Siria, una rivoluzione senza immagini

 

 

In una conferenza stampa a Parigi, l’opposizione siriana ha chiesto agli europei di sostenere il sollevamento popolare e imporre al presidente riforme politiche. Sarkis Sarkis, del Movimento dei socialisti arabi e membro della Dichiarazione di Damasco, membro dell’Unione nazionale democratica, Abdulhamid Alatassi, rappresentante in Francia del Partito democratico del popolo siriano, membro del Segretariato generale della Dichiarazione di Damasco nella diaspora, e Anas Alabdeh, presidente del Movimento giustizia e costruzione, presidente del segretariato della Dichiarazione di Damasco, hanno precisato che non sosterrebbero affatto un intervento militare nel loro paese.

Loro insistono sulla dimensione “pacifica” del movimento e chiedono agli europei di far pressione su Al Assad per via diplomatica e politica al fine di aprire il paese alla stampa internazionale e avviare le riforme necessarie. Il ministero degli affari esteri francese ha condannato le violenze in Siria e ha chiesto al paese di avviare un’inchiesta sui fatti di Deraa. Martedì 22 marzo, l’Alto commissariato per i diritti dell’uomo dell’ONU aveva chiesto “un’indagine trasparente sulle violenze avvenute durante il fine settimana”.

 

 

Siria, una rivoluzione senza immagini
Daraa


“Si tratta di una rivoluzione pacifica con rivendicazioni nazionali come l’eliminazione dello stato d’emergenza in vigore dal 1963, la libertà d’espressione, la lotta contro la corruzione, la riforma costituzionale”, affermano i rappresentanti dell’opposizione che non si sono pronunciati sulle eventuali dimissioni del presidente. Non è detto che la moderazione sia condivisa dalla piazza siriana che si è sollevata contro “quarant’anni di uno dei più violenti regimi del mondo e contro la tirannia del partito Baas al potere“, secondo M. Alatassi, uno dei relatori. L’opposizione siriana dispone dal 2005 di un consiglio nazionale per il cambiamento creato a seguito di un congresso di partito al quale hanno partecipato 167 rappresentanti di tutte le forze politiche del paese. La “Dichiarazione di Damasco adottata allora riunisce i partiti di opposizione e rivendica il multipartitismo, la libertà d’espressione e di pubblicazione e l’annullamento dello stato d’emergenza“. I principali firmatari del documento sono l’Unione nazionale democratica (RND), coalizione di cinque partiti fuorilegge in Siria, la coalizione dei partiti curdi, il Comitato dei diritti dell’uomo e alcuni indipendenti, tra i quali il deputato dell’opposizione in carcere Riad Seif.

Non è, dunque, questa opposizione struttura che sta alla base del sollevamento popolare di marzo. Come negli altri paesi arabi, sono i giovani tramite Facebook che hanno organizzato le manifestazioni a Deraa, città a 100 chilometri a sud di Damasco. Scontri violenti si sono registrati attorno alla moschea al-Omari, punto di raduno degli oppositori del regime. Le manifestazioni hanno coinvolto molte città, compresa la capitale, ma Deraa è diventata la roccaforte della rivoluzione dopo l’arresto di venticinque giovani. Sotto pressione dei manifestanti, questi ragazzi sono stati liberati ma tutti hanno subìto delle torture. In Siria anche lo studente di giornalismo e blogger Ahmad Hafida, 28 anni, sta diventando un simbolo della rivoluzione. Arrestato a febbraio e poi liberato, è tornato in prigione la settimana scorsa insieme ad altri manifestanti. Bachar Al Assad è sordo alle richieste della comunità internazionale che chiede la fine della repressione sui civili. Quando è salito al potere nel 2000, dopo la morte del padre, Hafez el-Assad (al potere dal 1970 al 2000) Bachar, che oggi ha 46 anni, aveva suscitato qualche speranza di cambiamento. Ma molto rapidamente i siriani si sono dovuti arrendere all’evidenza: il figlio avrebbe seguito le orme del padre. Nel 2007, un referendum l’ha confermato con il 97% dei voti. Un giornale americano la settimana scorsa ha dichiarato che i siriani non erano pronti per la democrazia e che bisognerà attendere la prossima generazione per avviare le riforme. Una cecità politica difficilmente concepibile per un leader del mondo arabo, nella congiuntura attuale.

Se l’opposizione è molto riservata sulla sorte del presidente, i manifestanti vogliono andare fino in fondo nella rivoluzione pur di porre fine a questa lunga dittatura di padre in figlio. A discarico dei firmatari della Dichiarazione di Damasco, bisogna ricordare che la Siria rischia la libanizzazione, dato che il governo tenta di sfruttare e strumentalizzare le differenze tra le comunità per metterle le une contro le altre e mantenere il suo controllo. Il partito Baas, originariamente laico, non ha esitato a giocare la carte della religione o dell’etnia come ha ricordato l’oppositore Sarkis a Parigi. Oltre alle minacce che pesano sull’unità nazionale per la violenza del suo regime, la Siria, per la sua posizione geostrategica, è oggi un paese dal futuro incerto.

 


 

Ghania Khelifi
Traduzione dal francese di Federica Araco
(28/03/2011)

 

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