Quando scomparve il nostro vicino Muhammad

Quando scomparve il nostro vicino Muhammad -1-
Muhammad scomparve. Il diciottenne che durante la guerra di agosto 2006 non era che un simpatico studente che trascorreva la maggior parte del suo tempo nella monotonia della campagna e nella rilassatezza scolastica, scomparve. La famiglia, sorpresa della sua improvvisa assenza, capì immediatamente di cosa si trattasse, dal momento che vivevano a Bent Jbel. Sapevano bene dove sparivano i loro figli, gli abitanti dei villaggi del sud del Libano. Succedeva in continuazione. Questi ragazzi, che svanivano all’improvviso, abbandonando le loro case alle prime ore dell’alba mentre tutti dormono, entravano a far parte di Hizbullah, accolti nei loro campi di addestramento dentro e fuori il Libano.
La scomparsa di Muhammad avvenne senza preamboli. Stando a ciò che dice la famiglia, non mostrava i noti sintomi della trasformazione di coloro che sono entusiasmati dai costumi della società di Hizbullah. Continuava, infatti, ad essere un musulmano ‘normale’, senza evitare di dare la mano alle donne, per esempio, o di dire barzellette sconce, o di giocare a computer per ore, o di perdere tempo con altri ragazzi nella piazza del paese. Anche nel vestire Muhammad rimase come lo conosceva la famiglia: continuava a indossare la camicia dentro il pantalone, non fuori, continuava a radersi la barba e a guardare con entusiasmo le telenovelas e i videoclip delle canzoni arabe.
I suoi genitori non notarono alcun interesse per letture politiche, per esempio. Muhammad non si mise a guardare ininterrottamente i telegiornali o a seguire assiduamente le attività del partito. Non portò nuovi amici a casa. Il suo linguaggio, le sue passioni, le sue idee non cambiarono come succedeva di solito a coloro che entravano in un qualunque partito, specialmente Hizbullah. Quel Muhammad che io conobbi nell’estate della guerra, due anni e mezzo fa, aveva un apparecchio per i denti, era ridente, educato. Così rimase fino al giorno della scomparsa premeditata, passando, di colpo, da una timida adolescenza ad una gioventù pronta a impugnare le armi e a andare in guerra.
La gente del paese dice che ragazzi come Muhammad entrano nelle fila delle forze militari di Hizbullah, in numero sempre maggiore. Non è più un’adesione ad un partito, facoltativa, come era una volta. Far parte di Hizbullah non è più una scelta ‘razionale’ nella quale il seguace si barcamena tra condizioni severe, rigida ideologizzazione, indottrinamento rigoroso e impegno religioso, intellettuale ed etico. Oggi entrare a far parte di Hizbullah è pubblico e aperto a tutti – se così si può dire – e risponde, da un lato, all’aspirazione di Hizbullah di militarizzare e indottrinare e dall’altro al desiderio emotivo di quei ragazzi di ispirarsi agli eroi e alle eroine della guerra dell’agosto 2006, di appartenere al ‘popolo della vittoria divina’, fatto che si traduce nella doppia appartenenza di fatto al corpo di Hizbullah e a quello della famiglia sciita.
La famiglia bentjbeliana di Muhammad, sempre solidale con Hizbullah e rispettosa, in ogni aspetto ‘laico’ e cultuale, della tradizione dell’autorità religiosa di Muhammad Husayn Fadlallah, è rimasta terrorizzata e risentita dalla decisione del ragazzo. In attesa del suo ritorno, il padre gli ha preparato un visto per gli Stati Uniti, dove vivono le sue sorelle sposate, i suoi cugini, sia da parte di padre che di madre e i suoi tanti parenti che abitano o a Brooklyn o nel New Jersey o nel Mitchigan. L’idea del visto è la stessa soluzione che il padre adottò per far sparire l’altro figlio, Ali, il maggiore, ed evitargli l’arruolamento obbligatorio nelle fila delle milizie che combattevano con Israele nel 2000.
Muhammad tornò dall’addestramento pronto a fare il militare a tempo pieno nelle fila di Hizbullah. Rifiutò uno stipendio mensile di circa 400 dollari che devolvette agli orfani del partito, esprimendo così il suo zelo, la sua fede e la sua nuova compassione. Ritornò a Bent Jbel pronto per combattere. Ma non vi restò a lungo e non combatté. La sua famiglia, infatti, lo obbligò a partire per l’America (il paese del ‘grande satana’ secondo il linguaggio di Hizbullah), a lavorare lì in una pompa di bezina di proprietà di un parente, a ‘iniziare a costruirsi un futuro’ come dice la madre che non fa altro che vedere, giorno e notte, la televisione “al-Manar” del partito di Dio.

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Sulla strada verso il sud le immagini e gli slogan di Hizbullah iniziavano a scarseggiare. Della grande devastazione non rimanevano che poche tracce sparse. I ponti tornavano a stare in piedi e le strade venivano pavimentate e asfaltate. L’asfalto, le travi e le impalcature dei ponti emanavano odore di novità. Niente detriti o resti di bombardamenti. Come se la guerra fosse stata cancellata dal mappamondo con un gigantesco straccio, come se una grandissima scopa avesse spazzato via la polvere delle battaglie lasciandone impercettibili tracce in angoli remoti, nei viottoli bui dell’anima dove lo sguardo umano non arriva. I cartelli con il logo del partito diminuivano e con esse le bandiere e le foto che, per più di due anni, avevano colorato il sud di giallo e di verde. I villaggi e i paesini sembrano essere appena costruiti per quanto sembravano nuovi. Come se il sud fosse una terra vergine i cui nuovi abitanti fossero giunti ora e costruissero le proprie case per la prima volta. È incredibile la velocità e la forza con cui ciò sia stato realizzato: la ristrutturazione e la ricostruzione andavano alla stessa velocità e con la medesima potenza della distruzione della guerra 2006. Anzi, quasi pareva che quella devastazione fosse proprio l’occasione buona per sbarazzarsi di austeri palazzi malridotti, di una sorpassata architettura rustica di tipo contadino. Bisognava dare spazio alla munificenza promessa e all’orgoglio mostrato dai quei donatori impegnatisi nella ricostruzione i quali costruirono case molto simili a ville moderne, secondo gli standard del lusso di un’architettura raffinata compatibile sia con scopi turistici che con scopi abitativi.
Si può dire che nel sud ha avuto luogo un evento architettonico. Le case dei villaggi, infatti, venivano di solito costruite senza un progetto architettonico, senza neanche consultare un ingegnere, con i materiali di costruzioni più a buon mercato, spesso senza verniciatura esterna con un salotto ampio quanto la cucina.
Questo era lo scenario dell’architettura meridionale. Per distinguersi e per ostentare la propria ricchezza, gli espatriati costruivano di proposito ville esageratamente grandi e sfarzose, sulle colline dei villaggi che davano sulle strade principali perché si potessero ben vedere da tutti gli abitanti, come segno incontrovertibile di successo e prosperità. Quanto più erano poveri di origine, self-made men noti per aver faticato nei paesi di emigrazione, tanto più badavano a dissipare gran parte delle loro nuove ricchezze nel costruire palazzi e ville, per cancellare dalle menti dei compaesani il loro passato di povertà.
Questa era la situazione prima del 2006. Dopo, cioè dopo la guerra, la gente del sud e i proprietari delle case distrutte ebbero l’occasione di ricostruire le proprie case secondo i migliori criteri architettonici, con i migliori materiali e sotto la guida di ingegneri e imprenditori professionisti, grazie ai soldi, alle donazioni e al patrocinio di stati e di enti ufficiali e partiti politici. Così, tutti hanno creduto di possedere una casa di lusso, una piccola o grande villa adatta a una società lussuosa e sfarzosa.
Quest’evento architettonico non riguardò soltanto lo stile: portò con sé anche trasformazioni funzionali. Infatti, le case furono costruite fuori dai villaggi, sulle colline o sulle alture circostanti. La maggior parte degli abitanti non volevano più abitare nel cuore del villaggio per cui iniziarono a spostarsi nelle periferie in alto. Così, le loro case divennero più case di villeggiatura che altro e non vi fu più differenza tra gli espatriati e i residenti.
Uno degli effetti di questo ‘rinascimento’ architettonico diretto e gestito da Hizbullah e prodigamente finanziato da Stati arabi senza ritardi di sorta (tranne la Siria la quale non ha ancora realizzato quanto promesso in due o tre villaggi), è che le persone sono convinte, o si sono convinte, che non è possibile che coloro che hanno speso e si sono spesi così tanto possano portare il Paese a una nuova guerra e creare nuova distruzione e che Hizbullah non vuole una nuova guerra. Ripetendoselo continuamente è come se volessero scrollarsi dalle spalle una preoccupazione talmente pesante da sembrare inamovibile. È come se in realtà nascondessero l’interrogativo “Cosa ci assicura che la guerra non si ripeterà?”. Mi dicevano a mo’ di sfida che Israele “ha imparato la lezione”. Quando chiedevo cosa avessero imparato loro, non solo dalla loro esperienza con Hizbullah e con l’occupazione israeliana, ma soprattutto dai tempi di Fath Land e del Movimento nazionale (le guerre 1969-1982), mi rispondevano continuamente che il sayyid Hasan Nasrallah aveva ragione quando diceva che “Israele è più fragile della tana di un ragno”. Queste persone, al contempo, temono la guerra e appoggiano Hizbullah.

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La zia mi ha detto che la sua cura per la pressione alta consiste in due pillole e nel non vedermi quando vado in televisione a criticare Hizbullah. Con tenerezza mi ha detto di essere contrariata dall’ostentazione delle mie posizioni politiche. I mie compaesani si mostravano freddi nei miei confronti e i miei parenti mi hanno detto un giorno che “non si esce dalla propria pelle”, intendendo che non mi era lecito avere delle personali idee politiche ma dovevo seguire la posizione della mia comunità. Mio zio, con il suo savoir faire , mi portò a visitare il mausoleo di mio padre e lì mi chiese di accompagnarlo al venerabile ‘giardino dei martiri’ (i martiri della guerra del 2006). Lì mi indicò ogni martire e me ne raccontò le gesta. Al ritorno, mi disse all’improvviso che non potevo criticare Hizbullah e il sayyid Hasan Nasr Allah. “È infallibile, ha il grado di santità”, mi disse con tono calmo ma deciso. L’errore di valutazione che il sayyid commise il 12 agosto 2006 fu equiparato da mio zio all’errore di valutazione che commise il Profeta infallibile [Muhammad, N.d.T.] il giorno della battaglia di Uhud quando, 1500 anni fa, i musulmani furono sconfitti. Tacqui, come tace chi, pur non convinto, si arrende. Mi disse che la sua famiglia non poteva sopportare le conseguenze delle mie opinioni peccaminose. Poi mi pregò di non farmi vedere più nella piazza di Bent Jbel.
Con una tazza di the ben fermentato, nelle ore pomeridiane, la gente parla. Li informo che stasera il canale al-‘Arabiyya trasmetterà il documentario di Muhammad Suwed “Non ho inneggiato che a lei” che racconta di come il Libano si sia trasformato in una ‘Hanoi degli arabi’, come Hanoi non voglia diventare altro che una nuova Hong Kong, che tra Beirut e Hanoi c’è Dubai e che la nostra scelta tra guerra, pace, Hong Kong, Dubai e la nuova Hanoi è solo un’occasione persa. Mi rispondono allora che non guardano al-‘Arabiyya e che non la sopportano perché ‘sparge veleni’.

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Per strada, trovai un poster gigantesco del Presidente della Camera Nabih Berri con su scritto “Poveri noi quando te ne andrai, Presidente”. Cosa c’era dietro questo grido di dolore? Un timore prematuro di un destino scritto per ogni essere umano? Un annuncio che la gente senza di lui non saprà come gestirsi e sarà incapace, persa, senza la bussola? Forse intendevano dire che egli ora li protegge da innumerevoli pericoli che li circondano e che egli soltanto è capace di farlo? Era forse il grido dei minorenni che avevano ancora bisogno di un padre? Capii esattamente il senso di quell’espressione quando vidi un altro poster del Presidente Berri all’ingresso di un altro villaggio che recava la scritta “Chi è come lui?”. Una domanda evidentemente retorica la cui risposta è: “No, non ha eguali”. Mi è piaciuta molto l’idea “non ha eguali”.
Alle cinque e mezzo del mattino, al mio ritorno, il tassista mette Radio Nur di proprietà di Hizbullah. La prima notizia è “Grande vittoria dell’opposizione (coalizione dell’8 marzo) alle elezioni del sindacato degli avvocati”. Poi, lo stesso tassista cambia stazione e mette su Radio Voce del Libano che appartiene al Partito delle Falange. La notizia: “Vittoria della coalizione del 14 marzo alle elezioni del sindacato degli avvocati”. Ridiamo tutti nel taxi. Una notizia che è in realtà due, ognuna secondo la propria radio. Sta a te scegliere la tua radio, e le tue notizie.
Ogni gruppo in Libano resta aggrappato alle proprie notizie. La menzogna, dopo tutto, è roba da poeti.

Yusif Bazzi
traduzione dall’arabo di Marco Hamam
(12/02/2009)

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