Vittorio Arrigoni, uno di loro

“È difficile essere portatori di speranza”: questo scriveva Alexander Langer, pensatore verde e costruttore di pace tragicamente scomparso circa sedici anni fa in seguito ad un atto suicida, un uomo che sofferse terribilmente delle ferite delle guerre di sterminio etnico che colpirono l’ex-Yugoslavia. Vittorio Arrigoni era un portatore di speranza, morto questa volta per mano omicida, nel quale si è materializzato tutto il senso della difficoltà di affrontare con il proprio corpo ed il proprio pensiero le pratiche di guerra, oppressione e segregazione di matrice etnica.
Vittorio Arrigoni, uno di loro
Funerali di Vittorio Arrigoni a Gaza

Fui probabilmente uno dei primi a venire a sapere della sua morte, alle primissime ore di venerdì 15 aprile all’aeroporto del Cairo, quando per caso aprii il sito web di Al Jazeera. L’amico e collega Maher Essa, direttore dell’istituto Civitas, mi avrebbe scritto da Gaza qualche ora più tardi per trasmettermi la rabbia e il cordoglio dei palestinesi, e per raccontarmi che Vittorio Arrigoni era passato un paio di giorni prima alla galleria Al Balad per chiedergli un suggerimento sul nome da dare alla barca che stava per completare, e che avrebbe permesso ai pescatori locali di spingersi più al largo per cercare di sfamare le famiglie palestinesi. Mi piacerebbe che quella barca possa presto essere calata in mare, questo dirò a Maher, e che porti il nome seguente: “Uno di loro”. È per me questo il miglior complimento per un giovane uomo che ha dato la vita per un popolo a cui non apparteneva, ed una terra in cui non era nato. Occuparsi di chi non appartiene alla tua storia ed alla tua gente è la più grande forma di umanità che si possa concepire, ed è questa la ragione che ha aizzato certi benpensanti italiani nei giorni immediatamente successivi alla sua morte a sostenere che essere dalla parte degli oppressi significhi andarsi a cercare dei guai, o che penetrare in culture ritenute lontane da quella occidentale significhi meritarsi una fine miserevole. In Italia, molte case politiche o scuole di pensiero predicano con sempre maggior disprezzo la diffidenza o il rifiuto dell’altro, che sia nordafricano, nero, musulmano o rifugiato politico. “Loro” sono da respingere, isolare, criminalizzare o semplicemente ignorare. Arrigoni, invece, scegliendo come sua casa quella maledetta striscia di terra stretta tra Israele ed Egitto e come suoi vicini una comunità araba sorvegliata da mare, terra e cielo, ha dimostrato che gli italiani – invece di essere derisi per il degrado delle proprie istituzioni, la futilità dei suoi simboli di successo o le faccende personali del suo capo di governo - possono essere amati perché sanno stare “con”, “a fianco” e “per” chi è considerato diverso, lontano e perdente.

Arrigoni ha fatto prova della stessa forza morale dei giovani di quella regione, di Sidi Bouzid e Tunisi, Cairo ed Alessandria, Sanaa e Latakia, Benghazi e Manama, i quali sono disposti a dare la vita per la libertà; una forza morale che viene dal rispetto dell’esempio, dal coraggio del sacrificio e dalla sacralità del martirio. Sono questi valori che faranno accapponare la pelle a chi tra noi della riva settentrionale del Mediterraneo vorrebbe ascriverli a arma esclusiva dei cattivi maestri del fanatismo islamico e del terrorismo antiliberale. Quello che è successo ad Arrigoni dimostra invece che per quei valori si può morire proprio per mano del fanatismo islamico, come i giovani rivoluzionari arabi sono morti in questi mesi per mano di regimi autoritari apprezzati o tollerati dall’Occidente liberale, rimettendo così in discussione molte nostre false convinzioni.

Proprio mentre celebriamo i 150 anni dell’Unità d’Italia, svanisce giorno dopo giorno per molti italiani il rispetto del martirio e del sacrificio, gesta che fecero la Penisola unita. Ci dicono: pensate a voi stessi ed ai vostri capitali, difendetevi da chi sta peggio di voi, godete dei vostri privilegi – e mentre dicono questo non si rendono conto che stanno oltraggiando l’insegnamento dei fondatori della patria, dei Martiri di Belfiore, dei giovani patrioti di Solferino e San Martino, delle Camicie rosse di Garibaldi. Vittorio Arrigoni è il miglior esempio del Risorgimento italiano contemporaneo, di un uomo che aveva capito che le frontiere da difendere non sono più quelle tra Regno d’Italia ed Impero austriaco, né quelle che delimitano le acque territoriali al largo di Lampedusa, bensì quelle tra tra libertà ed oppressione, tra fratellanza e disprezzo razziale, tra giustizia sociale e speculazione. E di un uomo che ha purificato e ridato lucentezza all’orgoglio nazionale, liberandolo degli orpelli che vorrebbero ridurre quest’orgoglio a un sentimento effimero legato alle passioni calcistiche, al Made in Italy, o alle parate dell’aviazione militare. Essere “uno di loro” è il modo più nobile di essere italiani oggi, come lo dimostrano i connazionali medici che stanno a Misurata, i soldati che stanno nel Libano meridionale, i missionari che vivono nelle periferie latinoamericane, i cooperanti nelle zone di conflitto del continente africano, o i volontari e gli amministratori che rendono meno doloroso l’esilio di molti extra-comunitari, giunti nelle nostre città per ragioni economiche, politiche o ambientali.

Alexander Langer, prima di togliere il disturbo, scrisse su un pezzo di carta: “Continuate in ciò che è giusto”. Continuamo dunque in ciò che è giusto, anche ora che Vittorio ha raggiunto altri martiri, vittime e perdenti, onorando nel migliore dei modi il nostro Paese. Uno di loro.


Gianluca Solera
(19/04/2011)

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