Siria, dal regime alla rivoluzione

Siria, dal regime alla rivoluzione
Damasco. Viaggia l’essenza della libertà, matura il desiderio di riscatto dei popoli e contagia ad Est e ancora un po’ più su, fino a raggiungere il cuore del Medio Oriente. Così la rivoluzione dei gelsomini echeggia anche in Siria. E chi l’avrebbe mai detto? Non di certo il presidente Bashar Al-Assad che appena qualche settimana fa, a seguito dell’acuirsi della crisi dei regimi egiziano e tunisino, esaltava la stabilità del suo governo e lo spirito di coesione interno alla dialettica etnico-religiosa del suo popolo. L’incalzare delle proteste degli ultimi giorni in altre località della Siria come a Latakia, dove gli scontri sono stati feroci e le morti numerose, hanno indotto Bashar Al-Assad ad allentare la morsa e, apparentemente, a cedere alle richieste dei manifestanti. Significativa è stata l’azione del presidente di accettare le dimissioni del governo mentre ulteriori segnali di apertura constano nel rilascio dei bambini in detenzione e di altre persone arrestate negli scontri dei giorni scorsi. Il consigliere di Stato Boussaina Shaabane aveva annunciato solo pochi giorni fa la decisione del governo di abrogare lo stato di emergenza attivo da 48 anni, il rilascio dei detenuti politici, piani di riforma per delineare nuove leggi sull’attività dei media e dei partiti. Nella sua dichiarazione pubblica, Shaabane ha anche aggiunto che il governo aprirà un processo investigativo per far luce sulle violenze perpetrate a Sanamin, un altro luogo della mattanza. Promesse che il popolo della rete vorrà veder tradotte in realtà senza troppe attese.

Siria, dal regime alla rivoluzioneIn un’intervista rilasciata al Wall Street Journal lo scorso gennaio, Bashar sosteneva che le proteste in Egitto, Tunisia e Yemen stanno inaugurando una “nuova era” in Medio Oriente e che i leader dei paesi arabi devono adottare delle politiche più concilianti per soddisfare le crescenti aspirazioni politiche ed economiche dei loro concittadini. E annunciando nuove riforme a beneficio del suo popolo, proclamava l’imperturbabile stabilità del suo Paese, fondata sulla perfetta armonia tra le esigenze della gente e la capacità di ascolto del governo.
Prima fra tutte la sua politica apertamente anti-americana e anti-israeliana, posizioni che racchiudono l’essenza unanime del pensiero popolare di cui lo stato è espressione. A detta del Presidente, la Siria non è ancora pronta per un cambiamento così radicale come quello richiesto dal popolo egiziano e tunisino. Questo perché il Paese deve ancora affrontare diverse sfide interne quali, ad esempio, il rafforzamento delle istituzioni e l’implementazione dei sistemi educativi. Dunque, l’avvento di mutamenti repentini potrebbe essere il germe di un turbamento sociale di vasta portata e deltutto controproducente in questo stadio.
Tuttavia, gli eventi delle ultime settimane sembrano smantellare il solido apparato di sicurezze tanto osteggiato. Forse si trattava di una tattica socio-mediatica per scoraggiare i dissidenti o di una strategia politica per tenere lontani gli occhi stranieri. O forse il presidente contava sulle capacità di controllo degli efficientissimi servizi segreti locali per reprimere sul nascere ogni manifestazione di dissenso, come accaduto per la marcia di solidarietà a sostegno del popolo egiziano indetta il 4 febbraio. L’azione del governo non ha impedito ai sostenitori della rivolta di organizzarsi utilizzando strumenti moderni d’informazione. La propaganda è partita sul web e subito si sono moltiplicate le voci inneggianti all’emancipazione dalla dittatura. Il popolo siriano è stato invitato a scendere in piazza il 15 marzo per riprendersi le libertà vilipendiate ed emanciparsi dal timore della repressione, concetto che rimanda inevitabilmente ad un precedente storico.
Era il febbraio 1982 quando il leone di Damasco, il celeberrimo presidente Hafez Al-Assad, padre di Bashar, si avvalse di circa 12 mila uomini reclutati nei ranghi dei fedeli alawiti per sterminare un numero indefinito (tra 20 e 30 mila persone) di simpatizzanti dell’organizzazione islamica dei Fratelli musulmani. L’azione fu decisa a seguito del fallito tentativo da parte di quest’ultimi di assassinare Al-Assad il 25 Giugno 1980. Un piano di sovversione mirante da una parte a restaurare nella Costituzione l’articolo secondo il quale L’Islam era la religione di stato che Al-Assad aveva eliminato; l’altro motivo constava nel desiderio di rovesciare un leader figlio della minoranza alawita, indegno di guidare un paese a maggioranza musulmana sunnita. Storicamente gli alawiti sono sempre stati perseguitati e privati di qualunque diritto in quanto considerati reietti sotto l’impero ottomano e immeritevoli della rivelazione islamica in seguito. Essi vennero riconosciuti come veri musulmani dalle autorità musulmane sciite e sunnite solo nel 1974, qualche anno dopo l’avvento di Al-Assad alla guida della Siria, evento che migliorò lo status del gruppo significativamente. E’ chiaro, dunque, che la maggioranza sunnita della popolazione siriana non accettasse di essere governata dal potere alawita, considerati da molti ancora oggi come non musulmani.
Dopo la rivolta e la repressione di Hama, in Siria non si sono più verificate altre forme violente di opposizione al regime. A distanza di poco meno di trent’anni la storia, però, si ripete, non con la stessa intensità fortunatamente ma con un bilancio altrettanto sanguinario. Si parla di cinque o sei vittime negli scontri di venerdì 18 marzo a Da’ara, un piccolo distretto nel sud del Paese. Centinaia i feriti, le auto incendiate e gli elicotteri dispiegati non solo nel sud ma anche in altre località quali Homs, Tartous e la stessa capitale Damasco. Un tetro evento di cronaca poco commentato dai giornali e dalle televisioni locali. Nei primi giorni della protesta solo le emittenti estere ne davano notizia mentre all’interno il Paese era blindato, molti siti oscurati, alto il livello di controllo e l’allerta. I siriani sanno di cosa è capace il governo e si guardano bene dall’esprimere favoreggiamento per i fatti accaduti. La gran parte dei siriani critica aspramente l’iniziativa e augura lunga vita al presidente sebbene nutra la speranza che le cose cambino prima o poi. Tali istanze di cambiamento non sono, tuttavia, le stesse che hanno indotto i tunisini, gli egiziani e i libici a sollevarsi contro i loro governanti. Plurimi sono i fattori che distinguono le sollevazioni siriane da quelle degli altri Paesi arabi e che pertanto necessitano di una lettura non soltanto in chiave sociologica ma soprattutto geopolitica.

Siria, dal regime alla rivoluzione
Aleppo, l’edificio espressione della democrazia di facciata del regime dove hanno sede movimenti e partiti siriani in realtà esclusi dalla vita politica. (Foto Angela Gissi)


Qui, i manifestanti chiedono innanzitutto il rilascio dei detenuti politici, di coloro che sono stati imprigionati per aver espresso la loro contrarietà alle scelte di governo e alle strategie del Dr. Al-Assad. Sono coloro che rivendicano la libertà di parola, di movimento e di associazione, attività proibite dall’instaurazione dello stato di emergenza in vigore dal 1963, ovvero dall’ascesa del partito unico del Ba’ath. La legge, d’emergenza fa sì che l’arresto gratuito e insensato di presunti sospetti o di coloro che “minacciano” la sicurezza sia considerato lecito. Così, la censura della stampa, della televisione e dell’informazione in generale sono diventati strumenti di controllo, in grado di disseminare un clima di terrore sociale e alimentare l’asfissiante politica di ingerenza dello stato nella vita del singolo.

In Siria l’amministrazione del Paese è affidata a militari che non solo rappresentano lo stato ma lo incarnano. Essi sono lo stato e partecipano sia alla gestione governativa della cosa pubblica sia alla vita privata di ogni cittadino. In concomitanza all’azione dei militari vi è quella indispensabile e imprescindibile dell’intelligence siriana, meglio conosciuta col nome di Mukhabarat. Una rete fittissima di spie o agenti segreti si dispiega su tutto il territorio nazionale per assicurare che “l’ordine” regni sovrano nel Paese e che nessun cittadino proferisca la benché minima parola di offesa contro l’innominabile al-Rais. Qualora questo accadesse, all’imputato spetterebbe una pena probabilmente “commisurata” alla gravità del reato, dall’interrogatorio alla persecuzione, dalla tortura alla prigionia, alla sparizione, all’esecuzione (forse). Nulla è dato sapere circa il criterio di attribuzione delle pene.
Il rapporto annuale stilato da Amnesty International nel 2010 offre una panoramica dettagliata delle violazioni dei diritti umani compiute nel Paese e rimaste impunite solo negli ultimi anni. Le morti misteriose in detenzione, i processi iniqui e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno in Siria. Tali episodi sono riconducibili quasi totalmente all’azione della polizia segreta che gode di poteri speciali, di cui i protestanti reclamano l’abrogazione. La corruzione nelle istituzioni statali è un altro endemico fenomeno che dilaga nel Paese e il cui superamento rappresenta una delle richieste del popolo della rete.
La risposta iniziale del governo Al-Assad alle pressioni sociali è stata rigorosa e intransigente. Molti bambini e studenti sono finiti nelle prigioni di stato per aver tinteggiato i muri delle loro città e delle scuole con graffiti inneggianti alla sollevazione popolare e al rovesciamento del regime. In questi distretti le autorità hanno aumentato la sorveglianza degli agenti segreti, esortato i dipendenti delle scuole e dei dipartimenti pubblici a sorvegliare costantemente gli edifici presso i quali lavorano e disposto la richiesta di documento d’identità e la conseguente segnalazione di coloro che acquisteranno colore e lattine spray.
Nella capitale, dove le sollevazioni sono state piuttosto silenti, i sostenitori del Rais, molti dei quali appartenenti alla polizia segreta, hanno manifestato a suo favore in diverse occasioni. Infatti, nonostante la vigorosa pressione governativa sul popolo siriano, Bashar ha offerto non pochi spiragli di apertura rispetto alla gestione paterna. Dalla sua ascesa nel 2001 ha saputo coniugare la necessità di crescita del Paese e la salvaguardia delle garanzie di benessere sociale con l'intransigente politica di ostilità verso Israele. All'interno del complesso quadro geopolitico mediorientale, la Siria si trova inevitabilmente a dover svolgere il ruolo di moderatore e, non da poco, quello di stabile riferimento per un vicinato allo sbaraglio. Per questo attira le simpatie dei fratelli arabi d'oltralpe e suscita le ire dei sionisti che gioirebbero nel vederla vacillare o sgretolarsi. La Siria ha sostenuto e sostiene ancora la causa palestinese. Il solo territorio di Damasco ospita una folta comunità palestinese insediatasi nel lontano 1948, subito dopo la proclamazione illegale dello stato d'Israele. La guerra in Iraq e i successivi otto anni di terrore e instabilità hanno ingrossato sempre più le fila di coloro che si sono spostati in Siria per sfuggire alle persecuzioni e ai massacri, quando ormai era chiaro che la democrazia decantata dagli occidentali non sarebbe mai arrivata. La Siria ha fronteggiato anche questa emergenza, accogliendo i fratelli e garantendo loro i servizi di base quali istruzione e assistenza pur, tuttavia, privandoli del diritto al lavoro e dando così spazio al proliferare dell’illegalità e della corruzione che rende gli iracheni manodopera appetibile per lo sfruttamento. Senza considerare la posizione ancora più critica delle donne che spesso risultano vittime di violazioni dei loro diritti umani, dallo sfruttamento sessuale alla violenza incondizionata. Nel vicino Libano la Siria e' sempre stata presente nei momenti non sporadici di difficoltà, pur se a beneficio della propria causa e dell’intramontabile sogno del Grande Libano.

Siria, dal regime alla rivoluzione
(Foto Angela Gissi)
Per riuscire nell’arduo compito di moderatore in questa zona “calda” del mondo, la presenza di una leadership solida, ponderata e talvolta cinica è requisito indispensabile. Per quanto la situazione sembri degenerare, Bashar rimane un uomo potente e soprattutto amato nel suo Paese e in quelli vicini. La Siria è un Paese in cui coesistono diverse comunità religiose nonché diverse etnie. Il fatto che la dinastia al potere appartenga ad una comunità religiosa minoritaria, quella degli alawiti, e non alla maggioranza sunnita, fa sì che l’equilibrio tra forze non venga incrinato. Per i cristiani che rappresentano il 10% della popolazione siriana, la perpetuazione degli Al-Assad al potere garantisce loro una certa sicurezza, sulla base del postulato che i rappresentanti dei gruppi minoritari al potere tendono a proteggere le minoranze e a promuovere la tolleranza tra le varie fazioni. Analogamente ai cristiani anche i musulmani sciiti si sentono tutelati dall’attuale governo e tendono a scongiurare l’animosità verso il presidente. Tuttavia, nel caso degli sciiti il discorso diventa molto più complesso. Qui, non si tratta solo di religione sebbene la dottrina alawita venga spesso considerata un’estensione dello sciismo. Nel caso degli sciiti entra in gioco la componente strategica e politica delle alleanze, quelle con l’armata sciita libanese di hezbollah e con la repubblica islamica, a maggioranza sciita, del’Iran. Tale asse si contrappone a quello occidentale filo-israeliano e, dunque, filo-americano.

Siria, dal regime alla rivoluzione
(Foto Angela Gissi)
Che cosa accadrebbe se il regime di Al-Assad sopperisse ai colpi dell’Occidente? E’ questo che temono i siriani che sostengono il presidente, che la Siria possa replicare l’esperienza irachena, dove lo sciacallaggio e l’opportunismo occidentale ha messo fine ad un opprimente stato di dittatura per approfittare delle risorse del territorio e far precipitare la società civile nel baratro oscuro del caos e della perenne belligeranza tra connazionali. E ancora il timore che “il popolo senza terra” alla ricerca di “una terra senza popolo” teorizzato da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista, e concretizzato da David Ben Gurion, possa raggiungere con Benjamin Netanyahu o con i suoi successori l’estensione del Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, dall’Egitto all’Iran. Nel 1988 Yasser Arafat fu il primo a introdurre l’idea che le due linee azzurre della bandiera israeliana rappresentino il Nilo e l'Eufrate "e in mezzo ad essi c'è Israele". Da allora gli arabi hanno intonato questa teoria all’unisono e i siriani, compresi i manifestanti degli ultimi giorni, sono consapevoli del pericolo che il popolo di Herzl rappresenti perché le ferite inflitte dalla sua armata sono ancora vive sul territorio siriano, si pensi alle alture del Golan. E’ per questo che la protesta non nasce dal desiderio di assomigliare all’Occidente per poi ritrovarsi assoggettati alle angherie dei nemici stranieri. La protesta è il genuino impegno di un’armata brancaleone che disarmata, disillusa e stanca dei soprusi chiede un cambiamento a beneficio del proprio Paese e non di interessi terzi. E’ questa la grande sfida che Bashar Al-Assad dovrà affrontare. Se riuscirà a dare una risposta positiva alle istanze di rinnovamento della sua terra, a trasformare le promesse in azioni e a realizzare il superamento del vecchio modello di regime, avrà sicuramente preparato il giusto terreno per consolidare la sua posizione nello scacchiere internazionale.


Angela Gissi
(31/03/2011)

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