La Spagna vista da Marta, Fran e Jordi

La Spagna vista da Marta, Fran e Jordi Barcellona. Nel bar della Radio, appena oltre la Rambla, a dispetto del nome campeggiano due grandi televisori. È domenica sera e le strade sono come sempre mezze deserte quando gioca il Barça. Fran e Jordi guardano di traverso il grande schermo, i giocatori blugranata non riescono a tener testa alla squadra avversaria. Marta, invece, è un fiume un piena. Discute di rivoluzione e rabbia: “Ho 22 anni, mi sono laureata in scienze politiche qui a Barcellona, dove sono nata. Sui libri ho studiato la politica istituzionale e ho capito che proprio non m’interessa. Credo nella politica, ma solo quella diretta, dove l’individuo ha voce in capitolo. Ormai da mesi parliamo in tutte le salse della crisi. Ma sono convinta che la violenza più grande la stia compiendo lo Stato che distrugge le istituzioni su cui si basava questa società. Il primo esempio che mi viene da fare è quello del sistema educativo, ridotto in un nulla attraverso la riforma Bologna. Adesso puoi avere anche 4 lauree e rimanere comunque disoccupato. Ma non ci avevano sempre detto che con i titoli arrivavi a realizzarti?”.
Fran e Jordi, vengono rispettivamente da Siviglia e Maiorca. Lavorano nel mondo del teatro e sono di poco più grandi di Marta. Fran ha 26 anni: “Sono tecnico luci da sei anni e non avevo mai visto tanta gente del mio settore in disoccupazione come in questi ultimi mesi. Ho sempre saputo di aver scelto un lavoro che difficilmente può dare stabilità. Ma ora le offerte di lavoro sono sempre più limitate. Tanto che i pochi che hanno un contratto a tempo determinato si guardano bene dal lasciarlo”.
Ormai le piroette senza fortuna degli eroi del Barça sono solo un sottofondo. Intorno al tavolo arriva il secondo giro di birre e la precarietà imposta dal mondo del lavoro fa parlare anche Jordi: “Io sono arrivato a 29 anni contento di quello che ho fatto fino ad ora. Ma credo di sentirmi così soprattutto perchè non mi sono omologato ad un sistema che non mi piace. Se lo avessi fatto non avrei dormito la notte”. Ma nello stesso tempo Jordi parla anche di impotenza: “Non lo nascondo. Fa paura la situazione in cui ci troviamo perchè quello che vedo ad esempio nel mio stesso settore del teatro è molto chiaro. Le grandi imprese multinazionali vanno avanti, tutti gli altri sono costretti a chiudere baracca”. Prima di diventare macchinista nel teatro, Jordi era disegnatore grafico. Un lavoro creativo per il quale diventava necessario lottare per cercare di emergere in un mercato in cui c’è poca richiesta: “Per me era impensabile entrare in una logica di guerra per sopravvivere. Infatti, per denunciare questo mondo di sfruttamento e aggressività avevamo creato un collettivo di artisti dal nome molto chiaro ‘La puta grafica’ . Il lavoro al teatro mi è sembrato più tagliato per me e per la mia anima..”. Fran, invece, non vuole parlare di paura: “Credo che alla fine ci siano sempre nuove strade da percorrere. La vita offre nuove opzioni possibili. Vero è che, quando ero studente a Siviglia, non potevo immaginare che da adulto mi sarei confrontato a questa assenza di futuro. Ma credo ancora che con coscienza si possano cambiare alcune cose. Ad esempio, nel mio settore occorre cercare di sindacalizzare i tecnici che non hanno un contratto preciso. Infatti, molti colleghi che sono disoccupati non riescono a ricevere il sussidio”. Però, allo stesso tempo, per Fran il lavoro è solo uno strumento per poi potersi realizzare con altro: “Nella Spagna di oggi occorre trovare l’ossigeno. Per me è la musica, le mie percussioni, i viaggi e la montagna. È necessario anche perchè lo stile di vita che ti impongono alcune realtà sono soffocanti. Barcellona è una di queste. Qui vivi per lavorare, è una macchina mangia-soldi. A Siviglia campi con poco…pochissimo. Puoi quasi vivere per la strada e stare bene. Perchè alla fine puoi vivere con pochi soldi”.
La Spagna vista da Marta, Fran e Jordi
Les Ramblas - Barcelone

È uno stile di vita che Marta, pur definendosi privilegiata perchè può scegliere, ha fatto. È quello che i giovani spagnoli chiamano “reciclage”: “Io, insieme ai miei coinquilini viviamo con 5 euro cadauno alla settimana. La nostra spesa la facciamo con gli alimenti che mercati e supermercati gettano perchè sono sul punto di scadere. Non s’immagina nemmeno quanta frutta e verdura ancora commestibile venga buttata in spazzatura. Noi arriviamo poco prima che finiscano nei bidoni. Non è sempre facile, perchè non tutti i commercianti approvano. Oltre a questo cerco di lavorare il meno possibile, due o tre ore al giorno, perchè preferisco occuparmi di cose più importanti che guadagnare. Faccio lavoretti che mi occupino poco per poi dedicarmi ad attività come l’impegno in un centro sociale, nell’università libera dove facciamo corsi o in uno studio di avvocati che difendono i migranti. È la mia risposta ad un mondo del lavoro corrotto dove credo che l’unica salvezza sia il lavoro di autogestione o quello in cooperative capaci di coinvolgere i cittadini”. Senza ostentare troppo, è evidente la lontananza di Madrid dal modo di pensare e soprattutto di agire dei giovani in Spagna. La politica segue i binari istituzionali. Nelle città, senza bisogno di enfasi, proseguono le occupazioni che diventano spazi sociali e di socialità, le associazioni in appoggio ai migranti, i laboratori creativi e i centri culturali come quello di Barcellona al quartiere di Poble Sec: “Lo abbiamo aperto per amore – dice Jordi – non è previsto nessun tipo di lucro e, se per caso a volte riusciamo a guadagnare, investiamo i soldi in una serata o nella struttura. Lo abbiamo aperto da un anno e mezzo senza finanziamenti pubblici e il risultato più importante per noi promotori è che si sia creata una famiglia intorno al centro che riesce a mantenere attiva la vita di quartiere. Non siamo un’isola felice. Diciamo che l’economia è l’economia ma noi siamo altra cosa”. Marta, malgrado le critiche al sistema educativo, precisa che il suo prossimo futuro lo vede ancora come studentessa: “Voglio studiare legge. Poi, con questo titolo, vediamo se riesco a far uscire gli immigrati rinchiusi nei Cie (Centri di ispezione ed espulsione). Ecco il mio obiettivo e il mio futuro nella Spagna moderna”.

Cristina Artoni
Mars 2010

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