Bambini albanesi reclusi in nome del Kanun

Bambini albanesi reclusi in nome del Kanun Sono più di quanti si possa immaginare i bambini albanesi costretti a vivere in uno stato di perenne segregazione a causa delle faide familiari giustificate in nome del Kanun , l’antico codice legislativo albanese. Tramandato oralmente per otto secoli, redatto nel XX secolo da Padre Gjeçov e pubblicato, postumo, nel 1933, il Codice è stato definitivamente abolito dal Regime comunista di Henver Hoxa nel 1967. Tuttavia esso permane in molte regioni montagnose del nord dell’Albania, dove la legge e le fragili istituzioni democratiche difficilmente riescono a penetrare a causa delle impervie montagne che rendono difficile l’accesso e le vie di comunicazione. E’ quanto denunciato da numerose associazioni umanitarie le cui ricerche dimostrano che il numero dei bambini segregati a rischio di morte sia circa un migliaio. Un dato sconvolgente se si pensa che l’Albania è uno dei paesi candidati ad entrare in Europa. Da circa 10 anni esistono numerose organizzazioni internazionali presenti in loco con l’obiettivo di dare una dignità a queste famiglie e soprattutto ai bambini.
Tra le più impegnate citiamo: il movimento FSHAP che sta per “ragazzi albanesi ambasciatori di pace” e mira ad educare ai valori di solidarietà, perdono e riconciliazione tra le famiglie. I ragazzi del FSHAP, con la collaborazione di educatori di associazioni cristiane e islamiche, tentano di promuovere la riconciliazione tra le famiglie superando il desiderio di vendetta. Alcuni volontari dell’associazione, narrando la propria esperienza, raccontano le difficoltà e l’iniziale diffidenza da parte delle famiglie ad incontrare i volontari. Dopo l’iniziale apprensione, le famiglie si sono dimostrate entusiaste di ricevere i volontari che offrono un po’ di affetto, di amicizia ed istruzione ai propri figli. Lo scopo principale è però quello di promuovere la riconciliazione tra le famiglie in faida. Alcune volte ciò si realizza tra lo stupore generale degli stessi educatori che non nascondono la propria felicità, altre volte, purtroppo, i cuori - per troppo tempo rimasti insensibili all’altruismo ed alla solidarietà umana- l’ignoranza e l’animo vendicativo degli uomini impediscono simili manifestazioni di rappacificazione. Tuttavia, i ragazzi non demordono e continuano la propria azione educativa laddove esistono sacche di esclusione sociale soprattutto per i più piccoli.
Un’altra organizzazione molto impegnata è l’associazione “Comunità Papa Giovanni XXII” attiva in Albania dal 1999, che si occupa di educazione, istruzione, reinserimento sociale di fasce emarginate come minori, disabili, donne.
Dopo il crollo del regime comunista ed il conseguente stato di anarchia, antichi rancori si sono risvegliati. Naturalmente, a pagarne le conseguenze sono i bambini spesso costretti a vivere in un perenne stato di prigionia. Nei secoli le usanze codificate dal Kanun sono rimaste immutate ed importanti tracce del Codice hanno coinvolto anche i paesi arbëreshë dell’Italia meridionale. In alcuni omicidi sono state riscontrate alcune similitudini con il modello, come l’abitudine di lavarsi la faccia con il sangue della vittima gridando che giustizia era stata fatta. Esemplare è il caso della strage dei Vardarelli, famosa e temuta banda dedita al brigantaggio. Il vendicatore, Nicola Primiani di Ururi (paese arbereshe) secondo la leggenda popolare, si china sul bandito agonizzante, Gaetano Vardarelli, si lava le mani ed il volto con il suo sangue esclamando: “Morra Gjajkun”! Letteralmente: ho preso il sangue, ma anche “l’ho purgata” alludendo all’offesa subita.
Il Kanun , il più famoso dei quali è quello del principe Lek Dukagjin, si basa sull’onore, sul valore della parola data (la Besa ) e la “Gjakmarria”, la vendetta di sangue che era quasi un obbligo morale tanto che il rifiuto di vendicarsi era considerato un disonore. Quando le antiche usanze del popolo albanese furono note al resto del mondo suscitarono aspre polemiche ed accese discussioni proprio per la crudezza delle vendette. Era legittimo vendicare un omicidio, il disonore o un torto subito, non solo uccidendo colui che aveva disonorato, ma anche gli altri maschi della famiglia fino al terzo grado di parentela. La donna era esclusa da simili spirali di odio perché considerata appartenente ad un’altra famiglia. Queste cruente vendette si estendevano, entro le prime 24 ore dall’omicidio, a tutti i maschi imparentati con la famiglia della vittima. Trascorse le prime 24 ore si potevano colpire solo i parenti maschi che abitavano sotto lo stesso tetto del malfattore. Molti bambini, suscettibili di essere delle potenziali vittime, erano costretti a vivere rinchiusi in casa –unico luogo considerato inviolabile - senza vedere la luce del sole se non attraverso le imposte. Non potevano giocare, non potevano recarsi a scuola per timore di essere uccisi. Vivevano dunque nella totale ignoranza ed analfabetismo a meno che i genitori potessero permettersi un insegnante privato per garantire loro un’adeguata istruzione. Anche la loro salute ne risentiva sensibilmente: il rachitismo e le malattie dell’accrescimento legate alla scarsa esposizione al sole erano molto frequenti. Un metodo alquanto raccapricciante per porre fine alle violenze era quello di deporre, davanti all’uscio della casa della persona che doveva vendicarsi, un neonato appartenente alla famiglia dell’uccisore. Se veniva accolto nella nuova famiglia, la faida terminava, se il bambino veniva ucciso, la spirale di violenza aumentava e si protraeva per altre generazioni. Come già detto, le norme codificate dal Kanun non sono più in vigore e, a scanso di equivoci, va ricordato che l’attuale Codice legislativo albanese, sia civile che penale, non prevede nulla di tutto ciò; anzi, pesanti pene sono inflitte a chi si macchia di un delitto, soprattutto se commesso nei confronti di un minore. Purtroppo, in molte desolate campagne dell’Albania settentrionale, neanche simili provvedimenti riescono ad essere un efficace deterrente per frenare le vendette perpetrate per rimediare “all’onore infranto”.


Emanuela Frate
(27/06/2009)

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