Pittori italiani a Tunisi

Pittori italiani a TunisiQuesta esposizione è il frutto di una collaborazione tra il Ministero della Cultura, il Centro culturale Dante Alighieri, la Fondazione Orestiadi e la rivista “Il Corriere di Tunisi”, che per l'occasione pubblica un numero speciale approfondito e riccamente illustrato dove si possono trovare dei testi di Silvia Finzi.
L'esposizione si intitola “Pittori italiani a Tunisi”, ed è un florilegio di tavole vibranti di una nostalgia pudica, che non dice il suo oggetto e che potrebbe essere rappresentato da questa stupefacente tavola di Nello Levy (1921-1992), tavola tutta in blu pastello che associa astrazione geometrica e souvenirs delle cupole della città. È la città astratta o un'astrazione resa abitabile.
Un piacere quello di percorrere un'antologia che va dalla fine del XIX secolo fino ai nostri giorni, che è anche un ripercorrere la storia attraverso le opere di quaranta pittori che hanno vissuto in Tunisia.
L'artista più atteso di questa mostra è Moses Levy. Personalmente, sono meno sensibile ai suoi ritratti che ai suoi paesaggi, dove si mescolano ispirazione toscana e tunisina, creando una sorta di no man’s land artistica, che è tanto tunisina quanto italiana. Penso, per esempio, all'olio su compensato intitolato “Le Bagnanti”: tre bionde nude e pudiche, tre ninfe di un biondo assoluto spogliate dal desiderio.
I pittori italiani hanno dato un forte contributo alla storia della pittura tunisina. Hanno preso parte a tutti i movimenti che l'hanno attraversata, dalla scuola di Tunisi (1949) con Antonio Corpora e Moses Levy, fino al Gruppo dei sei neglia nni '60, che intendeva rompere con l'accademismo dominante. Questi pittori contribuirono non solamente alla storia delle arti visive di questo paese, ma alla sua storia in generale, fissandone le immagini: ritratti della famiglia del bey o scene di battaglie come quella illustrata da Luigi Calligaris. Un pittore di cui bisogna ricordare l'erudizione: a lui si devono un dizionario bilingue “Al Rafîq fî Kul Tarîq” (Torino 1864-70) e una biografia di Napoleone I in arabo “Kitâb Sîret nabulyûn al-awa” (Parigi 1856).
Questa pittura non è il risultato di alcun prisma deformante, piuttosto emana un'adesione totale alla cultura del paese. Questi pittori hanno saputo vedere e far vedere il paese scevro da qualsiasi esotismo. Essi non sono stati stranieri, ma un'altra parte della nostra identità. C'è qualcosa che accomuna le opere di questi uomini e donne sbarcati quando le migrazioni si facevano nell'altro senso.
Pittori italiani a TunisiSe non c'è esotismo in questa pittura, è perché la vita vi è presente in maniera profondamente autentica. Non vi si trova alcuna immagine sclerotizzata, ma tutto è dato da un'adesione totale alla vita. Comme nella tela di Guido Bonetto “Strada di Kairouan” o “I moli della Goulette” dalle “bleuités” (Rimbaud) oniriche di Dominico Angello. Ma il mio museo immaginario si è nutrito soprattutto delle opere di Michele Dell’Olio (nato nel 1948). La sua tela “Casa bianca” mi fa pensare a Hopper, per le sue colonnate e i suoi colori, può darsi anche per l'architetturà art-déco che egli ama riprodurre. Qui il blu delle finestre e delle porte è lo stesso del cielo. In Dell’Olio non ci sono cesure tra il dentro e il fuori. Ripenso spesso al collage e acrilico che rappresenta rotondità femminili, la dolcezza del bell'incarnato e della generosità delle forme. Ma la tela che porterei con me è “L’Attesa”, e che chiamerei la distanza: un giovane aspetta il suo amore. Ella è vicinissima e lontana. Una tela che invita a una lettura semiologica che io tento altrove: jalelelgharbipoesie.blogspot.com



Jalel El Garbi
Traduzione di Alessandro Rivera Magos
(10/10/2008)


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