La flottiglia dell’arte a Gaza | Karl Schembri
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Karl Schembri   
Un video festival internazionale di film d'arte sembra un evento difficilmente realizzabile nella Gaza sotto assedio che conosciamo. Ma grazie a internet e alla perseveranza di un gruppo di artisti si sta il sogno si sta realizzando e l’isolamento si sta allentando.
"Si pensa che un modo per disfarsi delle limitazioni sia importare medicine o altro," dice Bael El Maquosi, uno dei fondatori di Windows of Gaza (Le Finestre di Gaza), un gruppo di giovani artisti impegnati a collegare la Striscia con il resto del mondo. “Crediamo di poter fare la stessa cosa con l’arte. Sappiamo che non è vitale per la gente come per esempio il cibo, ma di certo è importante a livello ideologico”.

Le numerose presenze al festival di video arte del giugno scorso sembrano confermarlo. Certo, non c’erano le code interminabili che si formano per una razione di cibo, ma si è riscontrata un’affluenza di tutto rispetto, affamata sì, ma stavolta di cibo per l’anima.
“Abbiamo organizzato questo festival per aprire le porte di Gaza al mondo esterno e per dare la possibilità ai suoi residenti di ammirare l’arte contemporanea”, afferma Majed Shala, uno dei fondatori e organizzatori dell’evento. È praticamente impossibile portare opere d’arte in Egitto e l’aiuto umanitario è sempre limitato, Israele impone il blocco totale dello spostamento di beni e persone, e così gli artisti hanno deciso che, piuttosto che esporre le opere d’arte in formato fotografico ingrandito e stampato, l’arte in video poteva essere la soluzione più efficace per mantenere l’originalità di ogni opera.

“Cerchiamo di portare l’arte a Gaza, ma è molto difficile: quando si stampa la copia di un’opera non si ha lo stesso effetto. Con internet, invece, possiamo ricevere film e proiettarli qua”, dice Shala. “Abbiamo coinvolto molti artisti di fama mondiale chiedendo di inviarci le loro opere, c’è stata un’enorme partecipazione”.
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Majed Shala
Per realizzare questo progetto gli organizzatori hanno invitato artisti di tutto il mondo a spedire il loro materiale via email. Hanno ricevuto circa 80 film da 30 paesi diversi. Ne sono stati selezionati 40 da proiettare a Gaza e in Cisgiordania.

“Uno degli obiettivi principali del festival è superare i confini, ma non volevamo video solo su questo tema” rivela Shareef Sarhan, artista e organizzatore. “Eravamo pronti a ricevere video su qualsiasi argomento. Il fatto che tutto questo arrivi a Gaza arricchisce le prospettive degli artisti che vivono qui e mostra nuovi punti di vista sull’arte alla gente comune”.
Il festival si è svolto a Gaza City in una vecchia casa che Windows of Gaza ha recentemente ristrutturato e trasformato in uno studio e galleria d’arte. Proprio quando stava per cominciare la proiezione del primo film è andata via l’elettricità, cosa normale qui, ma grazie a un generatore portatile si è riacceso lo schermo anche se con un fastidioso rumore in fondo.
Anche l’arte subisce degli stessi problemi degli altri settori in questo clima d’assedio. La pittura e gli altri materiali necessari per realizzare le opere scarseggiano o sono di cattiva qualità e molto cari.
“Siamo costretti a dipendere da quello che ci viene inviato tramite i tunnel dall’Egitto”, dice Sarhan “a volte dobbiamo chiedere alle persone che entrano da Gerusalemme o da Ramallah di portare dei prodotti con loro. Ho alcuni amici che lavorano all’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione, ma purtroppo non tutti hanno questa fortuna. Qui nessuno può vivere di arte, così abbiamo tutti un altro lavoro. Non solo non ci sono i materiali, ma non ci sono neanche luoghi per esporre. In tutto ci saranno solo tre posti adatti”.
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Shareef Sarhan
“L’idea di questo progetto nasce dall’estremo bisogno a Gaza di creare un cornice culturale per i palestinesi, testimoni di un declino della scena intellettuale negli ultimi anni”.
Nemmeno Hamas, al governo a Gaza, fa qualcosa a riguardo. Il movimento islamista rimane perlopiù indifferente, come sempre d’altro canto quando non si tratta di eventi direttamente legati alla religione o alla politica.
La flottiglia dell’arte a Gaza | Karl Schembri“Non sono un attivista politico, e non collaboro con il Ministero della cultura, non siamo nemmeno in contatto!”, dichiara Sarhan, che in passato ha partecipato a molte mostre all’estero. “Con loro non ci sono problemi. Il governo si interessa all’arte. A volte organizza delle attività che vengono definite culturali ma non si tratta di arte. Non siamo sulla stessa lunghezza d’onda… probabilmente non si saranno neanche compiaciuti della partecipazione femminile a questo festival”.
Come tutti gli altri palestinesi, anche gli artisti rimangono rinchiusi nella Striscia e sono vittime del progressivo deterioramento politico, economico, culturale e sociale.

La flottiglia dell’arte a Gaza | Karl SchembriNel 2007 Shala è uscito da Gaza per l’ultima volta, esattamente tre giorni prima dell’arrivo di Hamas da cui derivò il blocco totale. “L’anno scorso avevo programmato quattro trasferte all’estero in occasione di alcune mostre in Italia, Francia, Egitto e Giordania ma non mi hanno mai dato il permesso. Un artista ha bisogno di indipendenza, della libertà di girovagare per conoscere e visitare territori sconosciuti e incontrare nuova gente. Per questo i contatti che stiamo stabilendo ora sono essenziali per noi. Se non fosse stato per internet, questo isolamento ci avrebbe completamente tagliato fuori dal resto del mondo e non avremmo la minima idea di quello che fanno i nostri colleghi all’estero. Speriamo che un giorno potremo anche ospitare gli artisti”.


Karl Schembri
Traduzione dall'inglese di Barbara Tresca
(2010)


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