Islam e Occidente: oltre le rappresentazioni

 

Islam e Occidente: oltre le rappresentazioni
Nathalie Galesne

Ci è sembrato importante quest'anno rendere pubblico l’incontro annuale della rete di giornalisti del sito babelmed, per vari motivi. In effetti la crisi delle vignette ha messo in evidenza la piccola guerra simbolica e mediatica che divide il Mediterraneo. Ci spinge di conseguenza ad interrogarci sul ruolo e la responsabilità dei mass-media nei rapporti fra le due sponde del Mediterraneo. E’ chiaro che questa guerra degli immaginari non assume sempre forme così estreme. La frattura si esprime spesso in un modo apparentemente innocuo.

Che cosa ha messo ancora alla luce la crisi delle vignette?
- innanzitutto il groviglio di percezioni distorte degli uni sugli altri,

- la profonda ignoranza che c’è in Europa delle culture arabo-musulmane,

- la strumentalizzazione dei media nella manipolazione ideologica delle opinioni pubbliche.

E’ chiaro che in questo contesto, le parole di “islam” e “Occidente” risultano come falsate per descrivere i rapporti fra le due rive del Mediterraneo. Si può dire addirittura che nutrono una serie di rappresentazioni, di piccole mitologie fatte per dividere:

Quali sono questi preconcetti?
- il più diffuso, quello dello scontro di civiltà, in cui islam e occidente sarebbero due civiltà ben distinte chiamate ad opporsi violentemente, ci riporta ai tempi delle crociate. E’ chiaro che questa rappresentazione cancella totalmente l’eredità mediterranea, la sua identità plurale, le interpenetrazioni culturali che ne fanno la ricchezza. Vogliamo ricordare che proprio qui tanto tempo fa, la Roma di allora ha dato luogo a una delle esperienze più meticcie della storia del Mediterraneo, un esperienza in cui era abbastanza banale che l’impero fosse guidato da un imperatore libico e un imperatrice siriana. Di fronte alle vampate di xenofobia alle quali assistiamo regolarmente è importante ricordarselo.

Assistiamo anche a quattro altre grandi semplificazioni concatenate fra di loro:
- La prima consiste ad identificare sistematicamente tutti gli Arabi alla religione musulmana escludendo le altre religioni che esistono nei paesi arabi del Mediterraneo. Non dimentichiamo anche che il cittadino arabo può anche costruirsi un identità al di fuori dalla religione.

- La seconda consiste a ridurre l’Islam all’islamismo, cioè alla tendenza esclusivamente politica dell’islam.

- La terza consiste a ridurre l’islamismo alla sua espressione più violenta, cioè al terrorismo.

- La quarta infine consiste a identificare tutti cittadini arabi ai loro governi, rappresentandoli come citadini minorati incapaci di accedere alla democrazia, di diventare veri soggetti del proprio destino politico.

Il giornalista libanese Samir Kassir ha scritto delle pagine bellissime su questo in un piccolo saggio intitolato “L’infelicità araba”, uscito da poco in Italia. Approfitto di questo incontro per rendere omaggio a questo grande intellettuale assassinato un anno fa a Beirut.

Ma le semplificazioni prosperano anche nei paesi del sud del Mediterraneo. La più diffusa procede senz’altro da una vera e propria demonizzazione dell’Occidente, in cui Europa e America vengono assimilate e considerate come appartenenti a un unico blocco distruttivo. Lascio ovviamente ai colleghi arabi il compito di parlarne.

Di fronte a questi preconcetti esiste un atteggiamento totalmente opposto ma altrettanto sterile. Quello di idealizzare il Mediterraneo, di cancellarne le asperità evitando di evocare la sua parte brutta, effettivamente conflittuale. Quello anche di parlare di dialogo fra le culture in modo velleitario, dimenticando che le condizioni per un vero dialogo non sono ancora riunite. In effetti oggi, nonostante 10 anni di partenariato euro-mediterraneo, le disuguaglianze economiche, sociali, di mobilità fra gli abitanti delle due rive persistono più che mai. Bisogna avere vissuto l’umiliazione che subiscono i nostri colleghi del sud in un consolato europeo per ottenere un visto per capire che le condizioni di parità alla base di un vero dialogo sono ancora da conquistare.

Davanti a queste semplificazioni, credo che la cultura sia il migliore antidoto per ridare profondità e complessità alle realtà del Mediterraneo. Ed è proprio in questo senso che va il lavoro di babelmed.
 


 

Nathalie Galesne
5 maggio 2006

Related Posts

Ricordare la guerra, il dovere di memoria in letteratura

10/05/2011

Ricordare la guerra,  il dovere di memoria in letteraturaEro la settimana scorsa nel Kurdistan iraniano e lì, ho potuto vedere un documentario che descrive un viaggio alla ricerca degli 8000 scomparsi del clan Barzani, rapiti da Saddam Hussein. Il viaggio si svolgeva attraverso tutto l’Irak, dal Nord al Sud; e lungo tutta la strada, la ricerca conduceva sistematicamente ad uno di questi due risultati: la scoperta degli archivi del servizio segreto di Saddam, o la scoperta di una fossa comune.

Media arabi, media occidentali: guerra delle immagini, guerra degli immaginari?

10/05/2011

Media arabi,  media occidentali: guerra delle immagini, guerra degli immaginari?La questione è molto complessa perché interroga la cultura, ma anche la politica, la società e tutti i fenomeni che sono in corso. Mi pare evidente che siamo in presenza di un doppio fenomeno dove gli elementi si intrecciano a secondo dei momenti di crisi. Certamente, c’è questo sentimento forte oggi di qualcosa che non era presente, anche solo 30-40 anni fa, che è questo fenomeno di mondializzazioni delle culture.

Donne e islamismo nella società siriana

10/05/2011

Donne e islamismo nella società sirianaIl velo islamico ha suscitato in Occidente delle reazioni molto vive e la polemica non è ancora finita. Ma cosa succede nei paesi ufficialmente musulmani, ma tradizionalmente laici come la Siria?