Gioventù senza sogni in Paesi autoritari

Vent’anni fa, quando visitai l’Algeria per la prima volta, poco tempo dopo la vittoria degli islamisti alle elezioni municipali, Noury, un caro amico algerino la cui famiglia mi ospitava a Sidi Bel Abbes, riassumeva il tutto in poche parole: «Mandateci quattro navigli di belle ragazze bionde e tutti i problemi di quest’infame paese si risolveranno ». Fu il suo modo di manifestare già in quegl’anni l’assenza di prospettive future e di attaccamento alla patria della gioventù di quel paese. Egli stesso faceva i suoi studi a Parigi, dove le belle donne di certo non mancano. E una settimana fa, di passaggio ad Aleppo, qualcuno bussa alla porta della mia camera ed il proprietario dell’alloggio mi presenta un giovane siriano che desidera chiedere consiglio su come ottenere un visto per il Canada. Non sono canadese, né ho mai visitato quel paese, ma il semplice fatto di essere straniero parve al proprietario ed all’amico una ragione sufficiente per ottenere raccomandazioni su come lasciare quel paese altrettanto « infame ». Una fuga di massa, che potrebbe concludersi alla stazione centrale di Milano come nel caso di Ismaele, il facchino egiziano che incrocio ogni volta che rientro in Italia; ma tutto questo non è importante. Una fuga in massa di una gioventù privata dei propri sogni in quei paesi autoritari e paternalisti, così paternalisti da pretendere di istituzionalizzare ogni espressione di inquietudine e di sofferenza della società, al fine di assorbirla e dissolverla : basti pensare al fatto che le Nazioni Unite abbiano dichiarato quest’anno (agosto 2010 – agosto 2011) Anno internazionale della gioventù a richiesta del governo tunisino, e che lo stesso anno sia invece cominciato con una rivolta dei giovani di quel paese, repressa alle prime avvisaglie di turbolenza nel sangue.
Gioventù senza sogni in Paesi autoritari
Sidi Bel Abbes

Tra gli uomini forti della regione, Muammar Gheddafi è da ritenere senza dubbio l’uomo più onesto e coerente: in un messaggio televisivo in diretta, indirizzandosi al popolo tunisino, chiedeva nel pieno del suo furore: «Perché avete fatto tutto questo al vostro presidente, dopo tutto ciò che ha dato al vostro paese ? Semplicemente per degli scandali di corruzione?». Gheddafi avrebbe dovuto ascoltare il mio amico algerino Noury e inviare a Tunisi in tempo utile un paio di battelli carichi di seducenti amazzoni, quelle donne-guerriero di cui ama circondarsi. Ora, sfortunatamente, è troppo tardi anche per questo.

Non crediate neppure che l’autobomba esplosa ad Alessandria d’Egitto la notte di Capodanno sia una questione diversa, un affare di Dio. Ancora una volta, si tratta piuttosto di una questione di libertà e democrazia, che di religione. Una crisi di frammentazione in identità settarie dilaga in Egitto, a causa in particolare di una politica di sicurezza interna imposta dalle autorità, alimentata dalla convinzione che i diritti del governo, del gruppo religioso o della famiglia prevalgano sui diritti individuali. Lungo i viali del Cairo o di Alessandria, vedreste in queste settimane dei grandi manifesti affissi dal governo che mostrano la bandiera egiziana a fianco di una mezzaluna agganciata ad una croce, e che ammoniscono: «Noi tutti siamo l’Egitto !». A una lettura più sottile, si tratta di una manifesta dichiarazione di negazione delle diversità e delle specificità delle minoranze interne. Gli individui non hanno diritto alla differenza, se codesta tocca i poteri costituiti. Al Qaida aveva annunciato l’intenzione di perpetrare il proprio atto criminale quale risposta al sequestro di alcune donne cristiane che si erano convertite all’Islam. In effetti, Wafaa Constantine, Camilia Shehata e Mary Abdullah Zaki, tutte mogli di ecclesiastici, erano state consegnate dai servizi di sicurezza dello Stato alla Chiesa locale affinché fossero tenute in cattività e non circolassero per la via pubblica dopo la loro conversione.

Se passiamo in rassegna gli indicatori di sviluppo democratico nei paesi arabi, dobbiamo riconoscere che malgrado i progressi la repressione continua a prevalere sull’apertura liberale. L’indice di democrazia araba 2009-10 (1), pubblicato annualmente dalla «Iniziativa per la riforma araba » insieme al «Centro palestinese di inchiesta e ricerca politica», mostra che se l’Egitto si trova nella posizione migliore tra i dieci paesi arabi analizzati per quanto riguarda gli strumenti formali della democrazia, indietreggia alla quarta posizione nella pratica democratica effettiva. L’Algeria è in un certo senso più coerente, occupando la quinta posizione sia nei mezzi di cui si è dotata, che nelle pratiche della democrazia.

Gli indicatori che hanno ricevuto i punteggi più bassi sono associati alle libertà civili, come la libertà di organizzazione di manifestazioni pubbliche, la censura dei mezzi d’informazione, gli abusi giuridici dei servizi di sicurezza, la libertà di manovra degli organismi per i diritti umani, le violazioni dei diritti costituzionali. Un altro elemento interessante dello studio è l’insignificanza della spesa pubblica nell’educazione e nella salute rispetto a quella per l’apparato di sicurezza.

Abdallah Saaf, professore all’Università di Rabat, vi segnala che molti regimi arabi, arricchitisi con le rendite dello Stato come la rendita petrolifera, e incapaci di mettere in atto una vera pratica democratica che vada oltre il quadro formale, si sono orientati verso una «democrazia dei servizi» che non protegge necessariamente gli individui, e che si combina all’offerta di un ruolo internazionale di intermediazione nei conflitti regionali, come nel caso di quello israelo-palestinese. E’ assolutamente sorprendente leggere nella stampa governativa egiziana quei numerosi e noiosi resoconti quotidiani delle riunioni tenute dal presidente della Repubblica con questo o quel capo di stato od inviato speciale sugli sviluppi politici regionali…

Omar Ashour, professore all’Università di Exeter (Regno Unito) (2), considera che la crisi egiziana si alimenti dell’assenza di quattro elementi: diritti civili uguali indipendenti dalla fede religiosa, diritto costituzionale alla libertà religiosa, un governo trasparente e responsabile e una strategia globale di promozione della coesione sociale.

In un’inchiesta pubblicata recentemente dallo «Istituto europeo del Mediterraneo» e rivolta a circa 400 esperti, attori e decisori della regione, nessuno ormai crede più che il Partenariato euro-mediterraneo lanciato a Barcellona nel 1995 dia benefici alla democrazia (3) : 62,1% degli intervistati considera probabile che, con il quadro di cooperazione attuale, i regimi politici dei paesi della riva sud si manterranno in piedi ; 45,8% che la democrazia ed il rispetto dei diritti umani non avanzeranno. Inoltre, meno di un terzo considera che dagli anni ’90 in poi siano stati compiuti dei progressi nel campo della libertà di espressione e di associazione ed in quello del pluralismo e della partecipazione cittadina.

Gioventù senza sogni in Paesi autoritariL’organizzazione non-governativa americana «Freedom House», nella sua relazione 2011 sullo stato della libertà del mondo, qualifica solamente tre paesi arabi su diciassette comme paesi almeno parzialmente liberi in termini di libertà civili e diritti politici (Libano, Marocco e Kuwait) (4) !

Che cosa ci si aspettava dunque quando, per destituire il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali, al potere dal 1987, è stato necessario invadere le vie pubbliche e affrontare i proiettili della polizia, mentre i prezzi al consumo continuavano a salire e la corruzione depredava giorno dopo giorno il tesoro dello Stato? A che serve la politica europea se si preoccupa in realtà solamente di liberalizzare l’economia, mentre le libertà civili e politiche vengono quotidianamente violate? Lo stesso sondaggio sul Partenariato Euro-Med dà una risposta a questo: dal 1995, i tassi di povertà nella regione non si sarebbero ridotti (62%), o peggio, si sarebbero piuttosto aggravati (18%).

Dunque, per piacere, manifestiamo pure per la libertà religiosa, ma lasciamo perdere Dio e rendiamo a Cesare quel che è di Cesare. Dio, la fede possono aver ispirato gli esecutori di attentati terroristici, ma la violenza settaria si alimenta del soffocamento degli spazi di libertà individuale, delle speranze di vedere i propri sogni e le proprie ambizioni realizzarsi un giorno, delle possibilità di riappropriarsi del futuro, del diritto di circolare liberamente. Il desiderio di fuggire dal proprio paese e di mettere a repentaglio la propria vita su un battello di trafficanti ne è un sintomo. Se vogliamo pregare ed accendere una candela in privato o nel corso di una manifestazione pubblica, facciamolo per la democrazia e la libertà, non per le nostre famiglie religiose.

Istico Battistoni
(23/01/2011)

(1) The Arab Reform Initiative, the Palestinian Center for Policy and Survey Research, The State of Reform in the Arab World 2009-2010, Parigi, marzo 2010. La Tunisia non figura tra i dieci paesi esaminati.
(2) Omar Ashour, « Copts, Brothers, Salafis and Autocrats : The Alexandria’s Bombing and Egypt’s Unresolved Crisis », in Arab Reform Bulletin, gennaio 2011.
(3) IEMed, Assessment of the Euro-Mediterranean Partnership: Perceptions and Realities, Barcellona, maggio 2010.
(4) Freedom House, Freedom in the World 2011: The Authoritarian Challenge to Democracy, Washington, gennaio 2011.



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