Gerusalemme- Est: l'altra ombra della città

A Gerusalemme-Est cinque gallerie hanno esposto fino alla fine di ottobre le opere di una quindicina di artisti contemporanei palestinesi e di una dozzina di stranieri per “The Other Shadow of the City”. Le opere, realizzate per l'occasione, mostrano per la maggior parte come l'occupazione israeliana modelli i paesaggi, mentre altre immaginano geografie alternative.

Gerusalemme- Est: l'altra ombra della cittàCosì, Yazan Khalili lancia un “Invito a un’esposizione” fittizia. Attraverso manifesti affissi un po' ovunque nelle strade di Gerusalemme-Est (la parte araba della città annessa da Israele), invita gli spettatori a una presunta esposizione di fotografie intitolata “Il paesaggio della luce e dell'oscurità”, che dovrebbe tenersi al “centro culturale della posta (ex-commissariato), in via Salah Eddine”. Quel luogo in realtà non esiste. In quell'arteria commerciale, il palazzo della posta è stato occupato nel 1996 dalla polizia israeliana, che vi staziona tutt'oggi. L'irruzione delle uniformi ha considerevolmente modificato le abitudini dei passanti e dei commercianti di via Salah Eddine. Con quest'opera, Yazan Khalili immagina come sarebbe stata la vita in quel quartiere se l'edificio in questione fosse divenuto non un commissariato, ma un centro culturale.

Gerusalemme- Est: l'altra ombra della cittàAnche Rafat Asad si cimenta nel creare un mondo parallelo con la sua istallazione video “Viaggio”. I visitatori non possono fare a meno di sorridere scoprendo gli schermi di aereoporto che indicano “Gerusalemme” tra le destinazioni possibili (attualmente, in realtà, bisogna atterrare a Tel Aviv o Amman). Il loro sorriso sfuma quando realizzano che i due voli in questione non sono in fase di check-in o di imbarco, ma in “ritardo” o “in attesa”. L'opera è tanto più toccante dal momento che l'artista, originario di Nablus, ha potuto visitare Gerusalemme una volta sola, quand'era bambino.

Molti altri lavori evocano il modo in cui la maggior parte dei palestinesi vengono tenuti in esilio da questa città, che essi rivendicano come capitale del loro futuro Stato.

La franco-marocchina Bouchra Khalili ha chiesto a un abitante di Ramallah di una ventina d'anni di mostrarle su una carta il percorso che compie per entrare clandestinamente a Gerusalemme-Est, dove vive la sua giovane fidanzata. Anche se le due città sono lontane solo una quindicina di chilometri, il giovane palestinese disegna sulla carta una serie di interminabili deviazioni, che intraprende per evitare i check-point e passare sotto il Muro di Separazione. Cosa che non può più fare da quando Israele ha chiuso il pertugio che gli serviva da punto di passaggio. Bouchra Khalili ha battezzato questo processo “Mapping Journey” (letteralmente, cartografare il viaggio). Un metodo che aveva già usato per ritracciare il periplo degli immigrati clandestini dai loro paesi d'origine fino a Marsiglia. Per la Palestina, ha dovuto nuovamente fare ricorso alla carta: “Una questione insieme astratta e assolutamente concreta, nella misura in cui intralcia la mobilità di migliaia di persone”, spiega l'artista.

Per dare un’idea della lunghezza del Muro di Separazione, l'inglese Anna Boggon l'ha trasposto “A volo d'uccello” sulla carta del Regno Unito. Così una linea rossa si estende da Londra fino alle Highlands scozzesi per 709 km, ossia la lunghezza del Muro secondo gli ultimi dati dell'OCHA (Ufficio dell'ONU per il coordinamento degli affari umanitari).

La muraglia di cemento naturalmente ha ispirato anche gli artisti palestinesi. Sliman Mansour ha dipinto dei “Paesaggi incerti” partendo dalle fotografie aeree di Gerusalemme. Ne ha ricavato delle composizioni quasi astratte dove i quartieri di Abu Dis e Al Ram sono quasi completamente circondati dal Muro. Jawad Al Malhi, invece, espone per sei metri di lunghezza il fenomeno di segregazione ai margini di Gerusalemme. La sua gigantesca fotografia intitolata “Torre di Babele rivisitata”, mostra la colonia di Pisgat Zeev che sovrasta il campo profughi di Shuafat. Separate da un vallata e da un muro, le due comunità vivono costantemente in vista l'una dell'altra, ma senza mai comunicare.

Rula Halawani ricorda i villaggi palestinesi che sono stati spopolati alla creazione dello Stato di Israele, nel 1948. In “Presenze e impressioni”, confronta delle immagini d'archivio con le fotografie in bianco e nero che ha scattato lei stessa nel 2009: i luoghi sono rigorosamente gli stessi, ma le tracce delle località palestinesi sono state cancellate dall'urbanizzazione o dalla vegetazione. La maggior parte delle case sono semplicemente e puramente scomparse.

Un'altra palestinese, Alexandra Handal, esplora le vestigia del passato palestinese di Gerusalemme-Ovest, con le sue belle case arabe espropriate nel 1948. Alcune sono state trasformate in hotel, e i loro proprietari israeliani invitano i turisti a provarne l'autenticità. Nel corso dell'estate 2007, l'artista ha alloggiato per due settimane in una di esse e ha catturato l'atmosfera del posto nel suo video “Diario del Bed and Breakfast”. Il risultato oscilla tra il diario personale e l'analisi di una scena del crimine. Alexandra Handal più tardi ha attraversato le strade di Gerusalemme-Ovest, fotografando la città attraverso tutte le sue separazioni – barriere, siepi, porte, cancellate – per la sua serie “Sosta vietata, salvo autorizzazione”.

Sempre a Gerusalemme-Ovest, la britannica Sarah Beddington ha filmato dall'alba al tramonto il cantiere per la costruzione del futuro “Museo della tolleranza”. Finanziato dal centro Simon Wiesenthal e disegnato dall'architetto Frank Gehry, l'edificio verrà innalzato sull'antico cimitero musulmano di Mamilla, dove fino al 1920 si svolgevano ancora cerimonie funebri. Un processo aveva permesso di sospendere i lavori per alcuni anni, ma la costruzione è ripresa a fine 2008. Alcuni scheletri sono stati riesumati e spostati. Registrando la sua “Elegia a Mamilla”, Sarah Beddington dichiara di voler fare “atto di memoria in un luogo che presenta diversi segni di rimozione”.

A Gerusaleme-Est, ad essere sloggiati non sono i morti ma i vivi. Le espulsioni delle famiglie palestinesi hanno ispirato diversi artisti.

A Silwan, la maggior parte della popolazione vive nella paura dello sfratto. Alcuni archeologi affermano che è in questo quartiere adiacente alla Citta Vecchia che il re Davide ha fondato il suo regno. Una organizzazione di coloni spera di riuscire a sbarazzarsi degli abitanti palestinesi per poter estendere il sito turistico chiamato “Città di Davide” e costruire delle case per gli abitanti ebrei. L'artista Raouf Haj Yihya ha creato un video-gioco che si svolge a Silwan. In “Metro quadrato”, cinque famiglie palestinesi hanno ricevuto un ordine di espulsione e il giocatore ha 15 secondi per salvarle ma, qualsiasi cosa egli faccia, il mouse non è mai abbastanza rapido.

Il quartiere di Cheikh Jarrah, che si estende lungo la linea verde, accende anch'esso gli appetiti dei coloni. Una presenza massiccia di ebrei in questa località permetterebbe infatti di assicurare la continuità tra Gerusalemme-Ovest, le colonie di Gerusalemme-Est e quelle della Cisgiordania, in particolare l'insediamento di Ma'ale Adumim. Un'operazione del genere impedirebbe qualsiasi restituzione di Gerusalemme-Est ai palestinesi, che vorrebbero farne la loro capitale.

Recentemente, tre famiglie palestinesi sono state espulse dalle loro case, dove vivevano sin dagli anni '50, sarebbe a dire da prima che Israele conquistasse questa parte della città. Gli Al-Kurd sono stati sfrattati nell'autunno 2008, gli Hanoun e i Ghawi l'estate seguente. Alcuni coloni ebrei hanno immediatamente preso possesso dei luoghi, mentre le famiglie palestinesi decidevano di accamparsi davanti alle loro case, in segno di protesta e in mancanza di alcuna regolamentazione circa la loro sorte.

Gerusalemme- Est: l'altra ombra della cittàRana Bishara ha dedicato la sua istallazione “Cuscini senza casa” a queste tre famiglie di Cheikh Jarrah. Quei cuscini rappresentano il calore e il confort di una focolare ma sono dotati di un collo lungo e morbido che li rende vulnerabili. Attraverso quest'opera, l'artista intende denunciare “la pulizia etnica che sta avendo luogo sotto i nostri occhi”.

L’esposizione «The Other Shadow of the City» (L’altra ombra della città) si svolge in un paesaggio pesantemente segnato dall'occupazione. Da uno dei luoghi d'esposizione, la Young Women's Christian Association (YWCA) a Cheich Jarrah, si possono scorgere dalla finestra le case da cui sono state espulse alcune famiglie palestinesi a beneficio di coloni. Gli altri spazi dove saranno presentate le opere sono il Jerusalem Hotel (via di Nablus), il Centro culturale francese (via Salah Eddine), il Teatro nazionale palestinese Al-Hakawati (via Abu Obaida) e la galleria Al_Hoash-Palestinian Art Court (via Zahra) che organizza questo evento.


The Other Shadow of the City
www.alhoashgallery.org

Marie Medina
Traduzione dal francese di A. Rivera Magos
(22/10/2009)

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