Intervista a Mohamed Darif

Intervista a Mohamed Darif
Mohamed Darif

 

Perché la maggior parte dei giovani marocchini si disinteressa alla politica?
Per molte ragioni. Prima di tutto c’è un fattore culturale. La cultura marocchina, che fa parte del mondo arabo-islamico, ritiene che la politica sia una cosa per anziani. La gestione della cosa pubblica richiede competenze che di solito hanno le persone più avanti negli anni: l’età è legata al sapere e al saper fare. Da questa convinzione deriva il termine cheikh : capo tribù, o anche saggio. I giovani sono esclusi. Il secondo aspetto è legato alla simbologia ancora recente di questo termine in ambito politico. Sentiamo ancora persone ripetere che “la politica finisce in prigione”. Durante gli anni ’60, ’70 e ’80, coloro che si dedicavano alla politica erano considerati oppositori del regime. Questa è l’eredità della sinistra marocchina. Buona parte dei giovani si allontana dalla politica perché ha paura. Ma c’è un altro fattore, legato al funzionamento dei partiti politici in Marocco che, spesso, contribuiscono ad allontanare i giovani perché a capo degli schieramenti ci sono solo persone anziane. D’altronde, nel nostro Paese i rappresentanti dei giovani all’interno dei partiti hanno più di 50 anni! Inoltre c’è un aspetto legato alla militanza politica. Nelle democrazie occidentali, la politica è un mezzo di promozione sociale. Da noi no. Infine, dobbiamo considerare la realtà dell’università marocchina. Durante gli anni ’60, ’70 e ’80, avevamo il sindacato degli studenti, l’Unione nazionale degli studenti marocchini (UNEM), che era molto forte ed era anche, e soprattutto, una scuola di formazione politica per gli studenti. Oggi non esiste quasi più. C’è una specie di vuoto politico nelle università marocchine. E poi, in politica, oggi i burocrati contano più dei politici. Come nell’insegnamento: ci sono scuole private che hanno preso il posto dell’università pubblica.

Mohammed VI sembra essere il politico preferito dai giovani. Per quale ragione?
Non si può comparare l’incomparabile. Il re del Marocco ha una posizione costituzionale che lo colloca al di sopra di tutti gli altri. Questa idea dei giovani rispecchia le posizioni mediatiche e politiche nazionali. È una sorta di mimetismo. Tutte le critiche sul governo, il Parlamento, i partiti politici o le persone vicine al re scompaiono quando si parla di lui. Ma ci sono anche aspetti del re che affascinano i ragazzi: il suo lato disinvolto, le sue foto in jeans o sul suo jet. Senza dimenticare il fatto che lui è noto per essere il mecenate delle nuove forme di musica urbana: rap, fusion...

Perché, secondo lei, i giovani fanno confusione tra politica e associazionismo?
Mohammed VI tiene in grande considerazione la società civile. Numerose ONG marocchine sono state premiate dal re negli ultimi dieci anni. Poi c’è l’Iniziativa nazionale di sviluppo umano (INDH), un progetto concreto di collaborazione tra autorità locali e associazioni che coinvolgono molti giovani. I partiti politici hanno anche puntato sulle associazioni per presentare la loro candidatura alle elezioni. Da qui deriva la confusione tra i due settori. Alla fine, oggi, non c’è più un confine netto tra l’azione associativa e l’azione politica di parte.

Per i giovani la religione è un tabù. Perché?
Viviamo in un sistema politico dove tutti gli attori, tutte le correnti politiche si appigliano ai referenti religiosi. Anche chi reclama la propria laicità non è in grado di lanciare apertamente un dibattito sul ruolo della religione in politica. È un tabù per tutti. La società marocchina è conservatrice: la religione ha ancora un ruolo molto importante. La monarchia stessa si legittima con l’islam. Quando parliamo di giovani, bisogna prendere in considerazione i meccanismi della loro socializzazione: la famiglia e la scuola. All’interno di queste due realtà, i valori religiosi sono ancora molto presenti. I giovani non parlano di religione perché non sono abituati a farlo. L’islam è un tabù per l’intera società marocchina. Ma la cosa interessante è che ci sono molte contraddizioni tra l’idea di religione che hanno i giovani che vivono in città e i loro comportamenti quotidiani, il loro rapporto con il sesso, con l’alcol… Se per i giovani la religione appartiene alla sfera del sacro, del tabù, questa è una posizione spontanea, ereditata. Ma potrebbe anche essere un modo per evitare di andare a fondo e legittimare i loro comportamenti.

 


 

Hajar Chafai e Abou Ammar Tafnout
traduzione dal francese Federica Araco

 

Marzo 2010
 

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