Jasmina Tesanovic, “voce” delle madri di Srebrenica

Jasmina Tesanovic, “voce” delle madri di SrebrenicaAlcuni mesi fa la casa editrice Stampa Alternativa ha pubblicato il libro di Jasmina Tesanovic, nota scrittrice, drammaturga, regista, attivista politica e blogger di Belgrado, “Il processo agli scorpioni”, presentato recentemente a Torino. Il diario che Jasmina ha scritto durante il processo per i crimini di guerra ( 2005-2007) è stato pubblicato in Italia la prima volta grazie alle “Donne in nero”. Conosciuta come blogger di guerra fin dal ‘98, pubblica inizialmente in lingua inglese e scrive le sue testimonianze dal Tribunale dove si svolgono i processi. Successivamente il suo libro sul processo ai criminali di guerra, colpevoli per il genocidio di Srebrenica, nel cuore dell’Europa, nel 1995, viene tradotto in spagnolo, parzialmente in francese e in numerose lingue del mondo. La scrittrice attualmente abita a Torino e continua a raccontare la sua quotidianità nella rete digitale.

Lei, storica attivista delle Donne in nero di Belgrado, forte oppositrice al regime di Milosevic, ha potuto osservare il Processo agli Scorpioni, formazione criminale serba che ha operato in Bosnia e in Kossovo durante i conflitti jugoslavi. Ci racconta i giorni del processo? Come hanno vissuto questo processo le madri di Srebrenica? Che ruolo assumono le Donne in nero di Belgrado?
Non sapevo di poter scrivere un libro con così tanta passione dopo due anni di processo agli Scorpioni nella sede di Belgrado del Tribunale dell’Aja. Ho visto il video che è stato girato durante l’esecuzione di 6 bosniaci minorenni da parte dei bosniaci che erano sotto il comando della Repubblica serba. Sono venute a Belgrado le madri delle vittime per testimoniare ed assistere al processo e a identificare i morti. Per le madri di Srebrenica è stata una seconda tortura. Una cosa estremamente traumatica. Queste madri hanno avuto un incredibile coraggio. Per loro Belgrado è la capitale del delitto. Sono andate alla Corte speciale, come donne semplici, con le loro difficoltà economiche, senza conoscenze linguistiche, arrivando da piccoli paesi, distrutte dalla perdita di tutti i membri maschi della famiglia. Noi “Donne in nero” di Belgrado abbiamo deciso di stare con loro e sostenerle psicologicamente.
Nel tribunale vedevo gli assassini a due metri da me, con in mezzo solo un vetro, in un piccolo spazio. Eravamo in una situazione surreale per 8/10 ore al giorno. Ma quella realtà è diventata normale dopo due giorni. Dopo le ore del processo uscivi fuori dal Tribunale e sentivo solo fame e sete. Sentivo la fame primordiale. Tornavo a casa e scrivevo. Il processo si teneva solo tre giorni al mese. Questo ci ha salvate. Dopo essere stata lì, ho pensato di avere il privilegio di sentire il processo da scrittrice e di sentire i crimini di guerra nella mia lingua madre. Mi chiedevo come mai fossi l’unica scrittrice che seguiva un processo così grande dopo la guerra in Bosnia, il processo più famoso della guerra jugoslava. Abbiamo avuto un genocidio in Europa, a Srebrenica, al centro di Belgrado…L’Aja ha finanziato tutto ed ero l’unica a partecipare .

In Serbia negano il genocidio ancora oggi. La popolazione e i politici non riconoscono la responsabilità? Anche dopo la visione del video che dimostra chiaramente il crimine, la maggioranza non accetta ancora oggi in Serbia questa pagina nera della storia che ostacola fortemente anche la ricostruzione del futuro politico.
Tuttora in Serbia, le persone negano il genocidio di Srebrenica, ancora oggi , dopo aver visto il documento video…Questo per me è una linea di demarcazione. È come conoscere o disconoscere l’olocausto o relativizzarlo…È stato un genocidio di 8 mila persone in tre giorni.

Che ruolo hanno avuto la stampa ufficiale, o i rari casi di informazione indipendente?
La stampa quotidiana riferiva ciò che accadeva, per esempio la Radio B 92 informava in un modo cronologico. Non c’erano servizi giornalistici. Si doveva secondo me far vedere tutto, ogni giorno su tutti i mass media. Invece non c’era modo di pubblicare sulla carta stampata.

Nel libro dice di aver imparato tanto, di aver conosciuto un linguaggio di guerra, di aver compreso la banalità del male…
Ho sentito di aver fatto una cosa importante. Tra noi donne, nel Tribunale, sono nate delle relazioni. Ci sono state relazioni per due anni con i poliziotti e con le donne dei criminali. La cosa che mi ha sconvolta è che dopo un po’ di tempo queste persone erano come dei vicini di casa, a parte che erano criminali. In un certo senso ero attratta da loro in modo negativo, non erano mostri. Dicevano cose stupide, dicevano che avevano difeso gli interessi della patria. Dicevano cose comuni. Sentivo la banalità del male, come diceva Hannah Arendt. C’erano molti Scorpioni a testimoniare. Sarebbero potuti essere i miei vicini di casa, potevano essere i miei figli.

Mentre leggevo il suo libro mi veniva in mente Gomorra di Saviano. C’è qualcosa in comune tra questi due mondi, quello dei mafiosi e quello dei criminali di guerra?
C’era regolarmente una cinquantina di Scorpioni nel Tribunale, tatuati, fieri di sé, solidali nella guerra maschile, patriarcale. A caratterizzarli era l’omertà, non l’ideologia del patriottismo, erano come una mafia. Seminavano paura, erano una banda che andava in giro ad ammazzare, trafficavano armi, saccheggiavano le case, contrabbandavano petrolio, sigarette, erano pagati dallo Stato. Ogni spedizione sui campi di guerra significava fare “le cose sporche”, cioè “pulire” il paese, fare il genocidio…. Tornavano con 100 mila euro in tasca e lo facevano quasi ogni settimana.

Quale rapporto esisteva tra lo stato nazionalista serbo e le squadre della morte chiamate Scorpioni? Una delle considerazioni importanti nel suo libro è che il gruppo degli Scorpioni era un gruppo al servizio dello Stato serbo.
Tesanovic: Erano sotto il comando della polizia serba, alcuni lo sapevano, altri no. Arcan e Leghia lavoravano per lo stato. Legia ha assassinato il Presidente Djindjic.
Natasa Kandic, rappresentante delle vittime, ha tentato sempre di dimostrare che era una catena di responsabilità. Non era una banda organizzata da sé, ma era una banda organizzata dallo Stato, per fare le cose sporche. Arkan, il più famoso assassino di quei tempi, faceva parte della polizia segreta. Faceva le esecuzioni per lo Stato. La gente reclutata era pronta a tutto. Ho capito durante il processo che non tutti erano pronti a tutto. Gli Scorpioni avevano il privilegio di ammazzare, prima ancora di essere uccisi come i soldati semplici.

Più tardi hanno commesso crimini anche in Kosovo. Si sa quanti sono, che fine hanno fatto?

Se vedi la traccia degli Scorpioni, vedi la traccia del delitto. Sono stati in Kosovo, un giorno in mezz’ora hanno ammazzato numerose persone e hanno saccheggiato le case, senza aver ricevuto ordini come nel ‘98, prima del bombardamento Nato. Hanno esagerato, anche il loro capo diceva “non posso lasciarvi un momento…Fate questi disastri”…Ovunque tentavano di fare pulizia etnica. Sono una banda di criminali. Secondo me sono 100-200, ma non si conosce esattamente il loro numero. In ogni caso è venuto fuori che sono vigliacchi, non erano affatto coraggiosi, non andavano in prima linea, andavano contro i civili….

Il suo attivismo politico femminile contro la guerra l’ha portata in Tribunale per scrivere la quotidianità del processo. Grazie a questa esperienza ha compreso l’universalità della violenza?
Sono entrata nella Corte da donna pacifista, pensando che la guerra è una cosa da uomini. I criminali li immaginavo come mostri. Potevo anch’io essere una donna di Srebrenica, coinvolta in una storia ordinaria di guerra. Era tutto quasi banale, scontato, normale nella sua tragedia. Invece ho imparato dagli Scorpioni un linguaggio di guerra. Ho capito l’universalità del linguaggio della violenza, a Guantanamo a Cuba, nel Sud America, in Germania nella seconda guerra mondiale, un linguaggio che ha le radici nella violenza della guerra maschile, patriarcale. Ma non voglio stare solo nei processi, non sono una giurista, attivista in quel senso. Scrivo un po’ di tutto, due anni sono bastati per diventare un’esperta sui criminali di guerra.

Il suo libro, dopo anni di censura, finalmente esce in lingua madre e sarà diffuso in Serbia, Bosnia e Croazia. Non è usuale per un libro uscire in questi tre territori dallo stesso editore, ancora meno per un libro sui criminali di guerra…
Il libro sarà pubblicato da Vladimir Arsenijevic, che opera come editore nel mercato unificato, ed è un’esperienza nuova. È la prima casa editrice che, dopo la guerra del 91/95, “ha capito” che si tratta di una stessa lingua. Pubblicano cose interessanti, e hanno fatto la scelta di vivere di quel lavoro.

Lei ha prestato la sua voce alle madri di Srebrenica, per la loro causa, per la giustizia. È nata una rete unica di solidarietà tra le donne delle due parti del conflitto. Ogni anno ricordate insieme la data del genocidio?

Le donne in nero della Serbia nel 2007 erano con le madri di Srebrenica, in prima fila, come ogni 11 luglio. Tutti gli altri, noti personaggi europei, erano in seconda fila. Noi in prima fila. Una madre mi ha detto “Nessuno ti sarà grato… ma c’è Dio che ti proteggerà’’. Esiste una giustizia che non è quella degli uomini, voleva dirmi. Ho capito in quel momento che avevo fatto una cosa importante. Penso che questo libro durerà. Essere lì, testimoniare, vivere tutto sulla propria pelle, si poteva fare solo allora. Il principio delle donne attiviste è andare nei luoghi e condividere l’esperienza con le donne del posto per scrivere e testimoniare. Questo è il libro dove io ho dato il massimo di quello che potevo come attivista politica.

Nel libro racconta che il processo che era partito bene, ma alla fine si sgretola, sfuma…Si potrebbe dire che è andata male e che la giustizia rimane il sogno delle madri di Srebrenica e di tutta la popolazione che era contraria a quella guerra?
Il processo è iniziato nel 2005. È andato abbastanza bene per un anno. Poi ad un certo punto è successo qualcosa, come se ci fossero state delle pressioni. La giudice era molto brava all’inizio, poi qualcosa si è smorzato. Ad un certo momento arriva la sentenza che “la Serbia non è colpevole di genocidio, ma solo di non aver prevenuto il genocidio”. Una cosa inaspettata. La sentenza arriva dopo un mese. Lo Scorpione che ha detto di essere colpevole, che ha detto di aver partecipato al crimine è stato condannato a cinque anni di galera eppure lo vedi sullo schermo come ammazza a sangue freddo sei persone. Solo cinque anni di galera, mentre due che si sono dichiarati non colpevoli, hanno avuto venti anni. Ma venti anni non sono niente, usciranno dalla galera ancora giovani, avranno cinquant’anni, forse avranno sconti di pena e saranno ricchi e potenti, pieni di soldi, in libertà. Il capo degli Scorpioni diceva: “Arriverà il momento che la storia sarà dalla mia parte, tutti riconosceranno che sono stato un eroe”. Lui si considerava un eroe, un patriota, non un criminale. Forse ha anche ragione, abbiamo vissuto tempi orribili, chi lo sa. Tutti sapevano dell’esistenza del video. La persona che aveva il video voleva vendere il materiale. È uno dei film più visti nel mondo. Alle persone piacciono le immagini orribili. Piace vedere l’orrore. C’é una patologia dell’opinione pubblica.

Questo libro poi è diventato un testo teatrale. È stato sperimentato a Bologna, come un progetto multimediale, e a San Francisco…

Tesanovic: Ho scritto il testo teatrale in 12 ore, ispirandomi al Macbeth. Miriana Miocinovic, nota drammaturga di Belgrado, la compagna del grande Danilo Kis, ne ha fatto un adattamento, una correzione e una scrittura teatrale. Dicono che lo metteranno in scena a Belgrado. Ma bisogna vedere …

Questo testo che vita avrà? Lei scrive contemporaneamente in serbo, italiano e inglese resoconti di guerra, narrativa, racconti e romanzi. È stata fondamentale la scelta di scrivere in una lingua “seconda”?

Il processo agli Scorpioni è stato pubblicato sul Boeinboeing in inglese, il sito più letto nel mondo. Alla fine delle giornate del processo mandavo un pezzo. Avevo molti commenti. Scrivere in inglese mi permetteva di avere una distanza psicologica, vivere meno emozioni, essere più precisa. Scrivevo per il mondo, per capire meglio il conflitto nei Balcani, ma io stessa avevo bisogno di capire che cosa era successo nel mio paese.

Come vede una scrittrice attivista la situazione del proprio paese che lotta per anni contro il regime nazionalista e populista e nello stesso tempo contro i governi potenti che lo bombardano? La stampa europea aveva le sue interpretazioni, a volte contraddittorie…il libro è un testo autobiografico, ma assume aspetti politici e esprime una narrazione femminile della storia.
Io stavo lì dentro, ero contro la guerra, ma ero due volte vittima. Ero vittima soprattutto di Milosevic, e poi dell’Occidente. Avevo più paura che mi arrestasse la polizia, e mi ammazzasse, che dei bombardamenti Nato…Ma questo doppio isolamento, dall’esterno e dall’interno, ti fa sentire come in una prigione. Puoi scriverne solo se ci stai dentro…
Sono contenta di non essere andata via da Belgrado. Anch’io se fossi fuggita sarei ammutolita, mi sarei arrabbiata per il bombardamento, sarei stata in ansia per i miei genitori, per gli amici. Non avrei avuto la materia prima per scrivere dei bombardamento. In Spagna, da donna anonima che scriveva dei fatti, mi hanno riconosciuta come scrittrice. Avevo una posizione unica come scrittrice, facevo dei reportage sulla mia vita. Io ero oggetto della mia ricerca.

Jasmina Tesanovic, “voce” delle madri di SrebrenicaDa qualche mese vive a Torino, precisamente tra Torino e San Francisco, a Belgrado torna per lavoro. Come osserva il mondo da questi tre angoli differenti, da una prospettiva di geografie diverse, scrivendo in lingue diverse?
Ho lasciato la Serbia, non ho più pazienza: i tempi che la politica serba si permette sono troppo lenti. Da allora vivo tra l’America e l’Italia. Ad un certo punto nel mio paese mi sembrava che fossimo andati avanti. Poi con la guerra in Kosovo, mi sono detta: “Di nuovo la guerra!”. Non ce la faccio più, ho dato 15 anni della mia vita, adesso sarà compito forse delle altre generazioni, che facciano loro e che portino avanti il mio discorso. È un mito assurdo, questo del Kosovo, un mito che sta ammazzando le generazioni, è come una peste. I kosovari hanno il passaporto, sono riconosciuti dal ‘99, hanno il proprio territorio, e avranno la propria polizia, dov’è il problema? Abbiamo votato tutti Tadic in Serbia che era il migliore dei politici che avevamo (dopo Djindjic), perché gli altri politici erano indecenti, fascisti, nazisti, nazionalisti; anche lui era contro la polizia kosovara. Voti per uno che sembra decente, ma…ho paura di tornare a Belgrado.

Come percepisce Torino, come vede la situazione attuale italiana?
A Torino sto meglio a livello fisico. Dormo, inizio a sognare, non mi mangio le unghie, ho sogni personali…perché devo sognare i crimini di guerra? Io ho perso la salute, qui sorrido finalmente, voglio una vita personale….Sono cose che io perdo se vado in Serbia. Adesso sto scrivendo su Radovan Karadzic per il New York Times insieme a un loro giornalista. Poi chiudo con i criminali di guerra. Sono sempre tentata di scrivere di questo. Non posso dire di no, se Radovan Karadzic si è nascosto per quattro anni nel mio quartiere, ma vorrei stare in pace e scrivere le mie storie sulle sirene, non sui criminali di guerra.

L’Europa si interessa solo di storie di guerra e oggi non se ne parla più perché la guerra dei Balcani “è finita” da anni. Parlare di cultura, di poesia, di arte, di cooperazione, apertura delle frontiere, anche se dopo tanti anni è meno importante? Le nostre frontiere occidentali sono ancora chiuse verso i Balcani?
Il mondo si aspetta dalla Serbia guerra, crimini, zingari, musica, folclore, non gli interessano contenuti diversi, come sono le sue città, o anche gli intellettuali, gli studenti. Non siamo un paese solo di contadini e zingari che ballano, cantano e si ammazzano tra loro. Neanche l’Italia, come dice Saviano, è un paese dove c’è solo il vino, il canto, la pizza. Credo che l’Italia sia il primo Stato nel mondo che ha la mafia a livello politico. In Italia è da anni così. In America è una cosa che non si vede e si punisce quando viene scoperta. Quando uno come Saviano scrive un libro che mostra le cose come stanno, viene minacciato di morte e deve andare in esilio. L’America è un paese meraviglioso, non per Hollywood. ma per un altro aspetto culturale. Arrivi lì e nessuno sa di che origine sei. La mia prima impressione è stata che nessuno parlava americano, si tratta di una mescolanza di lingue. Tutti parlano tutto. Sono pochi gli scrittori che parlano dell’altra America, sconosciuta a noi europei. Quello che vediamo è solo una parte dell’America. Sono sempre critica ovunque vado.
Per me l’Italia non è un paese straniero, ma sono una clandestina, oggi. Ho un visto turistico in Italia, ufficialmente sono in America. Ma capisco bene la lingua, la mentalità italiana. Anche in America ero clandestina senza una green card. Nonostante la situazione difficile che c’è in Italia, la mia esperienza è positiva. Una volta siamo stati in questura in cinquecento, come in un campo di rifugiati. Ma ho pensato lo stesso contesto a Belgrado: sarebbe dieci volte peggio. A Belgrado nelle ambasciate ti trattano come se fossi una nullità. Ho pensato tante volte: non ci andrei nei vostri paesi europei, ma qui si vive una multiculturalità, ripeto non mi sento straniera. Sto meglio che nel mio paese d’origine e sto meglio che in America. C’è una buona vitalità. Mi piace l’attivismo torinese, come la gente reagisce alla crisi. In America la gente è disperata per le case, per le macchine, per il lusso. Sono depressi, si ammazzano tra di loro. Qui si sente la crisi, ma la gente si arrangia diversamente. Questa è una realtà che mi piace, così ho scelto per il momento di vivere a Torino.


Vesna Scepanovic
(27/06/2009)

Related Posts

"Emigrant", il libro che racconta una storia passata, ma anche attuale

29/11/2016

Jovica-110La guerra, l’emigrazione, l’amore sono al centro del nuovo libro di Jovica Momčilović, poeta e scrittore di origine serba ma italiano d’adozione da quando, nel 1993, all’inizio della guerra in Bosnia, ha lasciato il suo paese. Intervista in occasione della presentazione di Emigrant al Bookcity Milano.