Teologhe, musulmane, femministe

Teologhe, musulmane, femministeÈ possibile una ermeneutica femminista o anche solo “femminile” del Corano? In altre parole, è possibile immaginare una rilettura o una reinterpretazione delle scritture che liberi il testo sacro da secoli di interpretazione ad uso e consumo maschile, quasi sempre legata ai valori e ai costumi di un sistema patriarcale? Per usare un’espressione sofisticata, si può liberare il “testo” dal “contesto” in cui è apparso e in cui, nel tempo, è stato diffuso e fruito?

Sullo sfondo di questi interrogativi, Elisa Giunchi ha presentato alla Casa della Cultura di Milano, il nuovo volume di Jolanda Guardi e Renata Bedendo dal titolo Teologhe, musulmane, femministe , pubblicato dalla casa editrice Effatà all’interno della collana Sui generis.

Come ha ricordato Marinella Perroni, biblista del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma, l’esegesi di genere segna la fine del monopolio maschile in ambito teologico e la nascita di un percorso di ricerca che miri ad evidenziare il valore delle identità sessuali e dei ruoli di genere all’interno dei percorsi di fede. Si tratta, in altre parole, di fare in modo che siano delle donne, con la loro storia e con il loro essere donne all’interno della società in cui vivono, a parlare di Dio e del Sacro, nella prospettiva per cui il soggetto di fede non è asessuato.

Renata Bedendo ha enfatizzato come l’interesse di questo approccio non stia unicamente in una dimensione meramente accademica e speculativa. La rilettura di versetti e personaggi delle scritture che si ritengono interpretati in maniera discriminatoria per le donne punta a mettere in luce come, nel corso dei secoli, sia stata operata una selezione androcentrica e arbitraria. Alla luce di questa “rilettura” (nel caso coranico, ad esempio, di personaggi come Eva e Zuliha) sono però possibili nuove interpretazioni, da cui possono scaturire nuove proposte giuridiche legate all’applicazione della shari’a , in particolare per quanto attiene al diritto di famiglia. Questo può preludere potenzialmente a nuovi scenari sociali e culturali di grande interesse per le donne del mondo musulmano.

Jolanda Guardi ha chiarito ulteriormente come le teologhe musulmane “femministe” descritte nel libro si riconoscano nell’universo valoriale dell’islam, operando però una nuova selezione e rilettura del Corano alla luce del loro essere donna, e di come questo movimento possa riscuotere un consenso e, di conseguenza, incidere sulle società musulmane molto più di piattaforme femministe mutuate direttamente dalla cultura occidentale. Secondo Guardi, questa teologia femminile e “femminista” rappresenta l’unica via attraverso la quale le donne nell’islam possono ottenere l’emancipazione e un sostanziale miglioramento del proprio status giuridico e sociale.

Il rischio di un dibattito nominalistico sul significato del termine “femminismo” e sulla possibilità o meno di estendere concetti e percorsi propri della cultura occidentale contemporanea alle società musulmane rimane in controluce per tutta la durata del libro ed è emerso più volte anche durante la presentazione presso la Casa della Cultura.

Detto questo, il volume ha il grande merito di far parlare queste studiose, di far conoscere queste donne, e di divulgare le loro opere presso il pubblico di lingua italiana, sia con una sintesi dei lavori e di concetti di queste teologhe sia attraverso una serie di interviste frontali raccolte nella seconda parte del libro. Per una volta, insomma, non si parla di donne musulmane passando sopra le loro teste, ma facendo in modo che siano queste stesse donne ad esprimersi e a presentare i propri punti di vista, in particolar modo per quanto concerne l’esperienza della propria fede e il modo con cui essa può essere negoziata con altre istanze della vita individuale e sociale.

Teologhe, musulmane, femministe
© F. Mazzucotelli
Il libro ha anche il merito di mostrare una varietà di provenienze geografiche e di contesti sociali, e una varietà di posizioni diversificate, contribuendo così a mettere in dubbio una lettura monolitica e unidimensionale dell’islam e del mondo musulmano contemporaneo. Espressioni forti come gender jihad o gay/queer jihad possono probabilmente suscitare perplessità e ritrosie, con il rischio, anche in questo caso, che una diatriba nominalistica finisca per far deragliare il dibattito sugli argomenti di sostanza. Tuttavia, è indicativo come il libro di Guardi e Bedendo si inserisca con grande tempismo nel dibattito in corso in questi mesi sui modi in cui dal mondo femminile e dalle associazioni GLBT dei paesi arabi e/o musulmani possano giungere dei contributi significativi di rinnovamento e di risposta alla stagnazione e alla tendenza al ripiegamento identitario e intollerante.

In altre parole, il libro di Guardi e Bedendo invita il lettore a chiedersi se solo una partecipazione attiva delle donne alla vita culturale e sociale dei propri contesti di appartenenza, così come la non invisibilità delle persone che si riconoscono in una differenza di orientamento sessuale e/o di identità di genere, possano portare a quella “rivivificazione” o a quella necessaria “perpetua rinascita” di cui parlava Henry Corbin affinché le religioni possano continuare a costituire un orizzonte di senso per le donne e gli uomini del proprio tempo.

Francesco Mazzucotelli
(02/02/2010)

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