Filo diretto con gli amici egiziani

Mentre guardo le immagini di piazza Tahrir, al centro del Cairo, dopo una notte di duri scontri tra manifestanti pro e contro Mubarak, con morti e feriti, cerco di riordinare le testimonianze che ho ricevuto, quest’ultima settimana, da parte dei miei amici egiziani, quando è stato possibile comunicare con loro attraverso il telefono o Facebook. Cerco di ricostruire lo scenario degli avvenimenti, integrando queste testimonianze con le informazioni che ho raccolto da tv e giornali arabi, quando non erano censurati.
Filo diretto con gli amici egiziani
Piazza Tahrir

Le manifestazioni cominciano martedì 25 gennaio e subito si capisce che, questa volta, non si manifesta per poi tornare a casa e tutto come prima. L’esempio della Tunisia è vivo. Wael, professore universitario con cui lavoro, commenta dicendo che “è stato un forte segnale inviato al governo, se il governo non lo recepisce la prossima volta sarà più forte”. E il segnale più forte arriva, perché nei giorni seguenti, mercoledì e giovedì, le manifestazioni riprendono con partecipazione crescente da parte della gente. Ed entusiasmo crescente, perché il sentimento più diffuso tra la gente è la felicità, accompagnata da un grande senso di liberazione. Rania, bibliotecaria, mi scrive: “Anche se ho paura delle conseguenze di tutto ciò, sono contenta, doveva succedere tanto tempo fa!”. E Wael, che ha partecipato alle ultime manifestazioni, dice: “Sembrava la rivoluzione francese, non esiste altro paragone adeguato. La gente lottava a mani nude contro i blindati della polizia, in mezzo al gas dei lacrimogeni. Le donne erano in testa, a incitare la rivolta. Cristiani e musulmani manifestavano insieme e pregavano insieme. Se qualcuno osava gridare qualche slogan islamico, veniva subito cacciato”.
A questo punto, il terreno è pronto per una dimostrazione di massa, venerdì 28 gennaio, il “venerdì della collera”, che darà inizio a uno scontro durissimo con il regime di Mubarak. In Egitto si spengono cellulari, telefoni fissi, internet e vengono chiusi anche gli uffici di Al-Jazeera . Impossibile comunicare con gli egiziani fino al giorno dopo, cosa che cerco di fare non appena mi sveglio. Mando vari sms a diversi amici, ma non mi rispondono, perché non li ricevono. Telefono a Wael che mi chiarisce la situazione. Quando gli chiedo come sta, mi dice: “Male, ho passato la notte davanti alla porta di casa mia con un coltello per difenderla dai saccheggiatori. Sembra che ci stiamo muovendo verso la guerra civile”. La polizia, infatti, è stata ritirata dalle strade, poi è seguito l’arrivo dell’esercito. Non c’è sicurezza, ci sono state evasioni dalle carceri e i saccheggiatori spadroneggiano. Molti di essi, in realtà, appartengono alla polizia segreta che Mubarak ha sguinzagliato per seminare il caos. Obama, scrittore e regista, è molto chiaro su questo punto: “La nostra manifestazione è stata civile, non abbiamo compiuto azioni violente. Ci tengo a spiegare che gli incendi, le distruzioni e le evasioni sono opera della polizia del Ministero degli Interni per portare lo scompiglio. Ed è stato Mubarak a ordinare il ritiro della polizia, poco prima dell’arrivo dell’esercito, per portare la confusione e mettere l’esercito in imbarazzo”.
La speranza, però, è ancora fortissima. I giovani, che da giorni sono accampati in piazza Tahrir, indicono la Marcia del Milione per martedì 1 febbraio. La manifestazione registra una partecipazione massiccia, con oltre un milione di persone nella sola piazza Tahrir, nonostante le contromisure prese, come la chiusura di strade e collegamenti ferroviari. Scendono in piazza anche i giudici e gli sceicchi di al-Azhar, mentre il suo rettore e Papa Shenouda, il papa copto, dichiarano il proprio appoggio a Mubarak. Nei giorni scorsi non ho avuto contatti con Hosam, un amico giudice a capo di un movimento che promuove una magistratura indipendente, ma ho notizie di lui attraverso la BBC Arabic . E’ lui, infatti, a diffondere il comunicato con cui i giudici egiziani annunciano il loro sostegno ai manifestanti. “E’ una giornata senza precedenti nella storia egiziana!”, questo è quello che tutti ripetono instancabilmente, al colmo dell’entusiasmo. Il grido della piazza è uno solo: “Mubarak, vattene!”. Le forze di opposizione si organizzano in comitato per mettere nero su bianco le proprie richieste al governo, ma è importante ricordare che i veri leader di questa rivoluzione sono i giovani, che hanno organizzato la rivolta su internet per anni. Sono loro che hanno l’ultima parola e non vogliono strumentalizzazioni da parte di nessuno. E’ sempre Osama a chiarirmi il concetto: “Non può esserci nessun comitato per organizzare un nuovo governo, senza contrattazione con i giovani e senza il loro coinvolgimento, come osservatori o come attivi partecipanti. Non permetteremo ad alcun partito e ad alcun individuo il furto dei risultati conseguiti dalla rivoluzione dei giovani”. E questi giovani urlano fino a sgolarsi che non se ne andranno dalle piazze, finché Mubarak non se ne sarà andato. Sono tanti a gridare alle tv: “Non ce ne andremo, anche se dovessimo morire in piazza Tahrir!”.
Filo diretto con gli amici egizianiIl clima cambia dopo il discorso serale di Mubarak, il quale sembra aprire alle riforme, ma non lascia il potere. Questo è l’unico fatto sicuro. Afferma inoltre che perseguirà quanti hanno causato disordini, il che significa che Mubarak risponderà in maniera astuta e violenta, come ha sempre fatto del resto. Osama dice: “Se Mubarak resta, che sia per un mese, due mesi o otto, si vendicherà certamente di tutti quelli che si sono ribellati a lui, cioè almeno dieci milioni di persone”. Ora, molti egiziani hanno paura e preferiscono non andare oltre per evitare bagni di sangue. Malak, egiziana che vive a Dubai, dice che sarebbe meglio che Mubarak, in questo momento, non desse le dimissioni, per non finire come l’Iraq. Anche Rania è di questa opinione: “Mi sento profondamente triste per quanto sta succedendo ora in Egitto. Il nostro paese è in pericolo e dobbiamo essere uniti per proteggerlo, questa è la cosa più importante ora. Dobbiamo dare un’opportunità a Mubarak e al suo regime, anche se è un sacrificio, ma è per il bene dell’Egitto e della sua gente”. Wael concorda e Osama spiega: “Adesso Mubarak, dopo che l’esercito si è rifiutato di colpire i dimostranti, è ricorso a gente che si è venduta in cambio di soldi per assalire i manifestanti di Piazza Tahrir e farli sgombrare, per paura di venerdì prossimo, il giorno della liberazione”. Parla degli scontri sanguinosi di ieri, mercoledì 2 febbraio, tra gli irriducibili di piazza Tahrir e i “sostenitori di Mubarak”, un misto di mercenari e polizia segreta, responsabile di ogni efferatezza, anche contro i giornalisti stranieri.
Domani sarà il giorno decisivo, il “giorno della partenza” (di Mubarak, si intende). Vale la pena concludere con le parole rivoltemi da Nagwa, un insegnante: “Prega molto per noi, per quel che sta per succedere, affinché possiamo avere la vita che il popolo egiziano si merita. Comunque, nonostante tutto, siamo sicuri che Dio è sempre con noi, con il diritto e con la giustiza. Domani sarà un giorno migliore per tutti gli egiziani degni di onore”.


Elisa Ferrero
(03/02/2011)





Related Posts

I partiti egiziani uniti sotto lo slogan: "No ai militari al potere"

09/09/2013

egy sisi 110

 

Movimenti islamici come i Fratelli Musulmani, Salafiti, i laici e di sinistra come Kifaya, Ghadd, 6 Aprile un tempo divisi, ora chiamano il popolo egiziano per una nuova rivolta contro Sisi, “il nuovo Mubarak”. Ma il popolo egiziano, il 70% secondo il quotidiano Ahram, non sembra attratto dal mito rivoluzionario.

 

Egitto, laboratorio di democrazia

01/03/2011

Egitto,  laboratorio di democraziaLa società civile ha ora la consapevolezza di essere in grado, pur nella diversità - di religione, classe, orientamento politico - di decidere delle sorti del Paese. Si discute della nuova Costituzione, delle regole per votare, di nuovi partiti e si indaga sulle ricchezze sottratte al paese da Mubarak e dalla sua corte

La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossa

02/12/2011

La protesta dei rivoluzionari di piazza Tahrir: il popolo è una linea rossaDopo nove mesi gli egiziani hanno realizzato che la rivoluzione, che è gli costata molto cara, non ha cambiato nulla del vecchio sistema. L’apparato di sicurezza è ancora onnipresente, continua a reprimere e sta al di sopra della legge…