Cronaca di una morte annunciata

 

In tutto il paese per settimane centinaia di giovani, laureati disoccupati, liceali, studenti universitari e cittadini di tutte le età sono scesi in strada per manifestare contro il carovita, la corruzione dilagante e la totale assenza di prospettive per il futuro. Chiedendo a un governo repressivo e sordo ai bisogni dei suoi cittadini “lavoro e dignità”.
Cronaca di una morte annunciata
Le proteste sono scoppiate il 17 dicembre a Sidi Bouzid, quando Mohamed Bouazizi, un laureato disoccupato di 26 anni, si è dato fuoco davanti alla sede della prefettura per protestare contro la confisca del suo banchetto abusivo di frutta e verdura da parte della polizia. Il tentato suicidio (il giovane morirà il 4 gennaio) ha commosso l’opinione pubblica del paese e la durezza della repressione dei primi cortei sorti spontaneamente dopo l’episodio ha alimentato il sentimento di rabbia e impotenza tra la popolazione. Il 24 dicembre due persone sono morte durante i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Menzel Bouzaiane, nella regione centrale. Poliziotti in assetto antisommossa non hanno esitato a sparare sulla folla lanciando gas lacrimogeni sui cortei formati per la maggior parte da liceali, universitari e giovani laureati disoccupati. Slogan ostili al potere assoluto del presidente Ben Ali hanno infiammato le strade e le piazze di Sidi Bouzid, Menzel Bouzayane, Gafsa Zar, Chebba, Thala e Kasserine. A Cartagine un corteo di studenti ha sfilato spingendosi fino alle mura del palazzo presidenziale. Per la prima volta nella storia del paese, corruzione e nepotismo sono stati denunciati ad alta voce da un popolo oppresso e sfruttato, paralizzato dalla mancanza di lavoro (il tasso di disoccupazione dei giovani laureati è del 35%) e dalla sfiducia nel potere. Lo Stato, come sempre, ha represso le sommosse con la forza. In numerose località l’intervento armato della polizia ha causato la morte di decine di ragazzi.
Il 6 gennaio un cinquantenne disoccupato, padre di due giovani laureati anche loro senza lavoro, si è impiccato a Chebba, alimentando un’altra ondata di proteste. Il 10 gennaio, una manifestazione studentesca ha raggiunto il centro di Tunisi, subito soffocata dall’intervento delle forze dell’ordine. La stessa sera, il Presidente ha annunciato la chiusura di scuole e università. Nel suo messaggio alla nazione Ben Ali ha accusato i manifestanti di “atti di terrorismo”, denunciando “ingerenze estere” nel movimento. E, nel tentativo di calmare le proteste, ha promesso di creare 300mila nuovi posti di lavoro entro il 2012.


L’11 gennaio la rivolta si è spinta fino alla periferia della capitale, dove il governo ha schierato l’esercito. A Sidi Bouzid, un altro laureato disoccupato, di 23 anni, si è buttato sui cavi dell’alta tensione, morendo sul colpo. L’esasperazione della popolazione tunisina ha raggiunto livelli paralizzanti, ma i mezzi di informazione ufficiali hanno continuato a non parlarne.

Con un tragico bilancio di 78 morti e 94 feriti, secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno Fria Ahmed, la cosiddetta “rivolta del pane” ha portato i suoi frutti, rivelandosi come una sommossa ben più profonda per la democrazia e i diritti.
Il 14 gennaio, dopo l’ennesima manifestazione a Tunisi nella quale centinaia di persone chiedevano a gran voce le sue immediate dimissioni, Ben Ali ha lasciato il governo, volando con la moglie in Arabia Saudita in cerca di asilo politico.
Il dittatore che per 23 anni è stato il pilastro della politica estera statunitense nel Maghreb è caduto, abbattuto dal disprezzo e dalla rabbia di un popolo troppo a lungo represso, sfruttato, costretto al silenzio e all’immobilità economica e sociale.

Gli eventi di Tunisi portano un grande insegnamento per l’opinione pubblica del mondo arabo, che acclama all’unisono la caduta del tiranno denunciando “il fallimento del modello tunisino, democratico solo in apparenza”. E potrebbero essere un pericoloso precedente per le altre dittature della regione, che già temono che per emulazione possano scatenarsi disagi e sommosse anche in altri paesi. La Lega Araba ha chiesto alle forze politiche e alle autorità tunisine “di rimanere unite per il bene del popolo e per realizzare la pace civile” e il presidente egiziano Mubarak, altro pilastro filo-americano nel Mediterraneo, pur rispettando le scelte del popolo, si augura che il paese maghrebino non cada nel caos.

In altri paesi della regione sono nate manifestazioni spontanee davanti alle ambasciate tunisine. Il 14 gennaio al Cairo decine di egiziani hanno festeggiato “la caduta del dittatore” e il 15 a Sanaa, capitale dello Yemen, un corteo di studenti invitava i popoli arabi a insorgere contro i loro governi.
Nello stesso giorno, ad Amman, in Giordania, i sindacati hanno organizzato un raduno contro il carovita davanti alla sede diplomatica tunisina.
Lo slogan dei manifestanti era “La rivoluzione di Tunisi è pronta a diffondersi”.

 


Federica Araco
(18/01/2011)

 

 

 

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