Il coraggio di Kalandia Children è reality peace

Perché non possiamo tessere le leggende sulle nostre chiavi perse o su quelle rimaste sulle porte, tutte arrugginite, in attesa del ritorno dei loro proprietari? Alcuni pensavano di poter tornare dopo qualche giorno, ma si sono susseguiti i giorni, i mesi e gli anni e ancora non sono tornati. Sheikh Abbas si è accorto delle chiavi dimenticate nelle serrature delle porte e le ha raccolte una ad una. Le portava sempre con sé e loro danzavano sul suo fianco, lo hanno fatto per più di venti anni, finché un giorno sono cadute per terra vicino al suo corpo che è stato sbranato da un orso cattivo. E nessuno le ha più raccolte perché abbiamo perso la speranza.
Anas Wahadan, 12 anni, campo profughi Kalandja – Palestina
(Da “Lettere al di là del muro” di S.Apuzzo, S.Baldini, B.Archetti - Ecoalfabeto, I Libri di Gaia )
Il coraggio di Kalandia Children è reality peace
Ogni volta che si parla della questione israelo-palestinese si rischia di diventare ripetitivi. Nei vari simposi, conferenze ed iniziative a sostegno della pace in Medio Oriente, l’attenzione e la discussione sul tema ricade sempre sul nodo nevralgico del problema che è, al tempo stesso, causa ed effetto: la guerra. Per questo, ha un grande coraggio chi si ingegna a trovare soluzioni alternative per trasmettere messaggi di pace più innovativi. Paradossalmente, queste soluzioni non passano attraverso le firme e gli incontri dei grandi capi di Stato, ma grazie a canali e strumenti di cui è ricca la cultura, in tutte le sue forme, modernità ed avanguardie educative. Anzi, forse, dovremmo cominciare a parlare sempre più spesso di intercultura, cioè di quel reciproco scambio tra esperienze culturali diverse, finalizzato a creare una cultura altra, che è la somma delle singole.
È sulla base di queste premesse che il coraggio per parlare in modo diverso di pace in Medio Oriente, spesso, arriva dai più piccoli. Ahmad, Aseel, Asef, Aseel, Bara, Hedaia, Isra, Marah, Mohammad e Rawan sono i bambini palestinesi del campo profughi di Kalandia, tra Gerusalemme e Ramallah, che hanno avuto questo coraggio. Hanno preso in mano una telecamera e hanno cominciato a raccontare la quotidianità del loro campo sulla web-tv Kalandia Children (www.kalandiachildren.com), con lo slogan “Shooting cameras, no guns”.

Il coraggio di Kalandia Children è reality peaceGiocando sul senso del doppio significato della parola shooting, che in inglese vuol dire sia sparare che riprendere, i piccoli reporter mandano in onda un unico messaggio di pace:“Riprendere con le telecamere e non sparare con ci fucili”. Loro, la guerra, la vivono ogni giorno e la sottintendono senza il bisogno di esplicitarla di continuo a chiare lettere e con i fucili, come fanno i grandi. “La guerra è evidente, e non ha bisogno di essere sottolineata, se nel video si vede dove sono nato e dove vivo. Sì, nel mio paese, ma in un campo profughi, occupato da militari di un altro popolo che dicono che questo è anche il loro paese. Sia l’altro popolo che il mio vogliamo questa stessa terra, e per questo ci conviviamo male. E dire che tutti la chiamano Terra Santa, e dovrebbe essere un luogo di Pace. Solo che noi palestinesi viviamo ingabbiati da muri, senza la possibilità di uscirci se non abbiamo la “carta blu”. Ma io che sono più piccolo, forse, sono più saggio dei grandi e, anche se sono vittima innocente dei loro giochi, faccio vedere che so descrivere in maniera più profonda il dramma ma, anche la bellezza, di questa terra. Anche se sono costretto a vivere in un campo profughi, a testa alta mi faccio testimone del mio tempo, del mio paese, della mia causa, della mia gente e della mia storia. E lo faccio attraverso il linguaggio universale che solo i bambini come me sanno, perché credo che, in qualsiasi angolo del mondo, un altro bambino al mio posto lo direbbe allo stesso modo. La mia identità, la mia cultura, i miei costumi, i miei valori, che in questo campo trovano poco spazio per esprimersi, hanno storia come in qualsiasi altra cultura; e la storia non va calpestata, ma percorsa e portata avanti per un’esistenza migliore per tutti, e quindi per me, in primis, che la vivo al presente e sono il futuro”.

I sogni dei dieci protagonisti, senza fare troppo rumore, escono dal cassetto e a chi li guarda trasmettono molteplici spunti di riflessione. Interviste e reportage, raccontati e girati con professionalità, parlano di un altro tipo di reality-life, che non è reality-show: i giochi, gli amici, il piatto preferito, come la makluba, la yabra o la pizza, ma anche la nonna che ha perso un figlio, diventato martire, il papà malato che dorme sul divano, e la vicina Gerusalemme mai vista. Bambini tra gli 8 e gli 11 anni, con semplicità e tanti sorrisi, si assumono la responsabilità di essere cronisti in presa diretta. Restano nel campo ma, grazie alla forza di una web-tv, provano ad andare al di là dei muri che, nella vita di tutti i giorni, non possono oltrepassare. Nella speranza che, nel lontano resto del mondo, qualcuno li ascolti più da vicino.

L’aspetto più interessante del Kalandia Children è che, sebbene rappresenti un’opportunità di riscatto sociale e culturale per i bambini di uno dei più noti campi profughi della Palestina, in realtà, nasce come esperienza di scambio interculturale tra bambini sardi e palestinesi. Questo esperimento, unico nel suo genere, fa parte del “Child’s Play”, progetto realizzato dalla Ong Vento di Terra di Milano, in collaborazione con il centro educativo dello stesso campo, il Kalandia Child Center, e finanziato dalla rete dei comuni sardi di Segariu, Villanovafranca, Lunamatrona (VS) e dal Consorzio Sa Corona Arrubia.

“L'idea generale del progetto è stata quella di far lavorare a distanza bambini italiani e palestinesi sui temi del gioco tradizionale e delle altre espressioni artistiche (musica e danza in particolare)”, spiega Serena Baldini, che segue il progetto per Vento di Terra. “Per questo - prosegue la Baldini - l'idea della web tv serviva a far conoscere ai bambini sardi la quotidianità dei loro amici palestinesi, prima che si incontrassero in Sardegna, nei giorni scorsi, per condividere le loro esperienze. L'altro obiettivo è stato quello di dare al centro giovanile di Kalandia una nuova risorsa da utilizzare come strumento educativo. I bambini hanno, infatti, imparato a filmare, mentre gli educatori sono diventati autonomi nel montaggio e nella gestione del sito della web tv che, adesso, va avanti da sola e potrà farlo fin a quando lo staff del centro lo vorrà.” Al momento, ci sono solo due telecamere, ma se ci saranno donazioni spontanee a livello internazionale, il progetto potrebbe continuare a crescere per il bene di questi piccoli eroi.

Il campo profughi di Kalandia si trova tra Gerusalemme e Ramallah ed è adiacente al check point israeliano che separa Gerusalemme dalla Cisgiordania del nord. Il campo è stato fondato nel 1949. Le autorità israeliane considerano l’area sulla quale sorge il campo parte della cosiddetta “Grande Gerusalemme”, anche se di fatto è tagliato fuori dalla città dal muro ed è incluso nella zona d’influenza di Ramallah. Dopo gli accordi di Oslo del 1995, il campo di Kalandia è rientrato nella zona “C”, sotto completo controllo amministrativo e militare d’Israele. Il numero di profughi ufficiali si attesta sui 10.024, a cui vanno aggiunte altre 10.000 presenze “non ufficiali”, trasferitisi nel campo allo scopo di sfruttare la vicinanza con Gerusalemme. Circa la metà della popolazione ha meno di 18 anni. La maggior parte degli abitanti di Kalandia non può andare a Gerusalemme perché non è autorizzata a oltrepassare il check point di Kalandia. Chi può raggiungere Gerusalemme, perché ha la carta blu, che garantisce lo status di residente permanente di Gerusalemme, si sottopone a ore di fila al check point, pur di lavorare.
Il coraggio di Kalandia Children è reality peace
I problemi più grossi del campo sono: l’alto tasso di disoccupazione, il basso livello economico delle famiglie, il sovraffollamento e la mancanza o insufficienza di servizi (scuola, salute, raccolta rifiuti, rete idrica e fognaria obsoleta). A questi, si aggiungono le difficoltà legate all'occupazione quali: le difficoltà di spostamento all'interno della stessa Cisgiordania e l’acuirsi della tensione, dopo l’ultima guerra a Gaza, con arresti arbitrari, ferimenti e uccisioni in scontri.

www.kalandiachildren.com
www.ventoditerra.org

Silvia Rizzello
(05/05/2009)

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