Metro: graphic novel all’egiziana

Metro: graphic novel all’egizianaA due anni da Taxi di Al Khamissi, fortunatissimo esordio della collana Altriarabi, la casa editrice Il Sirente torna a parlare di Egitto. E lo fa coraggiosamente, proponendo Metro il primo graphic novel in arabo, censurato dal governo di Mubarak per le ‘immagini immorali’ e per i suoi ‘personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti’. Un libro che comincia dalla fine e si legge come un manga giapponese, con disegni in bianco e nero dal tratto deciso e parole taglienti, nella forma e nei contenuti. Attraverso la storia di Shihab, un giovane programmatore indebitato con un usuraio e coinvolto da un politico in una rapina in banca, l’autore descrive la vita al Cairo con un realismo pungente e una critica profonda alla situazione politica, sociale ed economica del paese.

Sorriso generoso, sguardo attento e curioso, El Shafee, classe ‘72, è farmacista di professione e fumettista per passione...“Leggevo molti fumetti da bambino. Poi ho scoperto il lavoro di Hugo Pratt, e ho capito che il comics non deve sempre raccontare storie di supereroi, ma può essere uno strumento per parlare di temi sociali forti, impegnati”, racconta. “Rispetto agli anni Novanta, quando la letteratura egiziana era più intimista e gli autori avevano la tendenza a parlare molto di sé, grazie alla diffusione di internet, c’è stata una forte apertura nei confronti della realtà esterna. Con i primi blog è nato il desiderio di osservare e capire il proprio contesto confrontandosi con il mondo intero, e provare a cambiare le cose”.

Nel suo libro El Shafee denuncia la corruzione dilagante e la condizione di oppressione e sopruso che la maggior parte della popolazione egiziana subisce da parte delle autorità. “Quello che mi ha spinto a scrivere Metro è l’assoluta mancanza di giustizia sociale del paese. Rispetto i valori della società in cui vivo, e sono favorevole alla diversità e al pluralismo. Ma credo nella mia libertà e rispetto quella altrui: non permetto a nessuno di impormi delle regole. Dal mio lavoro emerge l’incitamento a uscire fuori dagli schemi per ottenere riconoscimento e giustizia”.
I suoi personaggi si muovono nell’enorme periferia del Cairo: sono ragazzi squattrinati, ciabattini, usurai, mendicanti, piccoli criminali. Sullo sfondo, nei palazzi del potere, politici, banchieri e azionisti di multinazionali assetati di soldi decidono per il futuro del paese, senza preoccuparsi delle condizioni di vita disperate della povera gente. L’impossibilità di reagire, la frustrazione derivante dalla repressione, spesso violenta, con cui lo stato soffoca ogni forma di protesta sono elementi centrali del lavoro di El Shafee.
Anche la scelta del linguaggio rispecchia la realtà descritta. Se il narratore usa l’arabo classico, i personaggi parlano il dialetto egiziano in uno slang sporco e diretto, capace di parlare al cuore della gente senza giri di parole.

“Ho scelto di usare l’egiziano dei blog, piuttosto che l’arabo classico, perché credo che questo strumento linguistico porti avanti una piccola rivoluzione letteraria”, spiega l’autore. “Usare la lingua della gente comune può avere enormi ripercussioni sul piano politico e sociale perché ha un potenziale di diffusione molto maggiore. E ora l’egiziano sta raggiungendo una dignità letteraria che prima era riservata solo all’arabo classico...”.
La situazione politica del paese, cristallizzata da decenni, sembra non voler cambiare, a giudicare dai risultati delle recenti elezioni amministrative. Ma, racconta l’autore, ora esistono nuovi strumenti per opporsi a questa immobilità. “Le ultime elezioni in Egitto sono state una recita a cui hanno preso parte diverse comparse – racconta – ma il ruolo dei blogger stavolta è stato determinante. In alcuni seggi, attraverso internet, sono riusciti a denunciare la compravendita di voti e la rapida diffusione della notizia ha impedito ad alcuni politici di candidarsi. Loro usano ogni mezzo per ottenere voti e salire al potere, ma ora devono fare i conti con la mobilitazione spontanea della gente comune che, con un semplice computer in rete, ora può esprimere la propria opinione e condividerla, denunciando corruzione e ingiustizia”.
Eppure, in un regime dittatoriale repressivo come quello egiziano, la censura è ancora una pratica molto diffusa e in molti scontano la liberà di parola con il carcere. Tra questi anche il blogger Muhammad Sharqawi, direttore della piccola casa editrice Malameh che nel 2008 ha pubblicato Metro. Dopo la confisca immediata dell’opera e l’arresto dell’editore, El Sahfee e Sharqawi sono stati condannati dal Tribunale del Cairo a pagare una multa per “aver compromesso la moralità pubblica”. E, ovviamente, in Egitto l’opera è tuttora introvabile.
“Il 6 ottobre scorso anche il mio blog è stato chiuso – racconta l’autore –. Tramite la rete avevo conosciuto il mio editore, prima che anche il suo blog venisse oscurato. Dopo la confisca dell’opera in Egitto, ho provato a farla pubblicare all’estero. Ahmed Nagi, autore di “Rogers e la via del drago divorato dalle stelle” (Altriarabi 2010), mi ha parlato della casa editrice Il Sirente che si è subito interessata al mio lavoro. Ho ricevuto una grande solidarietà da parte dei lettori europei, soprattutto in Germania, Francia e Italia, e dal pubblico americano. Mi sono sentito molto sostenuto durante il processo. Un grande supporto è arrivato anche, inaspettatamente, da paesi come il Kuwait, dove molta gente condivide, almeno in parte, le mie critiche ad alcuni aspetti della società araba contemporanea”.

Malgrado le difficoltà incontrate nel suo paese, El Shafee non si arrende: “Prima d’ora in Egitto non c’è mai stata una reale volontà di sviluppare il linguaggio del graphic novel. Ora le cose stanno cambiando, e molti editori sono aperti e interessati a questo genere. Con altri colleghi e disegnatori abbiamo alcuni progetti per riviste specializzate e idee di pubblicazioni sempre sullo stesso stile. Tuttavia, non mi sento un innovatore. Ho solo seguito l’esempio di chi, prima di me, in Francia e negli Stati Uniti, aveva già intrapreso questa strada. Il mio intento è usare il comics per riflettere e far riflettere su temi sociali forti. Credo sia uno strumento capace di provocare molte reazioni tra la gente: considero il fumetto un laboratorio aperto di immagini e comunicazione in continua evoluzione”.


Federica Araco
(28/12/2010)




 

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