Quando il dialogo interreligioso diventa realtà

Quando il dialogo interreligioso diventa realtà
Deir Mar Musa el Habashi

L’ultima tappa di un viaggio in Siria mi porta in un luogo di accoglienza, dove il dialogo islamo-cristiano è pratica quotidiana, concreta, dove religioni e lingue diverse s’incontrano nel reciproco rispetto. E’ il monastero dedicato a san Mosè l’Abissino, il figlio di un re etiope che preferì la vita monastica al trono. Deir Mar Musa el Habashi sorge in cima a una montagna scoscesa di 1320 metri in mezzo al deserto, vicino alla cittadina di Nebek, a 80 km a nord di Damasco e non lontano da una base militare. Per raggiungerlo, lasciata la strada asfaltata resta da affrontare una ripida salita con 340 scalini. Si entra attraverso una piccolissima porta, praticamente piegati in due e ci si ritrova sul terrazzo del monastero. Una monaca vestita in abiti laici ci accoglie sorridente e ci invita a prendere un gradito te. Ci si sente subito avvolti in un clima sereno, ospitale, poi nutriti da cibi frugali ma genuini prodotti nel monastero: formaggio caprino, marmellata e miele, olive e pomodori arricchiti da uno squisito olio di oliva, pane arabo. Ai visitatori occasionali non viene chiesto nulla per la notte e i pasti, ma di partecipare alla vita della comunità ed è buona usanza dare un obolo quando si lascia, a malincuore, questo luogo di pace difficile da dimenticare. Mentre dall’ampio terrazzo il tramonto del sole disegna luci e ombre suggestive sulla pianura arida sottostante, una giovane ospite ci spiega tutto sul monastero. Aver portato il sacco lenzuola per passare la notte è accolto con gioia. L’acqua è una risorsa preziosa e lavare le lenzuola non è un’impresa facile. “Se volete, tra poco ci sarà un’ora di silenzio, di meditazione e poi una funzione religiosa”. Entro incuriosita nella chiesetta di tre navate con pregevoli affreschi risalenti all’XI° e XII° secolo. Mi viene data una candela e una Bibbia in italiano. L’atmosfera è raccolta, favorita dal solo chiarore delle candele. Ci sono molti giovani in raccoglimento di diverse nazionalità, ma il suggestivo rito siro-cattolico che seguirà all’ora di silenzio è rigorosamente in arabo. Ed è in arabo che si comunica la vita liturgica e sociale della comunità.
Faccio fatica a seguire la traduzione sulla Bibbia in italiano anche per la luce fioca, ma la condivisione di un momento di raccoglimento tra persone con diverse storie e identità comunica amicizia, sintonia.

Iscrizioni sulla parete della chiesa fanno risalire la sua costruzione al 1058, ma già i romani edificarono una torre di guardia della valle del Nebek e i primi eremiti cristiani si servirono delle numerose grotte sulle pendici per meditare, prima di creare un primo centro monastico intorno al sesto secolo. Nel 15° secolo il monastero fu ricostruito per essere poi abbandonato nella prima metà del 19° secolo. E’ stato restaurato a partire dal 1984 attraverso campi di lavoro e preghiera attraverso la cooperazione della chiesa locale, di un gruppo di volontari arabi ed europei guidati da Padre Paolo Dall’Oglio, che vi ha fondato una comunità monastica di rito siriano a partire dal 1991. Uomini e donne, di paesi e fedi diverse, ripercorrono l’esperienza millenaria di condividere la loro diversità attraverso il dialogo: semplicità, silenzio, lavoro, preghiera, ospitalità. Ma anche l’ambiente ha ora un ruolo di rilievo “da proteggere e valorizzare dal punto di vista spirituale, estetico, biologico, sociale ed economico”. A livello sociale la comunità di Mar Musa aiuta, tra l’altro, a restaurare le case per giovani coppie della parrocchia locale. E con intellettuali cristiani e musulmani della regione la comunità di Mar Musa è impegnata a favorire una società plurale attraverso il dialogo e l’armonia interculturale e interreligiosa. Anche la Commissione Europea ha dato il suo sostegno a questo meritevole impegno. Una libreria con testi classici della Cristianità e dell’Islam accompagnano testi di psicologia, sociologia, filosofia e antropologia per approfondire il contesto umano. Vi si organizzano workshop e seminari dove si scambiano idee ed esperienze. E per entrare in relazione con più parti del mondo islamico, un monastero virtuale via internet intende creare una cultura condivisa basata su valori come la pace, profondo rispetto dell’altro, rafforzamento di importanti conquiste della società civile globale contemporanea, come il significato della dignità, la coscienza individuale, l’emancipazione delle donne, l’inviolabilità dei diritti umani. Un monastero nel deserto può essere anche tutto questo.

Non stupisce che nel 2006 la Fondazione Anna Lindh abbia assegnato a padre Dall’Oglio il primo premio Euro Mediterraneo per il Dialogo tra le Culture “per aver promosso il rispetto reciproco tra i popoli di diverse religioni e credi”. “Noi siamo felici che i Mussulmani della regione considerino il monastero come proprio. Siamo onorati di vedere mussulmani e cristiani, siriani e stranieri che trovano in Deir Mar Musa un simbolo di speranza per un futuro comune da costruire con una responsabilità condivisa”.
Quando il dialogo interreligioso diventa realtà
Padre Paolo Dall’Oglio
Padre Paolo Dall’Oglio, ricordando i dissidi e inimicizie sorte nei secoli tra musulmani e cristiani si rifà allo spirito del Concilio che esortò a dimenticare il passato per porre un nuovo inizio, sgombrando il campo da rancori e pregiudizi e a “cercare sinceramente la mutua comprensione, a difendere, a promuovere insieme la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà per tutti gli uomini”. Padre Paolo – 54 anni, viso solare e figura imponente - parla in modo schietto e diretto, senza nascondere aspetti spinosi della sua missione . “Oggi la Chiesa è in difficoltà rispetto alle questioni sociali e religiose: l’anno scorso ci sono state vietate le nostre conferenze di dialogo”. Problemi superati nel 2008: “Siamo già riusciti già ad organizzare 15 incontri sulla scia del Concilio Vaticano II”. Incontri che hanno visto anche dialogare tra loro sciiti e sunniti. “Gli sciiti e i sunniti spirituali non vogliono la guerra civile, ma la guerra è in corso: chi lavora per il dopoguerra?”

Una scelta più che mai coraggiosa quella di Padre Dall’Oglio, e motivata: “Noi crediamo che la cultura islamica, anche attraverso la contrapposizione e la dialettica, sia amabile, ricca, importante per la società umana nel suo complesso”. Padre Paolo, da anni in Siria, dove anche recentemente non sono mancati attentati terroristici e morti misteriose, una realtà conflittuale in uno spazio geopolitico tra i più “caldi”, si è fatto una sua idea in merito a questa situazione “alimentata da provincialismo, incomprensioni, chiusure. Una tragedia assoluta.”

“La Siria soffre di gravi contraddizioni – continua Padre Paolo - ma è in grado di offrire una convivenza interreligiosa da 14 secoli. Nell’elaborazione del pluralismo c’è la cultura della tolleranza, del buon vicinato, importante anche dal punto di vista teologico. Il rischio è che la Siria diventi un’eccezione”. Preoccupano le conseguenze dell’arrivo di 2 milioni di iracheni. “Si sono creati grossi problemi sociali (prezzi più alti, specie delle abitazioni), ma è scattata la solidarietà araba che rispecchia un dato storico: l’arabacità in cui si fa strada l’intento di costruire l’unità araba sul modello dell’Unione Europea. Un passo importante, preannunciato dal presidente Assad entro fine anno, sarà l’apertura dell’ambasciata libanese in Siria e viceversa. Un riconoscimento diplomatico che dovrebbe ricucire il tormentato rapporto tra Beirut e Damasco”.

Padre Dall’Oglio è convinto che l’Islam possa aiutare i Cristiani ad essere critici verso se stessi, lo stesso per gli islamici. “La posizione espressa da Papa Benedetto XVI a Ratisbona che, involontariamente ha provocato una ferita profonda negli animi degli islamici, li ha costretti a rivedere le loro posizioni, a interrogarsi sulle parole di Allah “diffondere la fede per mezzo della spada”. Il Papa ha chiesto scusa per essere stato frainteso, per aver causato dolore confermando la sua stima e rispetto verso l’Islam. Un passo importante”.
Forse sarebbe utile riandare indietro nel tempo, come hanno fatto in un saggio su Reset di ottobre due studiosi dell’Islam, Karim Mezran e Ahmad Vincenzo. Affrontando il tema dell’Islam e il futuro della storia non possono fare a meno di ricordare il passato citando l’esempio del Califfato islamico nel VII secolo: in un’epoca di profonde divisioni tra popoli e confessioni che spesso si confrontavano anche violentemente, predicava la sostanziale uguaglianza di tutte le religioni.
E oggi, qual è la strada per superare contrapposizioni, fanatismi, scontri di civiltà? In un periodo storico dove la crisi delle ideologie ha lasciato un profondo vuoto, il crollo finanziario semina panico per il futuro, sembra crescere il bisogno di trovare risposte alle incertezze della vita umana, ma anche di conoscere la complessità di un mondo globalizzato. Non a caso il bisogno di risposte spiega il fenomeno del successo di iniziative come “Torino Spiritualità” che a fine settembre ha dato ampio spazio al rapporto tra le religioni, e in particolare all’Islam, seconda religione in Italia. Forse non a caso vi si è affrontato il tema della speranza in oltre 70 incontri tra dialoghi, lezioni, letture, workshop e spettacolo e 130 ospiti nazionali e internazionali con diverse esperienze di fede. La rassegna, seguitissima, come spiega la presidente Antonella Parigi, intende contribuire alla creazione di un terreno laico per il dialogo interculturale e interreligioso. Tra i contributi di molti esperti ed esponenti dell’Islam, quello di Abdennour Bidar, musulmano francese e professore di filosofia, studioso dell’Islam contemporaneo, convinto sostenitore di una sua auspicata modernizzazione sulla base di un concetto di libertà individuale molto europeo. “Proprio l’Europa – ha affermato Bidar – grazie alla sua tradizione politica laica e al suo ruolo nell’edificazione di una cultura mondiale della pace e del dialogo, può diventare il luogo ideale dove l’Islam possa trovare una nuova coscienza di sé”. Una contaminazione utile anche per gli europei e sembra di ritrovare nelle parole di Bidar quelle di Padre Dall’Oglio:” Noi europei non sappiamo più quale spazio dare alla religione, alla spiritualità, per questo la presenza dell’Islam ci fa da specchio”. C’è chi ha ricordato le parole di Camus: indicando l’orrore altrui del passato ciascuno dei due protagonisti mira all’orrore dell’altro per giustificare il proprio. E’ successo, succede ancora.
Quando il dialogo interreligioso diventa realtà
Mohammed Arkoun

Sulla religione islamica e anche sulle sue distorte interpretazioni che inducono uomini e donne a morire per il Jihad, ha tenuto la sua Lectio magistralis uno dei più importanti islamisti del mondo, Mohammed Arkoun, Professore emerito alla Sorbona di Parigi, Arkoun ha ricordato che la speranza è una dimensione costitutiva della fede nelle tre versioni del monoteismo. Nel Corano, come nell’Antico e nel Nuovo Testamento, è un concetto inscindibile dal Giudizio universale, dalla morte, dalla promessa della vita eterna, dall’avvento del regno di Dio. Eppure la parola “raja” (speranza) non è mai presente nel Corano, per ritrovarla bisogna cercarla nelle varie tradizioni esegetiche dell’Islam, prima fra tutte quella del Sufismo. A declinare la speranza nelle varie religioni sono intervenuti i membri del Comitato Interfedi di Torino: un’esperienza interessante nata durante le Olimpiadi invernali del 2006 tra i rappresentanti delle diverse confessioni religiose presenti nella città - Cristiani, Musulmani, Buddisti, Ebrei, Induisti, Mormoni – e che ancora oggi continua a vivere. Come forum delle religioni, si riunisce periodicamente per affrontare urgenze etiche, sociali e culturali, per organizzare convegni e iniziative didattiche, ma anche per offrire appoggio e soluzioni concrete ai problemi quotidiani di convivenza in una Torino sempre più multietnica. Tra le loro proposte, quella di avere dei luoghi comuni del “silenzio” da condividere con tutte le religioni per il dialogo interiore, ad esempio negli ospedali, aeroporti.
A parlare del concetto di speranza doveva esserci anche Raymond Panikkar, oggi novantenne, filosofo e teologo, fondatore del Centro Studi Vivarium di Barcellona, da tantissimi anni promotore di un dialogo tra le religioni. Impedito per motivi di salute a essere presente ha però lasciato un suo messaggio in un incontro tra otto testimoni della spiritualità, compresa quella laica, “Un approccio esterno non porta a un vero dialogo; comunicare la fratellanza è un esercizio di meditazione e di silenzio, un linguaggio universale. Bisogna essere testimone di una religione e il testimone ricerca in se stesso”. Immediato il ricordo dell’ora di silenzio al monastero di Mar Musa, l’incontro con padre Dall’Oglio. Ritrovo un filo che lega la mia esperienza al convento siriano e i molti pensieri che annoto ascoltando le parole dei vari “testimoni” di fedi diverse dove si è espresso con forza il bisogno dell’Altro per riconoscersi e la coscienza che nessuna religione è in grado di rappresentare la società nella sua complessità, che la religione è vuota dal punto di vista spirituale se non è in grado di gestire la modernità. Le religioni hanno prodotto le maggior divisioni nel mondo, di qui il richiamo a non aver paura delle altre culture, C’è chi ha ricordato come, ad esempio, l’ebraismo sia stato arricchito da altre fedi, filosofie: “il misticismo ebraico ha tracce di religioni orientali, del sufismo”.

Quando il dialogo interreligioso diventa realtà

Dall’altura di Mar Musa a Torino rimbalza lo stesso appello: il dialogo è essenziale per il nostro pianeta, ci permette di incontrare, trovare quello che ci unisce, come i problemi della nostra epoca che non appartengono a nessuna comunità. Il richiamo a una nuova spiritualità che accomuna, che aiuta a capire l’altro nella sua alterità è riassunto in modo molto efficace da un detto africano: se vuoi andare in fretta viaggia da solo, se vuoi andare lontano viaggia in compagnia. Le parole di Padre Paolo Dall’Oglio e dei tanti testimoni sentiti a Torino lasciano un messaggio chiaro: solo una fede positiva che crede nella speranza, che supera le rivalità, aperta verso gli altri, scongiura nuove guerre di religione.



Stefanella Campana
(11/10/2008)


Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .

Quando il dialogo interreligioso diventa realtà
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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