Seuls, ovvero la depressione

Seuls, ovvero la depressioneDopo la prima nazionale il 16 giugno per Seuls di e con Wajdi Mouawad al festival delle Colline Torinesi, festival dedicato alla creazione contemporanea nazionale e internazionale (sotto la direzione di Isabella Lagattolla, ha compiuto dieci anni), Seuls è anche parte del programma Face à face . Parole di Francia per scene d’Italia , radicato in un circuito di varie città italiane e la cui vocazione drammaturgica si esplica nell’opera di traduzione di molti dei testi rappresentati. Actes Sud è editore di Wajdi Mouawad in Francia di Assoiffés, Incendies, Ciels, Littoral, Forêts e appunto Seuls ; in Italia Titivillus ha pubblicato Incendi e Assetati .
Seuls è uno spettacolo intenso che narra di identità personali e sociali che crollano e che faticosamente risorgono, inondando di vita e di energia ritrovata quella morte inapparente e oppressiva che ha un nome moderno: depressione. Solo in scena per due ore, Wajdi Mouawad si mette a nudo (quasi) fin dall’inizio: compare occhialuto e in mutande con un sospetto libro in mano, tipico ritratto dell’intellettuale che sciabatta per casa, sciatto e rapito nella lettura, nella riflessione, straniato. Si rivolge al pubblico, ringrazia i patrocinatori che lo sostengono, spiega cosa lo affascinava e cioè mettere in scena le questioni primarie: chi siamo? Da dove veniamo? Qual è la nostra identità? Poi ‘entra’ nella parte. È un dottorando all’università del Québec, disciplina sociologica dell’immaginario, sta ultimando una tesi dal titolo lunghissimo in cui analizza l’uso dello spazio in Robert Lepage che dovrebbe intervistare a completamento del lavoro. Ha appena traslocato in quella nuova casa perché molto di recente si è lasciato con la sua donna, ancora non funziona bene il telefono, comunica il suo nuovo numero al padre e alla sorella. Sarà lei a parlargli in arabo qualche volta, lui risponde in francese; scopriremo a poco a poco che Harwan è di origini libanesi e che la sua famiglia si è rifugiata in Canada, per sottrarsi alla guerra (sono le circostanze biografiche dell’autore).
A causa della improvvisa morte di un suo professore, tutto si accelera e si accumula: la consegna della tesi (dovrà ottenere l’intervista con Robert Lepage e, per incontrarlo, salta su un aereo per San Pietroburgo), il litigio con il padre colpevolizzante, la sua solitudine disperata. Mentre si sta facendo delle fototessere per il passaporto, un improvviso bagliore e un ancora più improvviso fragore irrompono in scena: è un ictus che lo conduce al coma.
Seuls, ovvero la depressione
Questa pressappoco la prima parte dello spettacolo che rispetta le formule di una modalità realistica di ritrarre la vita: un letto appoggiato al muro, zainetto, porte, abiti, finestra con tende, un telefono, libri negli scatoloni, a tratti musica araba selezionata al computer, telefonate, informazioni. Un ambiente scenografico costituto da un’unica quinta si adatta a parete della camera da letto e poi a macchina per fototessere. Solo che mentre dorme o sogna o pensa, dei ‘doppi’ di Harwan si muovono, lo guardano, entrano e escono da una finestra. Sono proiezioni, alla lettera e per via di metafora, leggere, non inquietanti, altrettanto possibili e realistiche, sono gli altri modi, i veri Harwan che esorbitano dalla chiusura, dalla paura, dal malessere. Da qui in poi nello spettacolo si crea un salto, un vero salto nell’immaginario che toglie i panni difensivi della razionalità. La scenografia si squinterna, la quinta si allarga e diventa dapprima un ospedale. Harwan, in coma, pensa che sia il padre ad avere avuto un ictus e gli parla come un figliol prodigo, gli parla con sforzo enorme anche un po’ in arabo, ricordando il loro giardino in Libano e di quando proprio lì era caduta una bomba. Poi la scena è una stanza d’hotel a San Pietroburgo e infine il museo dell’ Hermitage , dove è custodito il quadro di Rembrandt Il Figliol prodigo . Dentro alla lontananza del coma, Harwan ritrova la sua sepolta passione infantile per la pittura, ha bisogno dei colori, si immerge fisicamente e sensualmente nella loro potenza, nella loro deflagrante forza e getta pennellate rosse, blu, gialle, si cosparge di colori, scatena un rito che sa di magia, di esorcismo. Alla fine penetra nel quadro di Rembrandt, si riappropria del legame indissolubile col passato, vince la condizione dell’esilio, si installa nella ritrovata certezza.
Uno spettacolo dove, come raramente succede, la tecnologia, il digitale, l’audiovisivo, i media insomma, non sono usati in modo gratuito ma inscritti in una saldissima drammaturgia. Wajdi Mouawad non è à la page nemmeno nella fisicità del finale: ha semplicemente qualcosa da dire, come i grandi artisti.

Paola Bertolone
(16/08/2010)

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