Cani del Sistema

Giugno, poco prima di mezzanotte. Due poliziotti egiziani entrano in un Intenet Cafè di Alessandria.
“Sei tu Khaled Said?”
“Sono io. Perché?”
“Lurido maiale, chiedi perché?”. Uno dei due lo prende per il collo e gli sbatte la testa contro il muro.
“Ahh! Sanguino!” – urla il ragazzo.
“Ti faccio sanguinare finchè non muori. Sappiamo che hai un video che ci accusa di traffico di droga. Dovrai morire per questo. Qui in Egitto, nessuno può contestare il nostro potere o chiedere cosa ne facciamo. Se vogliamo trafficare con la droga sono affari nostri e nessuno può toccarci nemmeno con un dito: non rischiamo niente, noi!”. L’altro poliziotto dà un calcio nello stomaco a Khaled fino a fargli sputare un liquido giallo.
E prosegue: “Quella che voi chiamate corruzione è il nostro modo di vivere, ci siamo dentro tutti, a cominciare da noi fino al presidente di questo paese. Tu non sei nessuno e devi tenere la bocca chiusa!”
Khaled respira affannosamente, i due poliziotti lo trascinano verso un tavolo di marmo lì a fianco e gli sbattono la testa contro fino a fracassargliela. Uno dei due si volta verso gli altri clienti del locale urlando: “Capito, signori? Avete capito che non valete niente e dovete solo stare zitti? Andatevene a casa vostra e nelle vostre moschee! Noi siamo la legge qui, noi siamo il potere e voi non dovete fiatare!”
L’altro poliziotto si avvicina all’orecchio di Khaled: “Riesci ancora a sentirmi? Sembri un pollo senza testa in un pollaio . Bene, ascoltami: noi siamo la legge, noi abbiamo il potere e voi non siete nessuno! E tutti quelli che parlano di libertà di opinione, di democrazia e di tutte queste stupidaggini inventate dall’Occidente, saranno torturati come te. Così imparano a stare zitti dall’inizio”. Estrae dalla tasca una bustina di droga e la infila nella bocca di Khaled, ficcandogliela in gola fino a farlo soffocare. Il suo cadavere viene caricato su un furgone e abbandonato in uno dei sobborghi della città.

Cani del Sistema
Khalid Said
Il dialogo qui riportato è un’invenzione. L’uccisone di Khaled Said, 28 anni, invece è vera. E sono veri anche il giorno e il luogo in cui è avvenuta.

Naturalmente, le autorità hanno concluso il caso sulla base del referto del medico legale: morte per soffocamento causato da ingerimento di droga; assenza di tracce di violenza o di tortura sul corpo.
Naturalmente, i due poliziotti hanno rivolto al giovane soltanto un paio di parole non troppo limpide mentre resisteva all’arresto.
Di certo, lasciare prove false per accusare qualcuno non è una novità. E più l’eventuale indizio immaginario è vicino a un crimine vero, più l’azione conseguente diventa una vera e propria provocazione: i poliziotti egiziani coinvolti nel narcotraffico, utilizzano la droga per incastrare le loro vittime, allo stesso modo in cui, come posso testimoniare, i soldati israeliani nascondono i volantini dei resistenti palestinesi vicino alle loro case, per poi incastrarli con l’accusa di sostenere la lotta armata.

Ma ciò che i poliziotti non dicono è ciò che molti credono in Egitto.
L’uso della violenza è l’unico mezzo del sistema egiziano per tenere sotto controllo l’opinione pubblica. Il 3 maggio scorso, quando gli oppositori al governo hanno organizzato nel centro del Cairo una dimostrazione per i diritti civili e politici, l’annullamento della Legge d’emergenza, il rilascio dei prigionieri politici e le elezioni libere e imparziali, le forze dell’ordine hanno attaccato i manifestanti, picchiato e arrestato uomini e donne. Il presidente del parlamento Ahmed Fathi Surur ha minacciato i partecipanti di avviare procedimenti legali nei loro confronti.

Se leggiamo uno dei rapporti di “Human Right Watch”, possiamo cogliere chiaramente il siginificato di repressione del dissenso politico in Egitto. Nel 2009, le autorità hanno arrestato attivisti dei diritti umani, rinchiuso giornalisti, bloggers e membri della Società dei Fratelli Musulmani (organizzazione interdetta che raggruppa la maggior parte degli oppositori del paese). Hanno rimandato al loro paese con la forza i rifugiati politici e gli immigrati, esponendoli così alle torture e addirittura sono passati alle armi con quelli che cercavano di attraversare Israele. La Legge d’emergenza egiziana (numero 162, anno 1958) ha fornito le basi per la detenzione arbitraria e i processi irregolari: le organizzazioni per i diritti umani stimano che siano state arrestate tra le 5000 e le 10000 persone contro le quali non esisteva alcuna accusa. E se paragoniamo questo numero a quello dei 6300 palestinesi fermati dalle forze israeliane nel maggio 2010, non possiamo che domandarci: come può l’Egitto far sentire la propria voce di protesta contro la repressione israeliana?
La Legge egiziana sull’Associazionismo (84/2002), che prescrive delle sanzioni penali che soffocano le attività delle ONG (Organizzazioni Non Governative), è una forma di restrizione dei margini di libertà in vista delle prossime elezioni presidenziali. La Legge sui Partiti Politici (40/1977) può autorizzare una commissione presieduta dal partito in carica per sospendere le attività del partito opposto “in nome degli interessi della nazione”.

Cani del SistemaMa questo articolo non vuole essere un’indagine sulla repressione interna in Egitto. Torniamo alla storia di Khaled Said: dopo la tragedia, il Ministero dell’Interno è rimasto ancorato al pretesto del soffocamento per ingerimento di droga. Eppure, il modo in cui si è manifestata la vicenda e la presenza di tracce di violenza sul giovane hanno alimentato l’indignazione degli egiziani a tal punto che la situazione è sfuggita di mano alle autorità, forse in maniera inaspettata, ma del tutto esauriente: qualcuno ha pensato di mettere su internet una foto del viso tumefatto di Khaled per sollecitare l’opinione pubblica. Da un blog all’altro e tramite facebook, le persone sono state chiamate a mobilitarsi per un tumulto collettivo e hanno cominciato a riunirsi in proteste semi-organizzate, senza la presenza di un vero leader. Una semplice azione come quella di caricare una foto in rete e di scambiarla tramite i telefoni cellulari ha fatto sì che si scatenasse una vera e propria reazione sociale, capace di riunire fianco a fianco persone acculturate e attivisti con gente meno istruita. Il tutto, con un riscontro favorevole nel contesto sociale e in quello delle relazioni familiari nel quartiere in cui viveva Khaled. Una reazione spontanea ma non disorganizzata. Una reazione collettiva ma allo stesso tempo decentralizzata.

Ismail al-Iskandarani, giovane ricercatore politico, afferma: “In Egitto, un gran numero di giovani ha a che fare con la tecnologia informatica ed è in grado di utilizzarla per cambiare le cose. Ci sono anche tante persone normali che lottano con impegno per i propri diritti, per migliorare le proprie condizioni di vita, senza fare per forza opposizione politica” La gente normale dei quartieri poveri ( al-‘ashwa’yat ) costruisce da sé i servizi essenziali per il proprio territorio (acqua, energia elettrica, fognature, etc) senza aspettare l’intervento della pubblica autorità. Giovani volontari offrono il loro aiuto e incontrandosi creano delle reti sociali che potenziano la manodopera. Quando si vuole chiamare la gente a raccolta in una delle aree povere di Alessandria, per esempio, l’annuncio del luogo e del giorno di ritrovo viene fatto direttamente in rete, tramite un computer nella hall della Biblioteca di Alessandria: una sorta di sfida e di provocazione nei confronti delle forze dell’ordine egiziane. Un modo di recuperare gli spazi per l’azione politica all’interno della società egiziana, senza farsi travolgere dal convenzionale gioco delle istituzioni nazionali e cercare così di sfuggire alla repressione e alle persecuzioni. La disobbedienza civile è una delle nuove frontiere cui aspira la gioventù politicamente attiva in Egitto. “È un modello di attivismo politico non convenzionale che porterà a un grande progresso storico, pur essendo un’azione collettiva svolta da attori non collettivi”, chiarisce Ismail al-Iskandarani.

In un contesto in cui niente è permesso, i social network e i moderni mezzi di comunicazione rappresentano un’opportunità per meglio cogliere i punti deboli del sistema politico vigente ed è per questo che il governo applica una Legge d’emergenza contro i bloggers. Il primo blogger ad essere arrestato è stato Karim ‘Amir (il nome vero è ‘Abdu Karim Nabil Sulayman), condannato per aver scritto a proposito delle tensioni tra islamici e cristiani in Alessandria e per la sua critica al governo di Mubarak e alle istituzioni religiose di al-Ahzar.

L’anno scorso, durante una conferenza in Svezia, Wa’il ‘Abbas è stato fermato per qualche ora per aver criticato il governo egiziano e in particolare le sue pratiche di tortura. Il numero di casi collegati alla repressione della libertà di espressione in Egitto registrato dall’Arabic Network of Human Rights Information nel 2009 è arrivato a 520, di cui circa un centinaio formato da bloggers, alcuni dei quali hanno subito trattamenti assurdi, come Wa’il ‘Abbas, per esempio, accusato di aver rubato un cavo per il collegamento internet.

“Posso non essere d’accordo con chi utilizza un linguaggio offensivo nei confronti dell’Islam o di una figura politica, ma non posso accettare che qualcuno venga arrestato a causa di ciò che ha scritto, pur se in tono provocatorio, sul proprio blog. E nemmeno che il suo arresto diventi un pretesto legale per giustificare quello di tutti gli altri bloggers. Non è ammissibile condannare chi esprime le proprie opinioni”, afferma Ahmed Yusri, blogger del Cairo. I giovani come Ahmed cercano semplicemente di creare degli spazi in cui sia possibile immaginare e discutere un futuro diverso per il loro paese: i cambiamenti all’interno della società possono avvenire in modo pacifico e non violento, come succedeva in passato.

“Il nostro peggior nemico è la corruzione, ma attenzione: non è la gente che corrompe il sistema. È il sistema che corrompe la gente. È il sistema che non distingue chiaramente tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario e che in tutta naturalezza elegge i corrotti”, conclude il blogger.

Khalid è morto, ma la sua foto continua ad apparire su facebook insieme a un ammonimento per gli autori del crimine: “Cani del Sistema, chi uccide verrà ucciso, prima o poi”. Al-Jazira si è occupata in modo significativo di questo caso. Ad uno sguardo straniero, anche se di qualcuno che viaggia sovente in Egitto, risulta difficile cogliere la portata della frustrazione della gente in questa società, così come le possibilità di un cambiamento. Eppure, sono migliaia le persone che invocano la libertà e hanno tutte le potenzialità per far sentire le proprie opinioni. Cinque anni fa i dimostranti del movimento Kifaya (Basta!) erano 250. Quest’anno l’Assemblea Nazionale per il Cambiamento ha riunito un numero di persone 200 volte superiore.

L’anno scorso, il giornale nazionale al-Ahram ha pubblicato un articolo che accusava gli attivisti di diffondere un’immagine negativa della situazione dei diritti umani in Egitto per ottenere guadagni privati tramite finanziamenti dall’estero. Mi viene in mente una poesia di Bertolt Brecht, scritta nel 1953 dopo la rivolta della Germania dell’Est:

Dopo la rivolta del 17 giugno
il segretario dell’Unione degli scrittori
fece distribuire nello Stalinallee dei volantini
sui quali si poteva leggere che il popolo
si era giocata la fiducia del governo
e la poteva riconquistare soltanto
raddoppiando il lavoro. Non sarebbe
più semplice allora che il governo
sciogliesse il popolo e
ne eleggesse un altro?

(BRECHT B., Poesie 1933-1956, Torino, Einaudi 1977, p. 665)

In un paese come l’Egitto, in cui il 32% degli abitanti ha meno di 14 anni e l’età media non supera i 24, sarà difficile sciogliere il popolo ed eleggerne un altro, così da sospendere il cambiamento in eterno. Anche se Khaled Said non tornerà più.

Istico Battistoni
Traduzione dall’arabo di Elisabetta Libanore
(23/08/2010)

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