Turchia, la “diga della discordia”

Turchia, la “diga della discordia”
Hasankeyf


In Turchia ormai la conoscono tutti come la “diga della discordia” e a pensarci bene non potrebbe essere altrimenti. Il futuro sbarramento di Ilisu, che dovrebbe contenere il corso del fiume Tigri all’altezza di Hasankeyf, nell’Est del Paese e a pochi chilometri dai confini con la Siria e l’Iraq, viene considerata da pochi una grande opportunità per il futuro del Paese, da altri, la maggior parte, una catastrofe ambientale da fermare prima che sia troppo tardi. La località di Hasankeyf, con i suoi diecimila anni di storia, con oltre 289 siti d'inestimabile valore archeologico che raccolgono tracce delle civiltà di assiri, romani, bizantini, ayyubidi e ottomani verrà spazzata via.
Turchia, la “diga della discordia”Del progetto della diga Ilisu si parla già dal 1950, quando il governo turco comprese le enormi potenzialità di quella vallata dove il letto del Tigri è particolarmente largo e soprattutto ancora in territorio turco. Oggi fa parte del progetto Gap, Progetto Idrico per l'Anatolia Sud-Orientale, che prevede la costruzione di oltre 100 fra dighe e centrali idroelettriche lungo l'alto corso del Tigri e dell'Eufrate e che dovrebbe fare da calamita per gli investimenti stranieri e cambiare il volto del sud-est del Paese, spesso piegato dalla povertà, dal mancato sviluppo industriale e dalla guerriglia del Pkk, l’organizzazione terrorista-separatista curda che lotta per la creazione di uno stato indipendente in Turchia. Una prima parte di dighe fu costruita negli anni Ottanta, spesso a scapito del paesaggio e delle popolazioni che abitavano in quelle zone. Furono sgomberati 300 villaggi, e già allora si parlò di scempio ambientale. La diga Ilisu rimase fuori dalla prima parte di lavori, ma l’appuntamento con il destino era solo rimandato.
Il motivo per cui lo sbarramento solleva tutti questi dubbi è in primo luogo di ordine storico, paesaggistico e ambientale. Con la sua costruzione, infatti, la diga, sommergerebbe non solo siti archeologici di inestimabile valore ma sarebbe anche una catastrofe ambientale da fermare prima che sia troppo tardi perché coprirebbe una valle, quella del Tigri, già meta di flussi turistici in costante aumento e che potrebbe rappresentare un modo molto interessante e senza conseguenze di sfruttare le potenzialità della regione. E se storia e natura non bastassero, il motivo maggiore per cui la diga Ilisu fa paura è quello ambientale. Lo sbarramento infatti metterebbe a repentaglio l’esistenza di decine di specie animali e vegetali.

 

Turchia, la “diga della discordia”
Sbarramento di Ilisu

Se portata a termine, Ilisu sará la seconda diga del paese, dopo il bacino Ataturk, che si trova sempre nell’est del Paese, con una capacitá di circa 12 MW e una superficie di 313 km2, sommergerá 6mila ettari di terre arabili e il bacino idrico che si formerá inonderá una valle lunga 136 km, con una produzione di 3833 Gwh l'anno per 300 milioni di dollari di ricavi. Che dal punto di vista ambientale, parlando di decenni, vuol dire un danno sull’ecosistema incalcolabile. Non solo. Più di 200 insediamenti umani saranno sommersi, costringendo in tutto 55mila persone allo sradicamento, alla perdita del lavoro, delle case o al trasferimento forzato in altre zone del paese, esposte all'esclusione sociale e all'emarginazione.

L’incubo è tornato a serpeggiare fra la popolazione della zona dagli anni Novanta, quando il progetto della diga tornò sulle agende governative, soprattutto su quella del governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan, considerato l’artefice dell’apertura economica del Paese, e convinto sostenitore del Gap. A metá del 2009 hanno tirato tutti un sospiro di sollievo, in quanto banche tedesche, austriache e svizzere (l’italiana Unicredit attraverso la controllata Bank Austria aveva previsto un finanziamento di 280 milioni di euro), intenzionate a finanziare il progetto, hanno ritirato la loro disponibilitá. Alla base di questo ripensamento c’erano proprio le scarse credenziali fornite dalla Turchia per quanto riguarda l’impatto ambientale dell’opera.
Ma a smorzare gli entusiasmi degli ambientalisti è stato lo stesso premier Erdogan, annunciando che il progetto sarebbe andato avanti comunque e che i soldi per finanziarlo sarebbero stati trovati entro breve. In effetti nel Paese gira voce che due istituti di credito, fra cui sicuramente Garanti Bank, si sarebbero messi a disposizione. Un brutto colpo per le decine di associazioni che da anni si battono contro la costruzione della diga e alle quali hanno aderito alcuni nomi importanti dello spettacolo turco, fra cui la cantante Sezen Aksu e la pop-star Tarkan. Secondo la Andritz AG, la compagnia austriaca che si è aggiudicata il contratto da 300 milioni di euro, la decisione finale della Turchia potrebbe arrivare fra qualche mese. I cantieri si dovrebbero concludere entro il 2014, questo almeno secondo le rosee prospettive governative. E se l’esecutivo non è disposto a trattare, dall’altra parte le associazioni e l’opinione pubblica promettono battaglia.

 

 

Turchia, la “diga della discordia”
Hasankeyf


Alla causa ambientalista, infatti, ad Hasankeyf se ne accompagna anche un’altra politica. La localitá sorge in pieno territorio curdo e molti abitanti della zona si stanno rivoltando contro il governo in quanto la sommersione della valle del Tigri e di Hasankeyf sembrano l’ultimo sopruso, solo in ordine di tempo, che deve patire la minoranza da parte dello Stato turco.

 

 


 

Marta Ottaviani
(22/03/2010)

 

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