Oltre la morte di Giulio Regeni

//Giulio Regeni (Ansa)Pecunia non olet, recita un popolare adagio. Ma nel caso degli accordi commerciali con l’Egitto, e in particolare di quelli per lo sfruttamento dell’immenso giacimento di gas che l’Eni ha recentemente scoperto a Zohr, a 120 miglia al largo di Port Said nel Mar Mediterraneo, la pecunia, i guadagni che l’Eni, dunque lo stato italiano, si appresta a fare sono stati investiti da un odore terribile. Odore di sangue. Il sangue di Giulio Regeni.

Terribile, per le circostanze ancora oscure in cui il sangue è stato versato, ma che portano tutte le tracce della tortura, al punto che la madre di Giulio ha detto di essere riuscita a riconoscere il figlio solo “dalla punta del naso”.

"Il viso di Giulio era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Io e Claudio l'abbiamo baciato e accarezzato. Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Ho pensato che tutto il male del mondo si fosse riversato su di lui", ha detto la madre di Giulio durante la conferenza stampa del 29 marzo, organizzata insieme al senatore Luigi Manconi. "Non ho pianto - ha aggiunto - eppure io piango. Ma mi sbloccherò solo quando saprò cosa è successo davvero a mio figlio".

La conferenza stampa organizzata al Senato con i genitori del giovane ricercatore italiano, divenuto tristemente famoso per il barbaro modo in cui è stato ucciso e per i goffi depistaggi con cui il governo egiziano ha tentato e continua a tentare di allontanare da sé i sospetti per la diretta implicazione nel brutale omicidio, è stata certamente determinante nello spingere il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni a mostrare i muscoli con il governo egiziano.

//La conferenza stampa al Senato dei genitori di Giulio Regeni (Adnkronos)

E quando il 5 aprile, il procuratore Pignatone si è visto consegnare dagli investigatori egiziani “fuffa”, carta straccia, al posto dei tabulati telefonici che avrebbero dovuto consentire alle indagini di fare un passo avanti, Gentiloni non ha esitato a richiamare l’ambasciatore italiano al Cairo, che lunedì prossimo, 15 aprile, incontrerà il ministro al suo ritorno dalla missione in Giappone per decidere come proseguire in questo braccio di ferro.

Si deve al sacrificio di Giulio Regeni se i media occidentali hanno finalmente cominciato a sollevare il velo su quanto le organizzazioni per i diritti umani e contro la tortura in Egitto andavano ripetendo da mesi: sparizioni forzate, arresti arbitrari, torture in carcere, minacce contro attivisti, intellettuali e giornalisti critici nei confronti del regime del generale Abd Al-Fattah Al-Sisi continuano a intensificarsi.

Il governo egiziano usa anche la recente legge che limita i finanziamenti che le associazioni della società civile possono ricevere dall’estero come un grimaldello per chiudere le organizzazioni giudicate più scomode, ultima in ordine di tempo il Centro ElNadeem per la cura e riabilitazione delle vittime di violenza e tortura, che nel solo 2015 aveva denunciato almeno 600 casi di tortura da parte della polizia e 500 omicidi.

Il primo tentativo di sgombero, lo scorso 5 aprile, è fallito perché le fondatrici del centro, le psichiatre Aida Seif ElDawla e Magda Adly, si sono rifiutate di abbandonare i locali. “Ma si tratta solo di una dilazione temporanea”, hanno detto in una conferenza stampa convocata poco dopo, invitando le organizzazioni internazionali a scrivere al Ministero della Salute egiziano, da cui il centro è autorizzato a operare, per fermare lo sgombero.

//Aida Seif el-Dawla , Suzan Fayyad e Magda Adly cofondatrici di “El Nadeem Center for Rehabilitation of Victims of Violence. (AP Photo/Mohamed el Raai)“Le autorità egiziane stanno soffocando le principali organizzazioni in difesa dei diritti umani una alla volta”, denuncia Sarah Leah Whitson, direttrice Human Rights Watch per il Medio Oriente. “Chiudere il Centro ElNadeem è un colpo drammatico al movimento dei diritti umani in Egitto”, che rischia di lasciare le vittime di abusi senza nessuno in grado di far sentire la loro voce.

Ma l’Egitto non è solo un partner commerciale importante per l’Italia. Finora il governo egiziano ha continuato a essere visto anche come un interlocutore necessario ed essenziale per fermare migranti e richiedenti asilo che si imbarcano sulle sue coste per raggiungere l’Europa, cioè Lampedusa e la Sicilia. Inoltre il generale Al-Sisi è stato gradito da alcuni partiti della destra europea che hanno visto nel suo operato uno scudo valido contro l’islamismo politico.

Questo è, al pari dei rapporti commerciali, un terreno sul quale il rispetto dei diritti umani sembra farsi scivoloso, approssimativo, trascurabile.

L’Italia ha sottoscritto e ratificato tutti principali trattati e convenzioni sui diritti umani, a cominciare dalla Dichiarazione dei diritti umani del 1949. Ma per esternalizzare il controllo delle sue frontiere a paesi terzi, cioè ai paesi della riva Sud del Mediterraneo, deve stabilire accordi con governi, come quello egiziano, che palesemente continuano a violare i principi e diritti sui quali si fondano le istituzioni democratiche del nostro paese.

Se a qualcosa, dolorosamente, sarà servita la morte atroce di Giulio Regeni, è almeno ad aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la vera natura del regime egiziano e dunque il compromesso, sul fronte dei diritti umani, che il governo italiano era disposto ad accettare, forte del fatto che le eventuali violazioni non avrebbero riguardato i suoi cittadini. Giulio Regeni era italiano. E a lui non è andata meglio di tanti e tante cittadini e cittadine egiziani.

 


Cristiana Scoppa

10/04/2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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