«La musica è energia pura che mi fa piangere, adirare e gioire» | Hiba Zuabi
«La musica è energia pura che mi fa piangere, adirare e gioire» Stampa
Hiba Zuabi   
«La musica è energia pura che mi fa piangere, adirare e gioire» | Hiba ZuabiHa girato numerosi paesi del mondo con i gruppi “Homayun” e “Nawa Athar” che, oltre al ritmo, al qanun e al liuto, sono vissuti grazie alla sua commovente voce che ha cantato la tradizione e il folclore palestinese attraverso il genere delle muwashahat [tipo di componimento poetico di origine arabo-andalusa, N.d.T.]e del monologo.
Sana’ Musa è una persona modesta ed estremamente sensibile che ha un delicato senso artistico. La voce armoniosa si libra trasparente a toccare i cuori. Le sue melodie, intrecciandosi armoniosamente con il pulsare della terra, ci portano ad un tempo passato indefinito, a pensare alla terra perduta.

Sana’ è cresciuta in una casa che ha grandemente amato la musica che sin da piccola sentiva riecheggiare in ogni suo angolo. Figlia dell’artista ‘Ali Musa, nata nel villaggio di Dayr al-Asad tra le montagne della Galilea, nel nord della Palestina, ha iniziato il suo percorso artistico nel 2003 con una orchestra gerosolimitana e l’orchestra delle arti popolari palestinesi. Nel 2008 è stata tra le promotrici del festival intitolato “Omaggio alla tua resistenza” con un gruppo di ragazze i cui introiti sono stati devoluti alle prigioniere palestinesi nel carcere di al-Sharon. Ultimamente ha registrato la colonna sonora di un film diretto dalla regista palestinese Najwa Najjar e ha partecipato con la sua voce a un documentario sul muro di separazione prodotto per Aljazeera, diretto dal tunisino Iliyas Bakkar la cui colonna sonora è stata realizzata dal musicista palestinese Bishara al-Khall. Attualmente, sta quasi per terminare il suo dottorato in neurologia in un’università ebraica. Nella scienza e nella musica ha trovato una particolare filosofia di vita attraverso cui riesce a mettersi sempre alla prova.

Babelmed ha avuto il piacere di intervistarla.

Sana’, come sei stata attratta dal mondo della musica?
La musica ha grande effetto su di me. Può suscitare nel mio animo sentimenti estremi che vanno dalla gioia all’ira. Mi fa piangere, adirare e gioire. Ricordo che il mio primo contatto con la musica è avvenuto attraverso la ninnananna che mia nonna mi cantava quando, a tre anni, andavamo a trovarla al tramonto. Una visita quotidiana, questa, che nella mia mente si legava alla voce del muezzin che richiamava alla preghiera a quell’ora. Mia nonna ci cantava queste ninnananne per farci addormentare ma io, in realtà, restavo sveglia ad ascoltarne la voce. A colpirmi anche molto, nella mia infanzia, era la recitazione che mio padre faceva del Corano nelle prime ore dell’alba. Sono cresciuta in una casa in cui ogni angolo sprigionava musica a tutte le ore del giorno e della notte. La mia casa era come un laboratorio continuo.

«La musica è energia pura che mi fa piangere, adirare e gioire» | Hiba Zuabi

Ci puoi parlare della tua esperienza artistica con “Homayun” e “Nawa Athar”?
“Homayun” è una parola persiana che significa “benedetto” ed è il nome di un tipo di maqam [sistema di armonici, N.d.T.] usato nella musica orientale. Abbiamo vissuto un’esperienza artistica unica ed emozionante. Il gruppo era composto da Yusif Hbesh (melodia), Nizar Ruhana (liuto) e io (voce). C’era un’interazione, una dinamicità e persino una leale contrapposizione tra i membri del gruppo. A volte discutevamo per una o due ore su un pezzo particolare. Ognuno di noi aveva la sua propria personalità musicale che lo contraddistingueva dagli altri: Nizar Ruhana era l’impegno e l’autenticità, Yusif Hbesh aveva portato profondità e plasticità. Abbiamo proposto diversi generi musicali e abbiamo utilizzato il grande archivio del centro artistico di Ramallah. Abbiamo rappresentato la Palestina in numerosi festival mondiali come il “Festival della voce femminile” in Belgio e altri festival in Marocco, Francia, Svizzera, Olanda e Spagna. L’esperienza è terminata sei mesi fa per motivi tecnici. Abbiamo fondato “Nawa Athar” nel 2008, nome anch’esso legato ad un altro maqam orientale che è raramente utilizzato. Il gruppo è composto da Yusif Hbesh (ritmo), Muhammad Musa (liuto) e Lu’ay Khlef (liuto). Abbiamo fatto spettacoli in tanti paesi tra cui Marocco e Spagna.

Quali generi musicali interpretate nei vostri spettacoli?
In particolare il folclore: alcune muwashahat e forse, più importante, i monologhi da me cantati che rappresentano una matrice musicale teatrale sognante che esprime, come se scorresse in un flusso, il proprio sentire profondo. Credo che sia anche espressione di schiettezza, trasparenza, romanticismo. È una melodia che non si ripete mai e che continuamente sorprende. Ho cantato monologhi di al-Qasabji e di Umm Kulthum come “Albak ghadar bi” (“Tradita dal tuo cuore”) e “Fen el-Uyun” (“Gli occhi tuoi dove sono?”).

Quanto è importante la tradizione musicale palestinese in quanto componente della vita palestinese? E come si lega a te personalmente?

Il folclore occupa un grande spazio nella mia vita. Ne sono imbevuta grazie a mia nonna, a mia madre e a tutte le donne anziane che sono presenti nella mia vita. Grazie all’archivio della Compagnia di arti popolari palestinesi stiamo cercando di mettere insieme canzoni provenienti dalle varie regioni palestinesi come la costa, la Galilea, il Triangolo e la Cisgiordania. Attualmente stiamo tentando di predisporre alcune composizioni del sud. Il mosaico palestinese è estremamente interessante. C’è diversità di dialetti e di contenuti. Ogni regione ha il suo proprio carattere che lo contraddistingue dalle altre. Cerco di capire e di approfondire la tradizione palestinese che per me è un caleidoscopio di immagini: sincerità e schiettezza, enfasi ed estrema considerazione dell’animo e dell’altro. Il folclore è in grado di toccare temi diversi come l’amore e la gelosia, la vita e la morte. C’è una serie di canti funebri che vengono intonati in maniera corale e che riescono a strappare le lacrime alle vedove. In sé, questi canti fanno parte di una terapia contro la scomparsa di un congiunto che ti spinge ad affrontare il dolore e a non negare la realtà, una terapia che è messa in atto dal gruppo per il singolo individuo. Il nostro patrimonio cantato e narrato è il nostro specchio che ci aiuta a capire la nostra identità e a capire la nostra psicologia. Esso è latore di una filosofia profonda e di una terapia per numerose questioni sociali quotidiane. La magia del folclore nasce dalla sua semplicità che, tuttavia, può sorprenderti con un’inattesa complessità.

Come avete interpretato il folclore palestinese? Fino a quando continuerete a metterlo in scena?
La musica orientale ha le sue leggi. Eppure la maniera di realizzarla può differire da un genere ad un altro. Io credo che la musica sia come una materia prima: può essere plasmata secondo dei limiti. La nostra musica può non piacere a tutti ma noi abbiamo il nostro pubblico che ama ascoltarci. Non sono a favore della modernizzazione delle canzoni perché fa perdere loro l’identità. I miei lavori preservano lo spirito della canzone e non importa se questa piace o no all’orientalista o all’occidentale, a me che appartengo ad un popolo a cui costoro hanno rubato la patria. La nostra tradizione è la nostra voce. Essa è parte integrante della nostra identità culturale e ognuno di noi è tenuto a trasmetterla seriamente. Non so fino a quando posso continuare a mettere in scena questo patrimonio ma sono certa che bisogna farlo. La tradizione è una tappa importante e influente della mia vita. Sto anche preparando lavori nuovi. Stiamo discutendo di musicare delle poesie.

«La musica è energia pura che mi fa piangere, adirare e gioire» | Hiba Zuabi

Come si conciliano la musica e la neurologia?
Sono entrambe filosofie governate da leggi particolari. Nei due campi cerco di mettermi alla prova. Nella ricerca scientifica cerco di capire il collegamento tra i vari sistemi e il modo in cui si armonizzano. E lo stesso succede per la musica. La ricerca e l’analisi del contenuto esiste in ogni campo del sapere. I musicisti in passato hanno conciliato la scienza con la musica. Erano medici, fisici, filosofi e musicisti a partire da al-Farabi fino ad Ahmad Sabri al-Najridi, medico e compositore. Questa ricerca è uno stile di vita che mi costringe a interrogarmi continuamente e a cercare delle risposte, ovunque esse siano.

Perché la musica è un linguaggio che facilita dialogare? Come fai a trasmettere questo messaggio?
Attraverso la musica stessa si può ricevere e inviare un messaggio. Non è detto che questo messaggio debba essere diretto o contenere parole complesse. Basta raccontare di un bisogno umano e così il messaggio arriverà rapidissimo agli ascoltatori. Per esempio, la canzone “Haddi ya bahr haddi” (“Piano, mare”) parla del diritto al ritorno e attraverso di essa il poeta Abu ‘Arab tratteggia la propria nostalgia per i suoi cari, per i limoneti e gli ulivi della sua terra. Una canzone così influisce sul nostro stato d’animo più di uno slogan diretto. Credo che l’arte sia un linguaggio speciale.

La musica straniera ti emoziona?
La musica straniera è un bellissimo mosaico colorato. È un libro da ascoltare e dal quale scoprire l’altro. Amo molti generi e in particolari i classici. Mi colpiscono profondamente la musica iraniana e quella classica indiana.

Come influisce il pubblico sull’interpretazione di un artista?
Attraverso l’incontro con il suo pubblico l’artista assorbe, inconsciamente, un’energia potentissima che lo alimenta e lo aiuta a continuare. Si apre e condivide con esso le sue emozioni. È difficile ingannarsi perché anche il pubblico condivide con te il proprio sentire, le proprie passioni, gli sguardi, le lacrime. Ancora ora, alcune reazioni di cui sono stata testimone dopo gli spettacoli le ho ancora fisse in mente.

Ci sono esperienze artistiche particolari di cui vuoi parlare?
Ho registrato la colonna sonora di un documentario di Aljazeera sui bambini palestinesi e sull’effetto che ha su di loro il muro di separazione. È stata un’esperienza speciale attraverso cui ho avuto modo di entrare in contatto con il regista tunisino Ilias Bakkar e il musicista Bishara al-Khall. Ognuno di noi proveniva da un luogo diverso, geograficamente e musicalmente. Ilias proveniva da una famiglia sufi tunisina mentre Bishara è un musicista estremamente sensibile specializzato in musica occidentale. Insieme abbiamo potuto interpretare, rinnovate, alcune canzoni della tradizione palestinese.




Hiba Zu‘abi
traduzione dall’arabo di Marco Hamam
(19/12/2008)

parole-chiave: