Il teatro dietro le sbarre – “La parola ai giurati”

Il teatro dietro le sbarre – “La parola ai giurati”
Roumieh

 

 

Hanno rubato, violentato, spacciato, ucciso, alcuni con premeditazione. Sono condannati a qualche anno di galera, all’ergastolo o a morte. Sono 45, soprattutto libanesi, ma anche nigeriani e bengalesi. Fanno parte dei 4 500 prigionieri che “marciscono” a Roumieh, la principale prigione del Libano concepita in origine per 1 500 detenuti. Ogni sabato, per due mesi, questi 45 criminali escono dalla piccola sala di preghiera tra gli applausi. Fra quattro mura sbiadite, hanno tolto, per due ore, il loro abito da detenuti per indossare il costume teatrale. In queste due ore si sono messi nei panni di teatranti e si sono esibiti davanti ad un centinaio di spettatori venuti da “fuori”. Questi 45 detenuti partecipano alla prima esperienza di arte-terapia riabilitativa nel medio oriente, che utilizza l’arte drammatica al fine di raggiungere obiettivi terapeutici. Alcuni ballano, altri cantano, ma il cuore dello spettacolo è “Dodici Libanesi in collera”, un adattamento teatrale dell’opera di Reginald Rose, riadattata sul grande schermo con il titolo “La parola ai giurati” da Sydney Lumet nel 1957. Dodici giurati devono pronunciarsi sulla colpevolezza d’un giovane uomo accusato dell’omicidio di suo padre. All’inizio, undici di loro lo credono colpevole, ma il dodicesimo dubita e farà cambiare idea a tutti gli altri. Far passare la drammaturgia dietro le sbarre non è stata una cosa facile. “Abbiamo dovuto ottenere ben 22 autorizzazioni” evidenzia Marie Ghantous, presidentessa dell’associazione per la difesa dei diritti e delle libertà (ADDL), che ha preso in carica questo progetto finanziato dall’Unione Europea. “Ci sono molti problemi di sicurezza in questa prigione. Oggi, gli spettatori entrano con facilità per assistere alle rappresentazioni. Ma è il risultato di mesi e mesi di lavoro”, aggiunge. Quando tutti i semafori sono passati al verde, nell’estate 2006, si è dovuto aspettare ancora un anno e mezzo, a causa dell’instabilità nazionale, prima che Zeina Daccache, arte-terapeuta libanese, potesse effettivamente cominciare l’operazione di reclutamento. “Quando abbiamo finalmente potuto iniziare il lavoro, ho preso un megafono e ho urlato nella prigione per poter informare i detenuti che avremmo preparato un lavoro teatrale, e che le persone interessate dovevano riempire un formulario” spiega la giovane donna di 31 anni. Su 4 500 prigionieri a Roumieh, 200 hanno risposto positivamente. Dopo numerosi stages, 45 di questi sono stati confermati. Questi detenuti, oltre alla preparazione dello spettacolo, hanno partecipato a sessioni terapeutiche sotto la direzione di Zeina. Prima dell’ultima rappresentazione, messa in scena a fine marzo, a conclusione dell’esperienza, la giovane arte-terapeuta aveva già fatto alcune considerazioni. “All’inizio, ogni detenuto voleva essere il capo del gruppo. Era il caos. Con il tempo, la situazione si è calmata: hanno imparato che non si può avanzare senza ascolto dell’altro e senza rispetto reciproco” aggiunge. “All’inizio, erano tremendi, molto violenti. Oggi sono delle persone diverse”, aggiunge Marie Ghantous. Infatti, dalla scomoda pedana installata per gli spettatori, dove la prima fila si trova a qualche centimetro dal palco, si tende a dimenticare che questi “giurati” che dibattono sulla sorte del giovane uomo accusato di parricidio, sono a loro volta dei criminali. Sono proprio alcuni di loro, infondo, a ricordarlo al pubblico in due atti, confessando i loro crimini o esponendo apertamente le loro posizioni. Rateb, stupratore per una quarantina di anni, dichiara, con il viso bagnato dalle lacrime, di meritare la prigione e si chiede se la società potrà accettarlo nuovamente all’uscita dal carcere. “Al momento dei laboratori, ogni detenuto doveva raccontare al gruppo cosa avesse fatto. In seguito, alcuni hanno voluto anche parlarne in pubblico. E’ stata un’esigenza venuta da loro”, evidenzia Zeina Daccache. Segno di grande motivazione di questi detenuti teatranti apprendisti, “alcuni hanno dovuto imparare a leggere per poter partecipare a questa esperienza”, appunta la giovane donna. Questo spettacolo è stato anche un modo per denunciare le deplorevoli condizioni di detenzione nelle prigioni libanesi. Un mezzo che sostituisce vantaggiosamente l’unico metodo fino ad ora accessibile ai detenuti per rivendicare miglioramenti delle condizioni di detenzione,. Moulla, un giovane del Bangladesh, racconta che durante il suo primo anno di prigionia, non aveva né materasso, né coperta, né cuscino e aveva accesso alle docce, senza sapone, solo una volta a settimana. Durante uno sketch, un’altro detenuto ricorda che la legge sulla diminuzione della pena per buona condotta non viene mai applicata. In una coreografia divertentissima, un gruppo di prigionieri, con tanto di bicipiti tatuati al vento, denuncia la sovrappopolazione dei prigionieri libanesi e la totale mancanza d’attività per i detenuti. Alla fine delle due ore, ritorna silenzio, interrotto solo dagli applausi degli spettatori che guardano un po’ sbalorditi i teatranti tornare prigionieri e rimettersi i linea, lasciando la sala scortati dalla polizia. “Sono cambiati sia coloro che hanno recitato, sia gli spettatori”, sottolinea Marie Ghantous. Piccoli segni che le coscienze sembrano aprirsi: un gruppo tenta di raccogliere i fondi per consentire la replica di “Twelve angry lebanese”.. “La cosa importante è aprire il mondo carcerario verso l’esterno e viceversa”, evidenzia Ghassan Moukheiber, deputato libanese e militante per i diritti dell’uomo. “Se il mondo carcerario resta completamente chiuso, si favorisce lo sfacelo dell’istituzione che diventa sempre più inumana. Bisogna mantenere l’umanità dentro le mura della prigione”, insiste. Di questa umanità, Zeina ne è stata testimone. “Due giorni dopo la prima rappresentazione, ho incontrato i detenuti per condividere le nostre impressioni”, spiega la giovane donna. “I detenuti piangevano. Era la prima volta che sentivano della gratitudine nei loro confronti”.

 

 


Emilie Sueur
Traduzione dal francese: David Mancini
(09/04/2009)

 

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