Tunisia, vigilanza e fierezza

 

Jalel el-Gharbi insegna all’università La Manouba di Tunisi ed è corrispondente del sito babelmed.net. Affida a L’Orient Le Jour la sua testimonianza, racconto di una rivoluzione vissuta in prima persona.

Tunisia, vigilanza e fierezza Venerdì 14 gennaio . I tunisini rovesciano il regime di Ben Ali. Meno di un mese prima, Mohammad Bouazizi si immolava nel fuoco per protestare contro la disoccupazione e l’aggressione subita della polizia municipale. Nessuno sospettava che questo fuoco avrebbe consumato il “trono” presidenziale. Nemmeno le ambasciate straniere avevano visto arrivare la tempesta che avrebbe travolto Ben Ali.

Eppure, i tunisini erano esasperati dalla corruzione della “famiglia”, vera mafiosa come ha sottolineato un rapporto di Wikileaks. In un paese in cui la ricchezza non esiste, i fasti della “famiglia” e la sua corruzione indignavano una popolazione piegata dalla crisi.

Ben Ali per affrontare il suo popolo aveva a disposizione un corpo di polizia composto da circa 150mila uomini ai quali ha aggiunto i 20mila della guardia nazionale (gendarmeria) e gli altri tremila della guardia presidenziale. Ben Ali pensava di poter disporre anche dei 35mila soldati dell’esercito. Ma l’esercito, anche se non ha sostenuto la rivoluzione, si è rifiutato di sparare sulla folla, e ha anche protetto i manifestanti.
La sera del 14 gennaio, Tunisi non festeggia la sua rivoluzione. Mentre Ben Ali sorvola il Mediterraneo in cerca di asilo, degli spari rimbombano nella città e vengono subito identificate le prime vittime. Si verificano atti di vandalismo e saccheggio. Si preannuncia una notte da incubo.
Alcuni uomini a volto coperto, travestiti da poliziotti o portantini dell’ambulanza, sparano per seminare il panico. Si spostano in auto in affitto, riconoscibili dalle loro targhe blu, e anche su ambulanze. Saccheggiano e devastano tutto, negozi, uffici, perfino ospedali. Aggrediscono i cittadini. La gente fa appello alla televisione che per l’occasione si trasforma in centrale operativa indicando i punti dove è più urgente intervenire e inoltrando le chiamate di aiuto. I militari rispondono a tutti gli appelli. Il mio vicino è entusiasta: “Sono eccezionali!”.

È presto chiaro che queste violenze non riguardano solo Tunisi, tutto il paese è coinvolto. Anche i più lontani villaggi sono terrorizzati.
Per l’esercito, abbiamo davanti il nemico peggiore: quello senza volto.
Molto rapidamente, i cittadini si organizzano in comitati per difendere i loro quartieri. Questi gruppi collaborano tra loro e si scambiano informazioni. Le donne sono sui tetti, vedette della rivoluzione. Offrono caffè ai soldati e ai membri dei comitati. L’amabilità, la professionalità dei soldati sono commoventi. Ma le persone sono terrorizzate. Mohammad è uno studente universitario, concluderà brillantemente il suo corso di studi. È in strada insieme agli altri. Racconta: “Il nostro comitato di quartiere ha bloccato un’ambulanza per controllarla e non ci ha trovato nulla. Ma quella che ci è capitata non aveva proprio niente (né materiale medico né barelle)”. Poche ore dopo, l’esercito ferma delle false ambulanze.

A Tunisi, non siamo affatto abituati agli spari, e soprattutto agli spari ciechi. Olfa, che abita nella periferia di Tunisi, racconta: “In vita mia, non avrei mai creduto che ci sarebbe stato un giorno, in Tunisia, in cui il rumore delle pallottole avrebbe rimbombato la notte e il giorno, in cui dei miliziani travestiti e armati avrebbero sparato a giovani che vegliano ogni notte sul loro quartiere, nascosti dentro false ambulanze o su motociclette mascherati da poliziotti o militari per ingannare la popolazione. E a questo dobbiamo aggiungere le bande di semplici ladruncoli e i negozi chiusi. Non c’è quasi più nulla da comprare, mi domando cosa sarà di noi se la situazione non cambierà”. Dalla mia amica, delle bande hanno attaccato le abitazioni della città Asaha all’Ariana. Gli uomini si sono difesi con i pochi mezzi a disposizione. Le donne, gettando bottiglie e quello che trovavano dalle finestre.
In questa Tunisi che non ha il cuore di festeggiare la caduta della dittatura, un uomo vuole ancora festeggiare. Nella notte rosso sangue di via Habib Bourguiba, quest’uomo completamente ebbro di libertà grida:

Voi tunisini esiliati
voi tunisini detenuti
voi tunisini torturati
coi tunisini oppressi
voi tunisini perseguitati
voi tunisini spogliati
respirate la libertà
Il popolo tunisino ci ha regalato la libertà
Viva il popolo tunisino!


I primi arresti rivelano in modo inconfutabile l’identità di coloro che hanno impedito ai tunisini di festeggiare questo 14 gennaio. “Alcuni poliziotti” sono stati filmati a più riprese mentre saccheggiavano e sparavano sulla gente.

Tunisia, vigilanza e fierezza
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15 gennaio . L’esercito interviene con forza e professionalità. Ovunque, dei miliziani vengono fermati. Dovevano esser protetti dall’ira della popolazione. Un ufficiale che ha chiesto di restare anonimo mi ha confidato “grazie ai cittadini, abbiamo potuto fermare un gran numero di miliziani. Scoveremo anche gli altri”.

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Mentre scrivo questo testo, mi tornano in mente alcuni echi degli arresti che hanno avuto luogo. Ali Sériati, direttore della guarda presidenziale, dovrà rispondere davanti alla Procura della Repubblica per alcuni delitti di enorme gravità. L'ex-ministro dell’interno ha avuto la fortuna di esser fermato dall’esercito perché la popolazione l’avrebbe linciato.
Malgrado la povertà, nelle città e nei villaggi del paese sembriamo ottimisti. Sembra quasi che ricostruire il paese sia più facile che aver sradicato la piovra. Un ricercatore di parassitologia, come la maggior parte dei tunisini esprime la sua fierezza: “non mi sono mai sentito così fiero di esser tunisino. Ogni volta che ci penso mi vengono le lacrime agli occhi”.

Sembra che il paese di Cartagine abbia definitivamente chiuso con la dittatura. Oggi, al mercato dell’Ariana, i negozi hanno riaperto. Le persone sono molto più gentili di prima. Gli automobilisti hanno l’aria meno aggressiva. Sarà questo l’effetto di questo vento democratico? Siamo tutti più solidali: a Manouba, la gente fa tranquillamente la fila davanti al forno. Nessuna corsa. All'Ariana, gli abitanti hanno fatto una colletta e hanno affittato un camion per portar via la spazzatura. Altrove, la gente cancella le tracce della violenza. E già si pensa al domani. “Bisogna che questo accada ovunque ci siano dei dittatori nel mondo arabo”, dice Amor, un informatico.

 


 

Jalel el-Gharbi
(17/01/2011)
http://jalelelgharbipoesie.blogspot.com/
Traduzione dal francese di Federica Araco
 

 

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