Vacilla il trono di Gheddafi

Vacilla il trono di Gheddafi
Moubarak et Kadhafi

 

 

La fine di Gheddafi incomincia a Bengasi, città tradizionalmente ribelle a circa mille chilometri da Tripoli. Per evitare una riedizione delle rivoluzioni tunisina ed egiziana, il colonnello ha deciso una repressione dura, che si sta trasformando in una vera carneficina, con migliaia di vittime.
Sono utilizzate unità speciali, appoggiate da milizie africane mercenarie al soldo del colonnello. Nonostante il black out imposto a Bengasi si sa che la repressione è stata feroce con anche raid aerei sui manifestanti. Le forze “fedeli” a Gheddafi sparano nel mucchio, utilizzando elicotteri e mitragliatrici, ma molti soldati si uniscono al popolo. Gli ospedali sono strapieni. Bengasi, ma anche numerose altre città, sono ora fuori dal controllo del Colonnello. I manifestanti hanno dovuto ricorrere alle armi di fronte a una repressione implacabile.
L’Est della Libia si è presto sollevato. Vengono ripresi gli stessi slogan tunisini, poi egiziani. “Il popolo vuole la caduta del regime” è lo slogan ripetuto di città in città. Il suo clamore ha raggiunto anche Tripoli. Sembra riprodursi lo stesso schema: la scintilla scoppia in una città di provincia tradizionalmente ribelle (Sidi Bouzid, Suez, Bengasi) per poi raggiungere la capitale.

 

 

Vacilla il trono di Gheddafi
Moubarak et Ben Ali

 

 

Domenica sera, Seif al-Islam (letteralmente, Spada dell’Islam), il figlio di Gheddafi, promette in tv una fermezza maggiore di quella annunciata nei loro primi discorsi da Ben Ali e da Mubarak, accusa un complotto internazionale al quale si opporrà facendo colare “fiumi di sangue”. Ha anche evocato il rischio di una guerra civile ma anche rilanciato le vecchie promesse di una “nuova Libia” dotata di una costituzione.
Ma da tempo il popolo ha capito che non si costruisce qualcosa di nuovo con quello che è vecchio. Il modello di una “Jamlaka” (tradotto, monarchia-repubblica) come quello siriano non è immaginabile in Libia
Sabato, la TV libanese ha mostrato decine di dipendenti tunisini, egiziani, sudanesi, turchi, palestinesi e siriani arrestati in diverse città libiche e accusati di complotto contro la rivoluzione (il colpo di stato del 1° settembre 1969 che ha permesso a Gheddafi di prendere il potere).

 

 

Vacilla il trono di Gheddafi
Berlusconi et Kadhafi

 

A parte Berlusconi che ha affermato di “non voler disturbare Gheddafi” (poi, pressato dagli eventi e dall’opposizione ha parlato di “violenza inaccettabile”), sembra che la comunità internazionale si mostri più solidale di quanto sia stata nei confronti dei tunisini. Per protestare contro la repressione, un vero genocidio, si sono già dimessi cinque ambasciatori (Cina, Gran Bretagna, Indonesia, India) e dal Cairo, il rappresentante permanente della Libia alla Lega Araba. Defezioni anche nell’esercito.
Anche se Gheddafi dalla Tv assicura “non scappo” , la rivolta dilaga ovunque nel Paese e a Tripoli sono in fiamme le sedi del governo, del Parlamento di Tv e radio di Stato. Sembra difficile immaginare un’altra sorte per il colonnello di quella toccata a Ben Ali e a Mubarak visto che è determinato a battersi contro il suo popolo per lasciarlo in eredità al figlio Seif al-Islam.

www.PetitionOnline.com/Mukhtar1/petition.html
http://alive.in/libya/2011/02/19/massacre-in-benghazi-worse-than-sabra-shatila-speak2tweet/

 


Jalel El Gharbi
Traduzione di Stefanella Campana
(22/02/2011)

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