Razzismo «perbene» in Italia

Razzismo «perbene» in ItaliaA Bari, alcuni giorni fa, si è verificato un primo, preoccupante effetto della proposta di legge del governo italiano, che vorrebbe costringere i medici a denunciare gli immigrati clandestini che si rivolgono a loro per cure mediche. Una ragazza nigeriana, una prostituta, è stata trovata agonizzante su una statale. Causa, una tubercolosi in stato avanzato che la ragazza non aveva curato per paura di eventuali denunce. È morta in ospedale. E i medici e le forze dell'ordine hanno fatto scattare l'allarme contagio. Questo è solo l'ultimo episodio del delirio xenofobo e razzista che sta contagiando l'Italia, alimentato ad arte da una certa politica, cavalcato da numerosi mezzi di informazione e rafforzato dalle conseguenze della crisi economica.
Annamaria Rivera, docente di Etnologia e Antropologia Sociale all'Università di Bari, da molto tempo si occupa di razzismo e migrazione. La sua intervista è un invito all'analisi e alla riflessione sul significato di avvenimenti che si accalcano, troppi e troppo preoccupanti, in Italia.

Già in tempi non sospetti lei osservava come in Italia stesse avanzando una tendenza, che definiva “razzismo democratico”. Cosa intendeva dire?
Intendevo mettere in luce che non c’è solo il razzismo esplicito e rozzo delle destre, soprattutto quello leghista e della destra estrema. Ma che negli anni più recenti si è delineato anche un razzismo “perbene”, che nasce da ambienti che si reputano e sono reputati democratici. Per fare qualche esempio: la proposta del rilevamento delle impronte digitali ai soli migranti, regolari e irregolari, fu avanzata per la prima volta nel 2000 da un sottosegretario all’Interno di un governo di centrosinistra, e più tardi fu inserito nella Bossi-Fini. Ancora, la drammatizzazione di fatti di cronaca nera per imbastire campagne sicuritarie non è un’esclusiva delle destre: basta pensare al modo in cui fu trattato l’omicidio Reggiani, al tempo dello scorso governo Prodi, con un Consiglio dei ministri convocato d’urgenza quasi si trattasse di un consiglio di guerra. E, per fare un altro esempio, più recente, la legalizzazione delle ronde è stata condivisa perfino da qualche esponente del centrosinistra: il presidente della Provincia di Milano e dirigente del Pd ha trovato l’idea tutt’altro che scandalosa...

Da una parte le classi “differenziali”, la legalizzazione delle ronde, l’istigazione alla delazione contro i migranti irregolari che ricorrono alle cure sanitarie; dall’altra gli episodi sempre più frequenti di violenza nei confronti di precise categorie di “altri”. La società italiana è strutturalmente razzista?
Non credo sia il caso di esprimere giudizi così assoluti. Direi piuttosto che oggi in Italia si è determinata una situazione tipicamente razzista, in virtù della saldatura fra il razzismo istituzionale e la xenofobia popolare: così diffusa e grave, quest’ultima, da giungere fino ai pogrom e agli omicidi razzisti. Questa saldatura, a sua volta, è stata resa possibile dal ruolo giocato dai mass media: basta considerare come è stato trattato il caso dello “stupro della Caffarella”, con i “mostri” (in realtà innocenti, come sembra) sbattuti in prima pagina con nomi, cognomi, volti, senza alcun rispetto per il principio di presunzione d’innocenza e per il diritto alla tutela della propria immagine. Quando parlo di razzismo istituzionale intendo dire che questo clima è sfruttato e nel contempo alimentato per varare provvedimenti legislativi liberticidi per tutti e persecutori nei confronti degli stranieri e delle minoranze, come le misure comprese nel cosiddetto pacchetto-sicurezza. Si obietta che certe norme (come il reato d’immigrazione clandestina o il prolungamento della detenzione nei Cie, gli ex Cpt) sono già presenti nelle legislazioni di altri paesi europei. Ma, come rileva Innocenzo Cipolletta - l’ex direttore generale di Confindustria, non un qualsiasi scalmanato antirazzista!- ciò che conta è il contesto: in un “contesto politico populista” quelle misure “legittimano comportamenti xenofobi e razzisti” (così scrive in un articolo del 7 marzo scorso per il “Sole 24 Ore”). Io aggiungerei che il contesto comprende anche l’estrema povertà e inefficacia, in Italia, delle politiche dette d’integrazione. Il nostro paese, continua l’economista, è preda di una deriva xenofoba “al limite del razzismo”, che minaccia la sua “capacità di crescita civile ed economica”. Dunque, per rendersi conto della deriva italiana basta condividere una cultura liberal-democratica. Temo che anche questa si vada perdendo...

Molti intellettuali e studiosi italiani fanno notare che il clima socio-culturale che si va diffondendo potrebbe essere, ancora una volta, strumentale agli sconvolgimenti economici e sociali che viviamo. C'è un legame, secondo lei, fra l'attuale crisi economica e le politiche in materia di sicurezza e immigrazione di questi ultimi mesi?
Le crisi economiche sono destinate ad acuire il “razzismo dei piccoli bianchi”, cioè di coloro che, vivendo una condizione di disagio economico, vedono come nemici gli stranieri, quelli che stanno un po’ più in basso di loro nella scala sociale. E i poteri dominanti possono pensare –come è accaduto nel passato- di fronteggiare le crisi alimentando il razzismo di massa e proponendo la “preferenza nazionale” contro gli stranieri. Lo hanno fatto di recente due ministri: Bossi ha precisato “niente case agli stranieri” e Sacconi ha proposto di dare la preferenza alla manodopera italiana perfino per i lavori stagionali. Ma questa strada non è ineluttabile: la qualità civile di un paese si misura proprio dai comportamenti nelle fasi di crisi economica, come quella attuale. In un paese devastato dalla crisi, come sono gli Stati Uniti, c’è un presidente che propone la strada della solidarietà, dei diritti dei ceti più deboli, della difesa delle minoranze. Non è scontato che riesca a percorrerla, ma almeno ci prova. E comunque, se non altro sul piano del simbolico e del discorso, non cede alla tentazione del populismo reazionario. Che è, invece, mi sembra, la strada intrapresa da chi governa in Italia.

In uno scritto di qualche mese fa ( www.carta.org – 24 luglio 2008) ha descritto la figura del migrante come un “cosmopolita proletario”. Con quale realtà si confronta questa figura “postmoderna” di lavoratore e cittadino?
“Cosmopolita proletario” è un’espressione che ho usato in senso volutamente un po’ ironico, per sottolineare insieme due concetti: il transnazionalismo che caratterizza oggi la condizione dei migranti e il loro essere parte del nuovo proletariato. Quanto al transnazionalismo: intendo dire che in genere i migranti si muovono fra territori, luoghi e paesi diversi e tendono a costruire reti e circuiti transnazionali entro i quali circolano persone e denaro, beni e informazioni, culture e relazioni. Si dovrebbe aggiungere un altro concetto, quello di meteci : il nuovo proletariato è costituito, almeno in Italia, da lavoratori senza diritti di cittadinanza o con diritti limitati. Questo spiega perché mai proprio laddove più forte è la presenza dei lavoratori immigrati nel tessuto produttivo, anche industriale, il discorso leghista abbia più successo. Chi è incluso economicamente ma escluso da diritti civili e politici più facilmente diventa vittima del “razzismo dei piccoli bianchi”, oggetto di politiche istituzionali populiste e discriminatorie, capro espiatorio di campagne sicuritarie. Fra le tante ipotesi che si possono fare per spiegare il successo della Lega nord in alcune aree settentrionali del paese, questa non va trascurata: gli operai “bianchi” votano per un partito xenofobo perché promette di difendere i loro interessi contro quelli dei meteci . Anche per questo è cruciale il tema dei diritti civili e politici: chi ne ha è meno vulnerabile, un po’ meno trattabile come mera carne da lavoro, un po’ meno esposto alla xenofobia e al razzismo, o almeno ha qualche strumento in più per difendersene.


Annamaria Rivera insegna Etnologia e Antropologia Sociale all'Università di Bari. Fra i maggiori esperti delle questioni legate a immigrazione e razzismo in Italia, ha pubblicato diversi libri sull'argomento. In particolare: La guerra dei simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull'alterità , Bari, Dedalo, 2005; Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia , Roma, DeriveApprodi, 2003. Partecipa inoltre,con diverse università del Mediterraneo occidentale ad un progetto di ricerca su “Nouvelles Migrations dans la Mediterranée Occidental”, guidato dall'Institut Maghreb-Europe dell'Université Paris VIII.



Alessandro Rivera Magos
(18/03/2009)

Related Posts

Jamila, Ahmed e gli altri. Storie di musulmani d'Italia

04/05/2009

Jamila,  Ahmed e gli altri. Storie di musulmani d'ItaliaUn programma di Renata Pepicelli a cura di Fabiana Carobolant. Da lunedì 4 maggio alle ore 23.30 per due settimane - dal lunedì al venerdì - su Radio3.

“DA ALIF A YA”, L'arte calligrafica araba

02/12/2008

“DA ALIF A YA”,  L'arte calligrafica arabaDal 4 al 7 Dicembre presso la Facoltà di Studi Orientali dell’Università “La Sapienza” (Roma) seminari teorico-pratici per conoscere l’arte calligrafica araba insieme a docenti qualificati ed esperti del settore.

La mia esperienza in un Centro di Accoglienza

26/01/2010

La mia esperienza in un Centro di Accoglienza Qualche mese fa, sono venuta a conoscenza dell’esistenza del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo Politico, a pochi chilometri da Castelnuovo di Porto, dove abito. Qui, alle porte della grande città vengono trasferiti quelli che persone eminenti trattano da criminali e da reclute del terrorismo. Vorrei cercare con questo mio modesto contributo di ristabilire la verità.