Abu Hindi, cinema delle donne
La fastidiosa questione della Palestina dal punto di vista delle sue cineaste Stampa
Rabi‘ Mustafa   

La fastidiosa questione della Palestina dal punto di vista delle sue cineaste  | festival Shashat, Naghm Kilani, Areej Abu Eid, Wadi Abu Hindi, cinema delle donneDecima edizione del festival Shashat del cinema delle donne in Palestina: che cos’è il domani?

In una città di nome Nablus, c’è un campo che si chiama Balata, nel quale c’è un quartiere denominato az Zaghloul. Un avvocato di nome Mo’az, appassionato del suo lavoro, che sta proseguendo i suoi studi universitari, si sente estraneo fuori dal campo; quando racconta la sua decisione di sposarsi con una ragazza del campo, cita un vecchio detto: "mogli e buoi dei paesi tuoi”. A Nablus c’è anche una città vecchia. Saleh e Marah, che risiedono lì, parlano dell’attaccamento alle case da parte degli abitanti e del loro rifiuto di lasciarle anche solo per affittarle. Intorno a Nablus ci sono dei paesini; fra questi, la città vecchia e il campo ci sono delle barriere artificiali che portano, ad esempio, la gente della città vecchia a disapprovare ogni matrimonio al di fuori di essa, oppure alcune persone del campo a guardare come nemici i componenti dell’Autorità. Questi sono gli ambienti del film “Mawtini” (la mia patria) di Naghm Kilani che lancia un interrogativo sul significato di appartenenza alla patria, nel bel mezzo di una frammentazione di appartenenze dentro Nablus, che in questo non si distingue dal resto delle città palestinesi. Parliamo di uno dei quattro film proposti dalla fondazione Shashat (schermi) per la decima edizione del festival del cinema delle donne in Palestina intitolata “Che cos’è il domani?” dal 12 novembre all’11 dicembre. I quattro film verranno proiettati e discussi 90 volte nell’arco di un mese, in 17 città, due campi profughi e una scuola tra Cisgiordania e striscia di Gaza. L’evento d’apertura è avvenuto in contemporanea a Ramallah e a Gaza, per seguire il desiderio degli organizzatori di "unire le due parti del paese in una visione cinematografica che non sia divisa da confini politici o geografici."

Gli altri tre film sono "Saif har jiddan" (un’estate molto calda), di Areej Abu Eid, "Grafiti" (graffiti) di Fida Nasr e "Salha" di Lana Hijazi e Yousef Atwa, che, insieme a "Mawtini", parlano in sostanza delle questioni più delicate e respinte nella realtà palestinese, viste dalla prospettiva delle persone che le vivono, ed annoverano la presenza di donne sia nella regia che nel montaggio. Il film "Saif har jiddan" racconta in maniera molto toccante una storia durante l’attacco a Gaza del 2014 che ha come protagonista la sorella della regista e la sua famiglia, mentre il film "Grafiti", partendo dalle parole su un muro di Hebron rivolte a "Raid" narra la storia dell’uccisione di Raid Jaradat durante l’intifada dei coltelli, connotandola con una forte suspense che si risolve solo nell’ultima scena.

“O bel sposo/ ho amato tutto in te Raid/ mi basta guardare il tuo sorriso che amo e torno a casa contenta / rimanevo a guardarti dal tanto amore per te/ perché mi hai lasciato e te ne sei andato Raid?/ perché te ne sei andato con un'altra?/ mi pento di non averti dichiarato il mio amore e non esser venuta a parlare con te/ da adesso voglio vedere il suo sorriso/ e riavere la mia anima”

L’ultimo film "Salha" parla della vita nei paesini del Negev costantemente minacciati dalle demolizioni e degli sgomberi, attraverso la storia di Salha Hamdeen, di Wadi Abu Hindi, vincitrice del premio internazionale H. C. Andersen Baia delle Favole nel 2012, dedicato alle fiabe di fantasia (1200 il numero di favole in competizione da tutte le parti del mondo). Nel film, ricco di belle immagini, lei parla del suo amore per il paese e il suo rifiuto a lasciarlo, stesso tema della divertente fiaba "Hantush".

L’utilizzo di storie individuali per parlare di questioni comuni è ricorrente in molti documentari, ma la peculiarità dei film proposti quest’anno da Shashat è che nel farlo hanno raggiunto la perfezione. Questo è senza dubbio ciò che ha consentito il proseguimento senza interruzione del festival per dieci anni, fino a diventare tra i più longevi festival cinematografici palestinesi e del cinema delle donne nel mondo arabo.

Anche l’espressione "cinema delle donne" viene ridefinita. I quattro film non raccontano di specifiche questioni legate alle donne, piuttosto affermano tutti che le donne possiedono un punto di vista su ogni cosa e possono esprimerlo in una forma particolare. Fortunato chi sarà presente a uno dei 90 spettacoli!

 


 

 

Rabi‘ Mustafa

 

Traduzione dall’arabo di Lea Martinoli

Link all’originale http://arabi.assafir.com/Article/1/5557