Come si muove l’arte nel futuro?

“Vieni a vedere come si muove il futuro” è l’invito programmatico della presente edizione del Festival Romaeuropa che festeggia, alla grande, 25 anni di attività spesa a promuovere e diffondere la produzione artistica contemporanea. A Monique Veaute, Vice Presidente Operativo del Festival, con alle spalle fra l’altro anche la direzione di Palazzo Grassi e più in là nel tempo una “mitica” collaborazione con Jack Lang, ho chiesto di raccontare la sua formazione e, per seguire il suo esempio, quale strada dovrebbero intraprendere i giovani che vogliano occuparsi di gestione della cultura nel nostro paese.
Come si muove l’arte nel futuro?
Le domande e curiosità sono molte: come si muove il futuro di coloro che domani concorreranno alla produzione, all’organizzazione, alla comunicazione degli ambiti teatrali, musicali, performativi? Quali capacità vanno stimolate? Quali percorsi avviare? Cosa tralasciare e in cosa impegnarsi?
“La mia formazione si è svolta su due livelli ed entrambi sono stati fondamentali: da un lato gli studi e i miei sono stati di Filosofia e di Economia e dall’altro la gavetta” , esordisce Monique Veaute. Questo vocabolo, “gavetta”, così evocativo di lavoro sottopagato, di baldanza giovanile, di entusiasmo, di speranza, di dedizione, di frustrazione, insomma in una parola di ‘precariato’, non suscita oramai connotazioni attraenti. Ma qui ‘gavetta’ è pronunciato con sonorità francese e nella sua risonanza lievemente nasale sta la differenza. Qui gavetta è sinonimo non di quel tristissimo precariato, angustia e asfissia morale di un’intera generazione, ma di ricchezza dell’apprendimento, di trasmissione da maestro a discepolo, di rinascimentale bottega d’arte.

Come si muove l’arte nel futuro?
Monique Veaute
Secondo Monique Veaute “gli italiani che lavorano in questo settore hanno in genere una fantastica preparazione a livello culturale, intellettuale nell’ambito della storia dell’arte, della storia del teatro ecc. Ciò che manca loro è spesso una uguale competenza in campo economico. Questo aspetto è strategico per due ragioni. La prima è che bisogna essere in grado di lavorare con il budget che si ha a disposizione, per evitare castelli in aria e desideri che tutti abbiamo, ma che possono essere irraggiungibili e la seconda è che è necessario capire cosa comporti in cifre fare un film, fare una mostra, fare uno spettacolo. Noi a Romaeuropa – spiega - abbiamo formato tantissimi giovani, che poi magari dopo qualche tempo ci lasciano e trovano altre strade, cosa di cui siamo molto fieri. Da noi apprendono sia aspetti organizzativi, sia amministrativi; per esempio imparano a fare un contratto”.

C’è insomma un anello mancante nella catena che va dall’artista, alla realizzazione finale del prodotto, quasi si trattasse di due tipologia mentali, di due rette che corrono parallele e non si incontrano che in un’ipotetico infinito. Coloro che hanno in Italia un’eccellente formazione culturale sono digiuni di capacità gestionali e coloro che dovrebbero svolgere mansioni manageriali a livello pubblico, oggi tanto di moda, sono spesso privi di comprensione dell’oggetto d’arte che dovrebbero valorizzare. Tanto più se si tratta di un’opera d’arte vivente, cioè del danzatore, del musicista, dell’attore, del cantante, la cui attività ha carattere effimero e impone parametri diversi. Ma tutto sembra chiaro nel pensiero di Monique Veaute, che proviene da un paese dove la cultura ha sempre ricevuto solerti attenzioni dallo Stato. “L’artista viene prima di tutto ed è per questo che il manager culturale deve possedere qualità umane di sensibilità e duttilità adatte a incanalare e accompagnare il processo creativo. Inoltre deve essere capace di lavorare in équipe e non in conflitto. Le istituzioni simili a quelle italiane in città come Parigi, Berlino, Londra si trovano spesso a entrare in alleanza per affrontare meglio le contingenze che possono essere risolte anche con la diversificazione degli ambiti. Pur credendo che una moderata concorrenza sia salutare, lavorare insieme invece che ‘contro’ è auspicabile”.

Ho una curiosità: ha notato un’evoluzione nel pubblico e nella stessa percezione del festival da parte della città di Roma?
“Il pubblico si è molto ringiovanito rispetto agli inizi a Villa Medici, anche perché la nostra politica è stata quella di prestare attenzione al nuovo, al contemporaneo di cui siamo stati un po’ i promotori. Ultimamente sento un fermento, che certo non dipende solo da Romaeuropa e mi pare che Roma stia tornando a essere la Roma degli anni Sessanta, che le cose si stiano finalmente muovendo anche qui”.
Vogliamo crederle.

Paola Bertolone
(12/10/2010)

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