Noi tutti

Noi tuttiLe nostre opinioni e i nostri sentimenti rispetto a ciò che succede a Gaza possono divergere. Alcuni possono provare sollievo e soddisfazione, spinti dal loro vissuto nei dintorni di Gaza, magari a Sderot.

Giovani attivisti possono appoggiare Tel-Aviv, realizzando una campagna d'informazione che spieghi la necessità di ciò che sta succedendo laggiù. Gli uni possono sottoscriverla, gli altri condannarla. I servizi segreti, che sono al corrente persino di quel che non è stato ancora detto, possono affermare che gli abitanti di Gaza sono legati ad Hamas.

Alcuni tra quelli che magari sono stati arrestati da quei servizi segreti possono sostenere che è giunto il momento di serrare i ranghi. Altri, spinti dalla collera, possono manifestare per esprimere la loro condanna e il loro rifiuto. Possono anche trovarsi di fronte ad altre persone come quell'uomo o quella donna scesa dalla sua macchina ad Haifa per insultare i manifestanti.

Qualcuno certo può lanciare un libro contro l'ambasciata di Israele a Londra o addirittura una pietra contro l'ambasciata d'Egitto a Beirut e i poliziotti possono abbattersi su di lui per arrestarlo.

Possiamo anche dimenticare tutto e metterci a spiegare a un bambino sonnecchiante il motivo per cui su certe bandiere è impresso l'albero di Natale e su altre una stella, un fucile o un martello. Si può provare una paralisi totale e sentirsi incapaci di fare qualsiasi cosa, deprimersi e restare a casa propria, non sapendo cosa fare. Possiamo anche dimenticarci se ci siamo lavati o no, assorbiti come siamo nei nostri pensieri per Gaza.

Alcuni possono anche aspettare che cresca il numero dei morti per rompere il silenzio, dire “Basta!” e allora manifestare. Certi altri attendono che questo numero aumenti per sete di morte o per amore delle cifre, come se il crescere dei morti rappresentasse un conto personale che permette di misurare il dolore provato e ottenere la simpatia anche dei più indifferenti.

Alcuni possono annullare il programma della giornata, il progetto di shopping in questo periodo di saldi o il pranzo dell'Anno Nuovo. Altri ancora possono scrivere, come sto facendo io adesso. Può anche esserci il caso di chi non ha sentito parlare affatto di quel che accade laggiù, assorbito dalle proprie pene e dai propri drammi in qualche bidonvilles del Messico o per indifferenza, o più semplicemente perché è morto. Tutto è possibile.

Ma quali che siano le nostre idee, i nostri sentimenti e le nostre azioni, abbiamo tutti in comune una stessa cosa: siamo fuori Gaza. Tutto ciò che possiamo fare, dire o provare può provenire da tutto, fuorché dalla nostra conoscenza della vita e della morte e della vita di coloro che non sono ancora morti a Gaza.
Ricordiamoci che sapevamo di non sapere.

Adania Shibli
(09/01/2009)

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