Centro interculturale Alma Mater

Quando si entra nel grande spazio del centro interculturale delle donne Alma Mater, una ex scuola di mille metri quadrati, si rimane subito colpiti dai colori vivaci dei vari locali che ben si legano al melting pot di umanità femminile presente che con abiti etnici e non, pelle scura e non, velo e non velo, inflessioni linguistiche varie fanno capire che si è entrati in un luogo molto speciale, per ora ancora l’unico in Italia. La sua è una storia che inizia l’8 marzo del 1990 in un incontro internazionale organizzato dalla Regione Piemonte dove Sued, battagliera sociologa marocchina, propone un centro per donne immigrate gestito da donne straniere. Un progetto ambizioso che richiederà tre anni di gestazione e il coinvolgimento di straniere, donne del movimento femminista torinese e delle istituzioni (in particolare della Centro interculturale Alma MaterCommissione Pari Opportunità della Regione) in un mix di vivaci e spesso contrastanti riflessioni, “analisi di genere” sulla politica del welfare italiano, ricerca di alleanze, aggiustamenti, burocrazia da superare con molta fantasia ed entusiasmo….
“Si voleva uscire dalla logica dell’emergenza, rompere gli stereotipi, migranti miserevoli e bisognose di assistenza anzichè meritevoli e con competenze”, ricorda Marité Calloni, tra i suoi impegni quello attuale con le rifugiate e una delle protagoniste di questa incredibile avventura che associa, in una prospettiva comune di cambiamento, native e non.
Il contesto è la legge Martelli che regolarizza gli/le immigrati/e, stanzia fondi per accoglienza e sanità. Il riferimento istituzionale è il Comune di Torino che si preoccupa dell’assistenza.. Sono gli anni in cui la città comincia a conoscere una forte presenza femminile di immigrate, ma i servizi e le pratiche sociali sono totalmente maschili. Nel periodo che precede l’apertura del Centro (18 dicembre 1993) si costruiscono “mattoni” importanti, come un corso di 500 ore per “mediatrici culturali” a cui spetterà il compito di accoglienza nel Centro: mediazione come pratica delle differenze e come impresa produttrice di reddito.Viene messo a fuoco subito un aspetto importante: il lavoro verrà retribuito solo alle donne straniere mentre le italiane non riceveranno compensi economici poiché il loro è un impegno politico. Tra le tante iniziative, anche un progetto per sostenere la microimprenditorialità femminile; si organizza uno “spazio bimbi”, un primo laboratorio di sartoria con la somala Kim e l’italiana Loriana; servizio di ristorazione; Almateatro, formato da diciotto donne provenienti da tredici Paesi per sperimentare il linguaggio teatrale come mezzo per comunicare e socializzare; presenza di mediatrici culturali di lingua araba nei servizi materno-infantili presso due consultori e l’ospedale Sant’Anna. Un aiuto e riconoscimento molto importante arriva con un progetto finanziato dal ministero della Solidarietà sociale (ministro Livia Turco).

Se si ripercorre la vita di Alma Mater – che verrà gestito dall’associazione Alma Terra, socie fondatrici 15 straniere e 9 italiane, presidente Sued (mancata due anni fa tragicamente in un incidente, lasciando un grande vuoto) - si scopre una ricchezza incredibile di iniziative. Si susseguono dibattiti culturali, spettacoli, incontri, cene solidali, convegni, mercatini, stage sul lavoro di cura, iniziative di solidarietà come ad esempio l’accoglienza di 15 giovani algerine figlie o sorelle vittime del terrorismo. E, soprattutto, mediazione culturale, il pilastro portante del Centro rivolto a tutte le donne, migranti e native, che in modo diretto o attraverso una segnalazione istituzionale o un’amica cercano una risposta a un bisogno o vogliono entrare in relazione con altre donne e con la realtà locale, proporre iniziative ed azioni. Il Centro sostiene le migranti nei loro percorsi di autonomia e inserimento sociale. Vi arrivano donne che dormono nei centri di prima accoglienza, donne prive di reti familiari e amicali che vivono quindi in estrema solitudine il proprio percorso migratorio, donne inserite nei progetti di protezione sociale. E non solo.
Ma è il lavoro, la richiesta di gran lunga prevalente da parte delle donne che arrivano al Centro, con la consapevolezza che è fondamentale per la propria autonomia, realizzazione di sé e promozione sociale. L’Associazione le aiuta ad orientarsi nel mondo del lavoro, promuove il riconoscimento delle loro competenze e livelli di istruzione, ma anche a superare barriere e stereotipi che le vuole relegate solo in ruoli di cura e domestici. Proprio grazie a un progetto, diverse straniere riuscirannoo a lavorare in banca e in centri commerciali. Prezioso il micronido che si rivolge a famiglie straniere e italiane, luogo di socializzazione, di confronto tra le diverse culture, di incontro e gioco per bimbi e bimbe, mamme e papà. Vi lavorano due educatrici, una nativa e una migrante, aiutano anche volontarie. “Anche se il lavoro è sovrumano, l’aiuto che si dà a queste mamme ti compensa; è belllo vedere anche i bambini che non hanno nessuna difficoltà di razza, colore”. Fiore all’occhiello del Centro, l’apertura dell’Hammam nel ’94, il primo in Italia (ora in fase di ristrutturazione e miglioramento): curiosità e successo assicurati. Non stupisce che Alma Mater abbia una risonanza internazionale (ne parlò a suo tempo anche il prestigioso “Le Monde”) e sia un centro dove arrivano pure studiose, documentaristi e stagiste.
"Oggi Alma Mater è diventata un'impresa impegnativa”, dice Laura Scagliotti, da sempre la responsabile amministrativa “a titolo di puro volontariato. Un'esperienza che mi ha cambiato la vita, mi ha coinvolta, appassionata, ma molto impegnativa perchè la burocrazia ti uccide”. Per un anno e mezzo Laura ha gestito anche un progetto per diffondere in Piemonte l’eccezionale e per ora unica esperienza - un cruccio per tutte - di Alma Mater. Dopo un lavoro nell'ufficio legale di una grande azienda tessile, giovane prepensionata a 50 anni, socia fondatrice del Centro, Laura tiene da sempre i rapporti con i vari enti e ha la responsabilità organizzativa e finanziaria dei progetti; è aiutata da 3-4 donne ma è lei la testa di tutto: "E’ ora che ‘crescano’ altre, col direttivo stiamo ragionando su come distribuire i compiti ora accentrati su di me". Un impegno preso molto a cuore da Ornella Allocco, vice presidente votata dall'assemblea formata da 200 socie (Nadia, marocchina, è l'altra vice presidente, presidente la montenegrina Vesna Scepanovic; le cariche turnano e durano due anni). Ornella ha lavorato per 10 anni nel gruppo lavoro dell'associazione. "Secondo molte migranti le socie fondatrici hanno troppo potere...non mancano i conflitti e non è un problema di nazionalità, piuttosto dalle storie diverse tra chi è stata socia fondatrice, italiana e migrante, donne migranti non fondatrici e chi non è nè l'una nè l'altra, come nel mio caso". Il suo impegno è dar vita a nuovi progetti, suddividere meglio compiti e responsabilità. “Le non native hanno più spazi in ruoli dirigenziali, da sempre la presidente è straniera ma la discussione è aperta se questo è giusto oppure no”, aggiunge Marité Calloni.
Centro interculturale Alma MaterTutte ripetono che il momento è difficile dal punto di vista economico, con Comune, Provincia e Regione dai bilanci in “sofferenza”. Il Centro si regge infatti su progetti finanziati dagli enti pubblici e quelli su bandi europei. Un aiuto cospicuo arriva dalla Fondazione San Paolo, centomila euro, che servono per la gestione dei servizi interni. Tra questi, la segreteria, dove incontro la somala Zahra; ha un viso dolce e sembra giovanissima e invece scopro che è già nonna e madre di otto figli. Arrivata nel 2000 a Torino per ricongiungimento familiare, ha alle spalle una storia travagliata A Mogadiscio studia in scuole italiane, poi sposata a un colonnello. Quando scoppia la guerra nel ‘91 ha già 5 figli e aspetta il sesto. “Dopo 4 anni di guerra civile e con 8 figli ho cercato di arrivare in Europa dopo molte peripezie, tra cui comprare i visti dai signori della guerra, l’unica modo per espatriare". in Italia fa la badante, la colf, il marito va a raccogliere la frutta.
Prima di arrivare in Italia Zahra aveva lavorato per le Nazioni Unite come responsabile di accoglienza delle persone colpite dalla guerra. “Volevo continuare il mio impegno per gli altri e così sono arrivata all'Alma Mater: tre mesi di volontariato utili anche per conoscere il territorio dove mi trovavo”. Nel 2001 segue un corso di mediazione culturale e di formazione per l’inserimento lavorativo. “Per me Alma Mater è la seconda casa, è uno specchio in cui ti puoi misurare con tante persone diverse, un luogo di grande solidarietà: quando finalmente sono riuscita a far arrivare anche i miei figli hanno organizzato una serata per raccogliere soldi per aiutarmi. Per molte straniere è un trampolino che dà la spinta giusta per avere coraggio e andare avanti. Ci vogliamo bene anche se a volte si bisticcia”. Zahra è stata consigliera nel direttivo per 4 anni, ora segue il progetto sulle vittime della tratta. “Vivendo all'Alma Mater - aggiunge - si capiscono molte cose, ad esempio molte immigrate pensano di non trovare lavoro perché discriminate in quanto straniere e non sanno che è un problema di tutti, anche degli italiani. Qui molte italiane hanno dato saperi, tempo, soldi, qui è nata la mediazione interculturale. Ci chiamano dal tribunale, dalle scuole perchè noi siamo aggiornate, preparate sui temi dell’immigrazione".

Le attività di Alma Mater sono tante, concrete e impegnative: mediazione interculturale, orientamento lavoro, lezioni di italiano, micronido, misure alternative al carcere, accoglienza diurna di immigrate, aiuto alle vittime della tratta e alle rifugiate, gestione di tre alloggi per le vittime della violenza, progetti su maternità e salute, Alma Teatro, Centro di Documentazione …. Importante il ruolo del consultorio giuridico che funziona prevalentemente sul diritto di famiglia. E’ stato avviato fin dal 1994 per iniziativa della socia Saida che in Somalia aveva studiato giurisprudenza e superato un dottorato in Italia, con competenze quindi del diritto islamico e italiano. “I problemi sono di notevole complessità sia giuridica che psicologica e sociale – spiega Saida, che è stata anche vice presidente di Alma Mater – Se per una italiana è difficile uscire da una crisi matrimoniale, figuriamoci per una straniera che fa parte di una famiglia allargata….Molte straniere non hanno i matrimoni trascritti in Italia per cui vengono, parliamo per ore ma non si può accedere all’autorità giudiziaria e questo crea problemi e frustrazioni. La maggioranza non ha alcuna idea di come funzionano le cose in Italia…non sanno che possono fare una denuncia, che hanno dei diritti civili. Ho accompagnato delle donne al tribunale dei minori per fare ricorso per l’affidamento”. Molte le situazioni critiche di matrimoni misti e anche richieste di consulenza sulla legge dell’immigrazione
Cos'è cambiato nel tempo? "Direi che è tutto uguale perchè le finalità sono sempre le stesse: scambio, accoglienza, pari opportunità, ma in realtà è cambiato tutto: leggi, governo..noi siamo una carta assorbente. Le migranti con noi da quindici anni sono cresciute tantissimo: ora hanno un’ottima conoscenza delle istituzioni, un’informazione più generale del territorio, e in questo sono più brave delle italiane; di questa conoscenza ne hanno fatto tesoro – spiega Marité Calloni - Mentre nei primi tempi loro ci aiutavano a conoscere il mondo dell'immigrazione, noi invece le informavamo su leggi, costumi e persone. Ora i ruoli si sono invertiti: noi conosciamo di più e meglio il mondo dell'immigrazione, loro le leggi, il territorio…. E tutto questo grazie all'iterazione, cioè l’aver interagito in azioni. L'obiettivo è comunque sempre quello: le pari opportunità tra native e migranti. Il bilancio è molto positivo”.

* Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.

Stefanella Campana
(11/09/2008)

Centro interculturale Alma Mater
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 

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