Uno “sbarco” in stato di grazia

Genova ha vissuto nell’ultimo fine settimana di giugno un evento straordinario. Malgrado una censura mediatica inquietante, migliaia di persone hanno partecipato alla due giorni legata allo “sbarco”, la nave partita da Barcellona in difesa dei diritti enunciati dalla Costituzione italiana.
Uno “sbarco” in stato di grazia
La nave dei diritti, foto Luna Coppola

Ci sono già delle leggende intorno allo Sbarco. Racconti tra realtà e magia che passano di bocca in bocca, come quello sulla partecipazione diretta dei delfini all’iniziativa. Si dice che la notte durante la traversata in mare da Barcellona verso Genova, i delfini abbiano dedicato i loro balzi eleganti nel momento in cui dalla nave si offrivano i propri pensieri alle vittime dell’immigrazione nel Mediterraneo. In più la luce di quella notte l’ha regalata la luna piena, che ha accompagnato la nave in rotta per l’Italia fino all’alba.
Per 48 ore questa rara aurea ha accompagnato le iniziative dello “Sbarco”. La nave dei diritti, è partita venerdì 25 giugno da Barcellona per arrivare il giorno successivo al porto di Genova, tra rulli di tamburi e applausi da parte di centinaia di cittadini. Per tutto il pomeriggio al Porto Antico del capoluogo ligure piccoli concerti avevano ammazzato l’attesa.
Da Barcellona sono così sbarcate oltre 450 persone per portare un messaggio in difesa dei diritti della Costituzione italiana.
Intere famiglie italiane e spagnole con al seguito bambini, moltissimi giovani e meno giovani, ma tutti semplici cittadini mossi dalla voglia di denunciare la deriva politica–culturale dell’Italia. L’idea, senza supporto di partiti politici o sindacati, era partita da Andrea de Lotto, insegnante elementare residente a Barcellona, che ha sentito un anno fa l’urgenza di agire. E come un fiume in piena l’organizzazione è partita, prima con un manifesto di intenti e poi con iniziative di autofinanziamento.
All’inizio dell’anno appariva su una pagina internet l’idea di mobilitazione: “Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale.
Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi.” (*)
Genova, città ferita per tutta la sua storia di questi ultimi anni è diventata la rotta ideale per realizzare l’avventura per rompere il silenzio. “E’ proprio a Genova – dice Haidi Giuliani, madre di Carlo, ucciso il 20 luglio del 2001– nel corso di quel G8 che è stata realizzata la prova generale per vedere se era possibile applicare una democrazia autoritaria nel nostro paese. E’ hanno avuto la conferma che era praticabile”.
Molti dei partecipanti allo sbarco hanno mostrato, scendendo dalla nave la foto di Carlo Giuliani, oltre alle loro bocche fermamente serrate da un bavaglio.
La città domenica invece si è trasformata in un grande laboratorio di dibattiti. Per tutta la giornata in cinque piazze si sono susseguiti incontri e performance su grandi temi come il diritto alla pace, al sapere, all’ambiente, alla differenza e al lavoro.
E’ qui che hanno trovato voce i lavoratori della FIOM della vertenza della Fiat di Pomigliano, sotto i riflettori per aver votato No al referendum sul nuovo accordo per la produzione delle Panda. E’ qui che sono arrivati i famigliari delle 24 vittime di Viareggio a chiedere a un anno dall’esplosione della stazione ferroviaria di “non essere lasciati soli nella ricerca di giustizia”.
Poco più in là in piazza della Commenda il microfono passava ai migranti diventati, racconta un giovane ghanese “il capro espiatorio” di tutti i mali. Sul palco si succedevano le testimonianze, la musica e le pièce teatrali dedicate a chi è costretto a peregrinare in Europa senza documenti. Alla «nave dei diritti» il compito di ricordare che «il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata»
Tra mille emozioni la società civile mossa dallo Sbarco si è salutata con una nuova festa in piazza Matteotti con la promessa di ritornare:
“Abbiamo dato una spinta alla macchina – ha detto Andrea de Lotto, il maestro che realizza i sogni - non sappiamo se siamo riusciti a farla partire..vedremo. Ma sicuramente questo non è stato che l’inizio”.

Cristina Artoni
(30/06/2010)

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