Jidka, la linea

Jidka, la lineaSaba Anglana è un crocevia. Padre italiano ex ufficiale dell’esercito, madre etiope nata e cresciuta in Somalia. Saba è un intreccio vivente di storie, destini, umori che riguardano da vicino la memoria italiana.
“Fin da piccola non mi sono preoccupata della mia identità. Ero sempre altro. Per i somali ero etiope, per gli etiopi somala, per gli italiani qualcosa di non chiaro, di non scuro. Ho imparato presto che nessuno ti da la patente del tuo se. Che in fondo non serve una patente di identità”. Saba oggi canta, ma ha fatto di tutto dal cinema (era Katia Ricci nella serie Tv la Squadra) ai lavori su tela che nascono dai suoi studi di restauratrice. Il canto però è la sua seconda pelle e non è un caso che il suo primo disco solista è quasi interamente cantato in somalo. “Molti mi chiedevano perché non cantavo nella lingua della città che mi ha dato i natali. Le lingue sono sempre state confuse nella mia testa. C’era l’amarico di mia nonna, il somalo che si parlava a Mogadiscio, che parlano mia madre e mia zia, poi c’è l’italiano. Quando gli amici mi stimolavano a cantare in somalo anch’io mi chiedevo perché non mi lanciavo subito in questa sfida. Però tutto ha un tempo, tutto deve arrivare ad uno stato di giusta maturazione. Erano anni in cui ero legata musicalmente ad un universo in lingua inglese: R&B, Erycah Badu, Sam Cooke. Immaginario black, intimamente connesso all’Africa, ma non totalmente Africa. Poi Fabio Barovero, anima dei Mau Mau e produttore del mio album, mi ha iniziata al mondo della world music. Ho approfondito le mie conoscenze e mi sono resa conto solo allora che avevo un bacino interno da cui attingere e che questo bacino iniziava dalla mia pancia. Senza questo periodo di riflessione cantare in somalo non avrebbe avuto la stessa forza”. Di pancia si parla proprio nel brano Jidka che da il titolo al primo album da solista della Anglana (WORLD MUSIC NETWORK): “c’è una linea che mi attraversa. In somalo linea si dice jidka, la parola significa anche strada. La linea divide e unisce la parte chiara e quella scura. È l’incontro d’amore tra miei genitori. È la pace”. Pace che nella Somalia di Saba non c’è da 17 anni, la guerra civile ha devastato questo paese che Saba canta con tanto amore. Pace che però il canto recupera. “Mi sono accorta che quando canto in somalo la mia voce è più libera, non si preoccupa più del significato delle parole, segue il suono, l’emozione. In italiano sono più rigida. Le parole somale invece mi aiutano a seguire un flusso, molte infatti sono onomatopeiche”
Jidka, la lineaUna lingua contaminata quella di Saba Anglana. C’è dentro tutto. L’italiano perché la Somalia è stata una ex colonia e il passaggio ha lasciato traccia, ma anche l’inglese, l’arabo e soprattutto l’amarico della nonna. “Il somalo composito di casa mia quindi” ci dice sorridendo Saba. In alcuni brani poi si spazia nel francese e nel bassà. Le lingue in Jidka non sono più barriere tra le persone, non più incomunicabilità, ma ponti”.
Strumento principe del lavoro il djembe, accompagnato da altre piccole percussioni costruite da Nsongann (n.d.r percussionista camerunese legato ai Mau Mau). Per esempio piccoli tamburi che hanno un’anima di terracotta. La dimensione acustica poi si è sposata felicemente con l’elettronica, un omaggio alle mie passioni afro-americane. Poi si c’è anche la kora in alcuni brani, non propriamente uno strumento dell’Africa orientale, ma l’obbiettivo era creare un suono spregiudicato, mio, nostro. Non la musica delle radici quindi. Radice è un termine che non mi piace poi, crea solitudine, fissità. In Jidka la musica è movimento”. Un album dove la femminilità è manifesta e regina. Sono tante le donne in Jidka c’è Hooyo la mamma, abbayo la sorella, boqorada. la regina, Boqorada Meskin, quel brano è dedicato a mia nonna. Lei è la matrice, io vengo da lì. Era una donna semplice, faceva l’ostetrica all’ospedale De Martino a Mogadiscio, ha fatto uscire dalle pance delle donne quasi tutta la città. Era amata. Nella sua semplicità nonna era molto regale. Come tutte le donne di questa Africa che combatte e nonostante tutto ancora ci crede.

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