Grecia: la nuova terra promessa

 

Grecia: la nuova terra promessa«Ormai l’unica strada per entrare in Europa è la frontiera tra Turchia e Grecia», sostiene Bawa Hissen Folase, giovane proveniente dal Darfur, tra le prime vittime dei respingimenti italiani voluti dall’attuale Governo Berlusconi. «Dal Marocco non si passa più perché ci sono i militari che sparano», racconta. «Dalla Libia nemmeno. Troppo pericoloso. Io ci sono stato: ho lavorato tre anni a Tripoli per pagarmi il passaggio verso Lampedusa. Poi la polizia italiana ci ha fatto tornare indietro». Erano in 18, ricorda il giovane sudanese. E nel corso della traversata, dice, alcuni fra i più deboli sono morti. «Ora sono qui a Patrasso – conclude - e spero al più presto di imbarcarmi per raggiungere l’Italia».
Le strade per raggiungere la frontiera tra Turchia e Grecia, nuovo eldorado per persone in fuga da guerre, carestie e povertà, in cerca d’Europa, sono le più disparate. Il signor Mahmoud ad esempio, ingegnere minerario sudanese sulla cinquantina, racconta: «Sono arrivato ad Ankara in aereo dall’Egitto, Il Cairo. Sono scappato da Karthoum lasciando moglie e quattro figli perché ero finito sulla lista nera del governo. Mi stavano cercando». Una volta arrivato ad Ankara, l’ingegner Mohammud, ha subito contattato un “passeur”, un trafficante di uomini, per entrare in Europa. Come? «Col telefono cellulare naturalmente – spiega l’uomo - chiamando un numero avuto da un connazionale incontrato al Cairo». Detto fatto, per la modica cifra di 600 dollari, molto meno del passaggio dalla Libia all’Italia, o dal Marocco alla Spagna, l’ingegner Mohammud è stato imbarcato su un gommone che dal porto di Smirne, sulla costa turca, lo ha portato insieme ad altre 35 persone di origine curda, afgana e irachena, sull’isola greca di Samos. Ora, dopo due mesi di “campo di prigionia” (l’ingegner Mohammud usa il termine inglese “prison camp”), il sudanese viene rilasciato con un permesso bimestrale, o “white paper” come lo chiamano i rifugiati, con il quale può rimanere in Grecia in attesa di risposta per la domanda di asilo. In caso negativo, le autorità greche gli faranno un foglio di via, in gergo “red paper”, in caso affermativo un foglio di permesso d’asilo, “green paper”. «In realtà è dai sei mesi che sono in Grecia e ancora non mi hanno comunicato niente», spiega l’ingegnere. È costretto a dormire da clandestino insieme a 200 tra connazionali, somali, eritrei e sub sahariani, sotto dei vagoni dismessi presso la stazione, nella periferia ovest di Patrasso.

«In Grecia è molto facile entrare. Il difficile è uscire», sostiene Hamid tenendosi la testa tra le mani mentre osserva la distesa di teli di plastica, cartoni e materassi ammassati sotto gli ulivi. Dice di avere 14 anni e fa parte di un gruppo di ragazzi afgani clandestini, oltre 500, che si nasconde letteralmente nella “forest”, come la chiamano loro, un grosso uliveto alla periferia est di Patrasso, braccati dalle forze dell’ordine e in attesa di scappare verso l’Italia. Ogni due o tre giorni la polizia si presenta all’alba al “campo clandestino”, una serie di piccoli accampamenti formati da sette o otto ragazzi, disseminati nell’uliveto. Distrugge le baracche di teli e cartoni improvvisate, arresta quattro o cinque afgani in fuga e se ne va. «Non si tratta solo dell’esecuzione degli ordini – denuncia Johannis Lamprous, attivista Grecia: la nuova terra promessadell’associazione umanitaria Kinisi di Patrasso - ma di veri e propri atti di brutalità da parte degli agenti di polizia. Picchiano questi ragazzi, li insultano, rubano loro sistematicamente soldi e telefoni cellulari e spesso orinano addirittura sui loro materassi». Mentre Johannis racconta, Rohalla, afgano di una ventina d’anni, ci mostra gli otto spicchi di tela squarciati del grosso ombrellone da dehors che serviva come riparo nelle notti di pioggia. Due giorni fa un poliziotto armato di coltello, prima di andarsene, li ha deliberatamente tagliati.
La situazione di Patrasso, dove oltre al gruppo afgano si trovano sudanesi, somali, eritrei, curdi, iracheni e palestinesi, stimati complessivamente attorno al migliaio di persone dall’associazione Kinisi (unica realtà che si prende cura di queste persone in città), è totalmente fuori controllo. I migranti sono rigorosamente organizzati in campi abusivi, chi all’aperto, chi sotto i vagoni dei treni, chi in case abbandonate occupate, divisi per paesi o area geografica di provenienza. Senza assistenza, né acqua, né luce, con servizi igienici di fortuna. Ma la situazione di Patrasso non è che la punta dell’iceberg di un sistema di immigrazione clandestina che parte da Kabul, come da Kartoum o dalla Cisgiordania, per entrare in Europa attraverso il confine tra Turchia e Grecia. Una storia di fatiche, ingiustizie, soprusi, violazioni, morte. Tutto per riuscire ad arrivare nell’avamposto europeo del mar Egeo, nell’enclave ellenica, dove tutti i migranti, clandestini, in attesa di permesso di soggiorno o richiedenti asilo, tentano poi di entrare illegalmente in Italia, nascosti nei container o attaccati sotto i rimorchi dei Tir in attesa di imbarcarsi sui traghetti per Bari, Ancona o Venezia. Per rimanerci o per potersi spostare “liberamente” in altri paesi d’Europa confinanti.

Il giovane Abdullah, afgano diciottenne, racconta la sua storia: «Ho impiegato più di due mesi ad arrivare qui. Sono partito dal mio villaggio, a nord di Kabul, per Kandahar. Da li sono passato in Pakistan, nella città di Quetta per proseguire verso l’Iran. Sono arrivato a Khoy, vicino al confine tra Iran e Turchia, con passaggi in automobile e accompagnato da “passeurs” lungo le montagne, e sono entrato in Turchia nella città di Van. Da qui ad Ankara, poi Istanbul, Smirne ed infine il centro di Paganì, nell’isola di Lesbo. Ora sono a Patrasso da sei mesi, in attesa di andare in Italia, perché voglio entrare veramente in Europa…». Accanto a lui Amir, ragazzo iracheno intorno alla ventina, arrivato a Patrasso con un colpo di arma da fuoco in corpo. «È capitato più di una volta – racconta Johannis Lamprous di Kinisi -. In questi casi si ricorre all’ospedale pubblico dove alcuni dottori sono disposti a curare i clandestini senza denunciali. Ma bisogna fare attenzione a chi si incontra nelle strutture ospedaliere». Amir ora sta bene, e proprio questa notte decide di tentare di imbarcarsi su un traghetto per l’Italia. Clandestinamente. L’appuntamento è davanti alla biglietteria in via Othonos Amalias, proprio di fronte al gate 7 di imbarco per l’Italia, all’imbrunire, verso le 17 e 30. Amir, insieme a un gruppetto di una decina di ragazzi, in maggioranza afgani, attende che un tir si fermi per acquistare il biglietto di imbarco. Arriva un camion bulgaro, e appena l’autista scende Amir ci saluta con un cenno e balza sotto il rimorchio, incastrandosi tra i cassoni della parte centrale. L’autista ignaro sale sul suo mezzo e riparte per entrare in porto. Ce la farà Amir ad arrivare in Italia? Non è detto, perché deve ancora passare le forche caudine della polizia portuale greca che ultimamente ha stretto le maglie dei controlli. «Il modo per andare in Italia ci sarebbe – spiega Magal, connazionale di Amir -. Basta avere i soldi e un passaggio si trova». Lo prova il recente ritrovamento da parte della polizia portuale di Patrasso di un camion con 25 immigrati clandestini nascosto in un doppiofondo. «Questi traffici sono organizzati direttamente da Atene – spiega Mihalis Sidiropoulos, giovane studente di legge attivista di Kinisi in Patrasso – da dove arrivano i camion carichi di clandestini nascosti diretti nei porti di Venezia, Ancona o Bari». Il costo del “passaggio” è variabile, e può arrivare fino a duemila euro.

Grecia: la nuova terra promessaLa Grecia, che con il tasso del 2% di riconoscimento dello status di rifugiato, contro la media Ue del 20, è il paese meno “accogliente” dell’intera Unione, ha recentemente cambiato governo. E in molti si attendono forti segnali di cambiamento. «Il nuovo governo Papandreu eredita una situazione di gestione dell’immigrazione non facile – spiega Mihalis Sidiropoulos - con problemi di rapporti internazionali e numerosi casi di corruzione tra impiegati pubblici e poliziotti dediti al traffico internazionale di esseri umani. E anche se penso che nell’immediato poco cambierà, perché la coalizione di governo è molto ampia, e va dal centro alla sinistra moderata, qualche segnale positivo si intravede». Come il nuovo ministro della Giustizia, oggi denominato Giustizia, Corruzione e Diritti Umani, Apostolos Katsifaras, un socialista di lungo corso originario di Patrasso, che conosce molto bene i problemi legati all’immigrazione clandestina.
Nel frattempo la strada dell’imbarco clandestino dal porto di Patrasso è sempre più difficile. Negli ultimi tre mesi, raccontano i ragazzi afgani rifugiati nella “forest”, solo poche decine di loro sono riusciti a partire. E meno di una ventina hanno superato i controlli italiani nel porto di destinazione. «Ieri mi ha chiamato un amico che dormiva con noi, qui nella “forest”. Era appena arrivato a Calais, in Francia – racconta Hassan, giovane afgano -. Ha tentato una nuova strada via terra: Repubblica di Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria. Mi ha detto che il passaggio più difficile è quello tra Serbia ed Ungheria, perché la polizia è pericolosa. Ma una volta giunti in Austria non ci sono più problemi. Appena riesco a raccogliere qualche soldo parto anche io. Perché penso che quella sia la nuova strada per tutti noi».

 


 

Maurizio Dematteis
(17/12/2009)

 

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