Moni Ovadia e “L’esilio dal leggio”

Moni Ovadia e “L’esilio dal leggio”Un fantasma illustre della scena novecentesca si aggira in questi giorni ad Alessandria e si è momentaneamente installato nel piccolo auditorium di una scuola elementare della città: è Tadeusz Kantor. Nel suo nome, in nome cioè del suo magistero, si sta svolgendo il laboratorio L’esilio dal leggio tenuto dai visiting professors Moni Ovadia e Roman Siwulak, uno degli attori storici di Kantor che da tempo è stato cooptato nella compagnia di Moni Ovadia. I partecipanti sono allievi del conservatorio Antonio Vivaldi, dove insegna arti sceniche il regista Luca Valentino, promotore dell’iniziativa volta alla formazione del musicista come interprete di teatro, che ha il sostegno della Regione Piemonte.
Cosa possono trovare degli allievi di un conservatorio in un laboratorio teatrale ispirato allo spettacolo più famoso del maestro polacco, quella Classe morta che continua pervicacemente a vivere nella memoria di chi l’ha visto e di cui faceva parte Roman Siwulak? Quale idea di teatro sostiene uno stage dal titolo L’esilio dal leggio ? Certo i confini della musica e della scena si sono più volte lambiti e il Novecento è denso di esempi di teatro musicale, ma cosa caratterizza la direzione del laboratorio di Alessandria (perché si tratta di una precisa direzione)?
“Non definirei quello che faccio teatro musicale, ma piuttosto teatro con i musicisti. – risponde Moni Ovadia, spiegando poi molto in dettaglio il suo modo di operare, la sua creatività.
“Tutto nasce dal fatto che non sono mai stato convinto dal teatro di prosa in senso classico e nemmeno dal teatro musicale di tipo operistico, dove spesso i cantanti non sanno recitare, soprattutto in Italia. Sono invece sempre stato coinvolto dalle forme che non rientrano nei generi codificati: Kantor appunto, che proveniva dalle arti visive, Eugenio Barba, un certo Peter Brook, Carmelo Bene e la sua phoné, Pina Bausch. Data la mia provenienza, ho trovato nel musicista quella presenza che mi serviva a costruire attorno alla musica una forma di teatro. Una rappresentazione è una costruzione di un arco narrativo, rituale, espressivo in cui chi agisce sul palcoscenico ha una valenza drammaturgica: il suo essere in scena è evento. Solitamente la presenza del musicista in scena è invece funzionale o strumentale, cioè il musicista sale sul palcoscenico, suona e per assurdo potrebbe essere anche non visto, il suo scopo è comunicare la musica. Il musicista che ho in mente io è qualcuno che in scena si prepara a compiere un atto significativo dal punto di vista drammaturgico. Ad esempio nel mio spettacolo Dibbuk si trattava di una drammaturgia rituale, invece in Mama, mame, mamele, mamma, mamà c’era una contaminazione dei temi in cui un’orchestra di orfani rappresentava i propri vizi, le proprie confessioni, i propri smarrimenti; c’era uno scontro fra i generi lirico, grottesco, satirico, tragico. In verità una definizione sintetica ancora non l’ho trovata, ci sono però i nomi che ho dato alle orchestre, cioè prima la TheatreOrchestra, poi la StageOrchestra. In fondo più che di teatro musicale si tratta di un teatro che mette in scena la musica e non che la esegue. Sono tuttora in una fase sperimentale e alla ricerca di una forma compiuta, ma per ora nelle mie esperienze persistono delle incoerenze, delle contraddizioni che non hanno trovato una composizione definitiva. Del resto qui sta anche il suo fascino. Secondo me la musica di oggi con la forma concerto è arrivata al suo confine, naturalmente continuerà a esistere, ma c’è bisogno di una linfa nuova e il teatro può essere un orizzonte inedito tutto da sondare. Il mio originale contributo a questa ricerca, affrontata da altri musicisti soprattutto nei termini della clownerie, è di pensare che si possa percorrere qualsiasi tipo di espressione teatrale con i musicisti che inscenano il loro corpo insieme al loro strumento. I miei due modelli sono Kantor e Pina Bausch. Kantor aveva anche una grande sensibilità musicale e le sue sono partiture di suoni, di rumori, c’è insomma un evento sonoro che convive con quello pittorico. Pina Bausch non creava spettacoli di danza ma metteva in scena la danza, pensiamo al leggendario Kontakthof mit Damen und Herren ab '65' realizzato senza professionisti. Quello che mi accomuna è la rottura dello stereotipo, della proprietà: la danza sta con i danzatori, il teatro sta con gli attori…. Il vero limite contro cui combattiamo è il poco tempo a disposizione per sperimentare, avrei bisogno di poter lavorare mesi con lo stesso gruppo senza pensare allo spettacolo, a una finalità, altrimenti non matura una consapevolezza, non si crea una seconda natura corporea. I musicisti dovrebbero dissociare la loro associazione con lo strumento, facendo di questa schizofrenia il loro status abituale. Si può parlare quindi di esilio e l’esilio mette in scacco la forma mentis del pregiudizio ed apre spazi creativi imprevisti”.
Moni Ovadia e “L’esilio dal leggio”
Il laboratorio, che dischiude ai giovani musicisti le porte delle loro potenzialità sceniche sulla traccia di uno spettacolo-culto del Novecento, si conclude il 2 ottobre con Breve saggio spericolato , all’interno del programma di Scatola sonora. Festival internazionale di opera e teatro musicale di piccole dimensioni , ideato e organizzato da Luca Valentino e Angela Colombo, alla sua XIII edizione.
 


Paola Bertolone
(26/09/2010)

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