Il “miracolo di Istanbul”

A Istanbul si respira odore di miracolo. Non ci avrebbe mai creduto nessuno fino a qualche anno fa, invece è successo. Il 24 aprile, data tradizionalmente considerata l’inizio del genocidio armeno del 1915, quest’anno è stato commemorato anche in Turchia. Il genocidio armeno rappresenta una delle ferite più dolorose nel passato del Paese della Mezzaluna e anche una delle più difficili da rimarginare. Secondo Erevan, e buona parte della comunità internazionale, in circa un anno e mezzo furono uccise un milione di persone, in modo metodico e con premeditazione. Un massacro su larga scala, che l’Armenia vorrebbe vedere riconosciuto come genocidio. La Turchia continua a negare il riconoscimento, contrapponendo la sua versione dei fatti. Non ci furono un milione e mezzo di morti, ma circa 300 mila e non furono uccisi con premeditazione. In aggiunta, morirono anche migliaia di turchi, uccisi dalle armate russe, penetrate ufficialmente per difendere gli armeni, ufficiosamente per mettere le mani sui territori dell’impero ottomano ormai in disfacimento.

Una ferita profonda, aggravata dalla difficile situazione in Caucaso negli anni Novanta, quando fra Armenia e Azerbaigian scoppiò una violenta guerra per il controllo della regione del Nagorno Karabakh. Ankara in quell’occasione prese le parti di Baku e la situazione degenerò definitivamente, fino alla chiusura del confine turco-armeno nel 1993.
Dopo anni di burrasca sembra che i rapporti fra i due Paesi si siano messi sulla lenta strada della riconciliazione. E lo scorso 24 aprile da Istanbul è partito un segnale molto forte. Due cortei hanno commemorato l’inizio della strage ai danni della popolazione armena. Una prima manifestazione in Piazza Taksim, la piazza principale di Istanbul, ha commemorato le vittime del 1915 e anche Hrant Dink, il giornalista armeno che lavorava incessantemente per il dialogo fra le due comunità e che fu ucciso a Istanbul nel gennaio del 2007, apparentemente da un giovane fanatico. Alla stazione di Haydarpasha, nella parte asiatica della città, hanno fatto ancora di più. L’Ihd, la maggiore ong del Paese per i diritti umani, ha organizzato per la prima volta una manifestazione per commemorare i 220 armeni vittime dell’arresto del 24 aprile 1915. Non si tratta di una data a caso. Quel giorno, infatti, proprio da Haydarpasha partì uno dei primi convogli di armeni, prelevati nella notte dalle loro case e portati nell’est dell’Anatolia, verso la Siria, da cui molti non fecero più ritorno. Si trattava dei maggiori esponenti della classe politica e intellettuale. La data è per questo considerata l’inizio dello sterminio che si concluse quasi due anni più tardi.
Il “miracolo di Istanbul”
Chiesa armena di Malatya

Il “miracolo di Istanbul” segue di pochi mesi l’iniziativa privata da Latif Yildirim, che di mestiere fa il costruttore e il restauratore di moschee, che si è proposto di restaurare a sue spese la chiesa armena di Malatya, dove una volta viveva una delle fette più consistenti della minoranza e da cui proveniva lo stesso Hrant Dink. Nel 2007 300 mila turchi firmarono una petizione chiamata “Ozur Dileriz”, chiediamo scusa. Iniziative non sempre accolte bene dall’opinione pubblica. Una parte di società, infatti, vede ancora con ostilità qualsiasi discussione sui fatti del 1915, una parte perché li nega, un’altra perché non si ritiene responsabile di un massacro avvenuto quando la Turchia moderna non esisteva nemmeno.

Il governo turco ha firmato lo scorso ottobre un protocollo d'intesa con l’Armenia per la normalizzazione dei rapporti. Le trattative si sono arenate nelle scorse settimane dopo le votazioni della Commissione affari istituzionali del Congresso americano e del parlamento svedese, che hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno irritando non poco la Turchia.
Ma la popolazione ci spera ancora, anche quei 70 mila armeni che vivono nel Paese, e che ci sono rimasti nonostante tutto. La comunità armena oggi nella sola Istanbul, dove si concentra il 90% del totale, dispone di una ventina di chiese, 17 scuole fra elementari, medie e superiori, un ospedale e un patriarcato posto nello storico quartiere di Kumkapi, fino al 1915 il quartiere di elezione per gli armeni turchi. Possono praticare liberamente la loro religione e parlare la loro lingua. I testi vengono prima approvati dal ministero dell’Istruzione turco, come quelli di tutte le altre scuole straniere. Loro, per primi, vogliono che questa ferita del genocidio del 1915 si rimargini per sempre.

Marta Ottaviani
(02/05/2010)

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