Una voce di moderazione in una dittatura radicale

Una voce di moderazione in una dittatura radicaleÈ la voce di Abdel Halim, il cantante più adulato del mondo arabo, che si ode all'altro capo della linea quando si compone il numero di cellulare di Abdelmonem Mahmoud. Personalizzare non solo la suoneria del proprio telefonino ma anche la musica di attesa con gli ultimi successi della pop orientale, con vecchi brani dimenticati degli anni 60, con canzoni rock o reggae, con canti religiosi o addirittura il richiamo alla preghiera, è di moda in Egitto. Tutti lo fanno come segno di riconoscimento, un tratto della propria personalità che si desidera sottolineare con gli altri; e il fatto che uno tra i giovani membri dei Fratelli Musulmani più conosciuti sulla scena mediatica scelga, piuttosto che un'ode al Profeta, un inno all'amore leggendario tra gli Arabi, potrebbe destare stupore
In realtà, Abdelmonem Mahmoud è anche noto per le sue prese di posizione «radicalmente moderate» nei dibattiti sociali e politici che imperversano nella confraternita dei Fratelli Musulmani. Fa parte, come dice lui stesso, delle «voci riformatrici» presso la più importante e più popolare organizazione di opposizione politica in Egitto. Quando, qualche mese fa, i capigruppo dei Fratelli Musulmani, fra cui la guida suprema della confraternita, avevano dichiarato pubblicamente di rifiutare che l'Egitto fosse governato da un copto o da una donna, Abdelmonem Mahmoud si è schierato dalla parte di quelli che hanno espresso il loro disaccordo, perchè si trattava di posizioni «religiosamente ingiustificabili e antidemocratiche».
Questo giovane, che riceve negli uffici di uno dei più grandi giornali indipendenti El Doustour , presso il quale è segretario generale della redazione, non è un'eccezione nel pianeta dell'islamismo politico in Egitto e ancor meno è un corpo estraneo recentemente incorporato nei Fratelli Musulmani per una necessità di mediatizzazione positiva nella confraternita, come amano bollarlo i suoi detrattori. Abdelmonem Mahmoud è infatti caduto nel pentolone dei Fratelli Musulmani da piccolo, e ha iniziato a bere la pozione magica all'età di sei anni, ovvero quando ha iniziato ad andare in moschea. «Nè mio nè mia madre erano membri dei Fratelli Musulmani, del resto, nessuno della mia famiglia lo è a tutt'oggi, io lo sono diventato crescendo nella mia città natale Alessandria, una città conosciuta per il suo conversvatorismo, e andando alla moschea del mio quartiere che era proprio una moschea dei Fratelli Musulmani», dice Abdelmonem Mahmoud con voce calma, movenze impostate, seduto come un Buddha nel bel mezzo di una redazione chiassosa durante l'isteria dell'impaginazione finale . Figlio di un impiegato in fabbrica e di una casalinga, Abdelmonem Mahmoud è cresciuto parallelamente con i Fratelli Musulmani, «i Fratelli non sono, per me, soltanto un'attività partigiana, si tratta di uno stile di vita completo.» Eppure, questo giovane, che ha studiato legge e ha ottenuto in seguito un diploma di giornalismo, non immaginerà mai la sua vita professionale da un punto di vista partigiano: «in quanto giornalista, non mi interessa scrivere o lavorare nell'ambito di un organo mediatico dei Fratelli Musulmani. Qui a El Doustour, io sono un giornalista, e non un Fratello Musulmano».
Una voce di moderazione in una dittatura radicale
Abdelmonem Mahmoud
Appena ventottenne, Abdelmonem Mahmoud ha già alle sue spalle un itinerario militante corposo: arrestato più volte, è stato tre volte in carcere e torturato. La prima volta nel 2003, quando aveva 24 anni, è stato incarcerato per quattro mesi. La seconda volta nel 2006, per sei mesi. La terza detenzione, nel 2007, è durata 2 mesi. Da allora gli è stato vietato di viaggiare fuori dall'Egitto ed è stato respinto all'aereoporto del Cairo più volte; non ha così potuto assistere al di fuori dell'Egitto ad alcune riunioni di giornalisti che difendevano la libertà di stampa o partecipare ad attività contro la tortura.
La sua esperienza della tortura, la racconta a lungo nel suo blog, «Ana Ikhwan (Sono Fratello)» sotto al titolo «Ricordi delle torture del detenuto 25». Qui è certamente interessante notare come Mahmoud non sia stato torturato perchè si apprestava a commettere un attentato, perchè è stato coinvolto in una rete terroristica o perchè è stato trovato in possesso di armi. No, è stato torturato perchè faceva parte degli studenti egiziani che tentavano di organizzare manifestazioni di protesta contro l'invasione americana in Iraq nel 2003. Per 13 giorni, gettato in un una cella sotterranea, con le mani legate dietro la schiena, gli occhi bendati, è stato picchiato, con una quindicina di altri studenti, da dei carcerieri che volevano sapere i nomi degli altri studenti implicati nelle proteste anti-americane. Niente di nuovo sul fronte Egiziano, dove i Fratelli Musulmani si fanno torturare dai regimi che si susseguono da circa sei decenni; con la differenza, però, che negli anni '40, '50 e '60, i Fratelli Musulmani erano un movimento politico con un braccio armato che mirava a ribaltare il potere con la violenza e l'assassinio politico. Avevano commesso omicidi contro giudici, ufficiali di polizia e perfino primi ministri. Nel 1954, uno di loro aveva tentato di uccidere il presidente Gamal Abdel Nasser nel bel mezzo di un meeting pubblico senza riuscirci. Mentre venivano atrocemente torturati da Nasser, i Fratelli Musulmani pagavano il prezzo che gli faceva pagare un dittatore sanguinario furioso di essere stato il bersaglio di un attentato.
La rinuncia definitiva alla violenza da parte dei Fratelli Musulmani risale a quegli anni. Oggi, chiunque abbia giudizio non li può accusare del contrario. Molta strada è stata fatta per una moderazione politica durevole e apprezzabile tra i Fratelli dei tempi di Nasser e i Fratelli dei tempi di Hosni Moubarak. Ma l'apparato della polizia del regime continua a imprigionare e torturare allegramente. Quando non ha oppositori politici da maltrattare, se la prende con la gente comune, più precisamente con la povera gente. Sul blog di Abdelmonem Mahmoud è possibile vedere un video dove fornisce la sua testimonianza a dei militanti anti-tortura. Dettaglio interessante: accanto a lui, le altre vittime venute a testimoniare non hanno mai fatto politica in vita loro.

* Questo articolo fa parte di serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.

Daikha Dridi
(19/07/2008)

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