Libia: il prezzo della libertà

È fantastico assistere alla stessa routine di reazioni e sviluppi quando un regime arabo dopo l’altro viene risucchiato nel vortice della rabbia popolare che imperversa nella regione. Prima si spara sulla folla per vedere se insiste nella protesta, poi si accusano forze oscure di voler destabilizzare il paese, additando a interessi stranieri o a gruppi terroristici, poi vengono liberati alcuni prigionieri politici per calmare le acque, poi viene promessa la rimozione della legge di emergenza, poi il presidente di turno rimuove il governo, poi arma e muove forze lealiste per creare il disordine e giustificare la repressione, poi il dittatore cerca di negoziare, mentre inizia l’ escalation che porta al regolamento dei conti finale, e eventualmente alla rimozione dell’uomo forte. Lo Yemen è sulla strada percorsa da Tunisia ed Egitto, e la Siria si trova ad affrontare disordini che potrebbero rivelarsi altrettando incontrollabili. Il fatto che l’ordine degli eventi si ripeta secondo una schema simile mostra la vulnerabilità di regimi fuori dalla storia, che hanno finora sopravvissuto lungo la frontiera meridionale dell’Occidente godendo della tolleranza della Comunità internazionale, pur di non rimettere in discussione uno status quo delicato, da cui dipendono i rifornimenti di greggio, la sopravvivenza di Israele, la regolamentazione dei flussi migratori e il contenimento della politicizzazione dell’Islam. Tutte buonissime ragioni per relegare le aspirazioni alla libertà delle popolazioni locali ad un altro momento storico.
Libia: il prezzo della libertà
Questo momento storico è arrivato e l’Europa deve ora dimostrare di avere il coraggio di rovesciare l’equazione “tanta stabilità, poca democrazia”, che ha funzionato per molto tempo. La settimana scorsa, ho seguito una delegazione del parlamento europeo guidata dal suo presidente, il polacco Jerzy Buzek, in visita in Egitto. Durante un incontro con i diplomatici europei, uno di questi, interrogato sulla situazione nella regione, usava il seguente esempio per descrivere il clima politico: dall’inizio della rivoluzione egiziana, la Lega araba ha tenuto due riunioni al Cairo. La sede della Lega sta a Maydan at-Tahreer; ebbene, nessun diplomatico arabo dei 22 paesi membri ha voluto scendere in piazza in occasione di quelle riunioni per incontrare i comitati rivoluzionari. In queste settimane passano per l’Egitto rappresentanti dei cinque continenti, quasi fossero guidati da una stella cometa, e vanno nella piazza più gettonata al mondo, ma nessun diplomatico arabo non-egiziano ha avuto quest’idea. La stabilità, già, ha un prezzo...

Forse la stabilità è un valore anche per i pacifisti occidentali che in questi ultimi giorni hanno qualificato l’operazione della “Alleanza” come una guerra ingiustificata, richiamandosi alla Costituzione italiana. “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – recita l’art.11. Ma questa Costituzione è nata grazie alla Resistenza partigiana ed alla vittoria degli Alleati contro le forze nazi-fasciste. Se non ci fossero stati gli Americani, non ci sarebbe art. 11. In questi giorni, ho ricevuto appelli per e-mail che chiedono la cessazione delle operazioni in Libia. Non li ho firmati. Un leader, un governo od un clan che usano la propria aviazione militare e la propria artiglieria pesante e assoldano mercenari stranieri per reprimere nel sangue le proteste dei concittadini in favore della democrazia e la libertà vanno fermati senza pietà. Non farlo, sarebbe come aggiungere ulteriori pene a quelle già inflitte alla Libia dal colonialismo italico. In questi stessi giorni, ho letto anche un’intervista ad uno specialista di geopolitica e del mondo arabo che paragonava la repressione in Egitto durante le proteste con quella di Gheddafi, e denunciava il fatto che la NATO ha posizionato navi da guerra lungo le coste libiche, ma non lungo le coste egiziane. Mi spiace divergere, ma l’esercito in Egitto non ha sparato sulla folla, né ha bombardato le marce di protesta. Chi mette sullo stesso piano la militarizzazione della risposta all’insurrezione libica con la repressione da parte delle forze di polizia in paesi quali la Tunisia, l’Egitto o lo Yemen fa un grande torto, e confonde moti rivoluzionari con imperialismo, o repressione con pacifismo. La settimana scorsa ho ascoltato un commentatore della televisione libica di stato che combinava minacce all’Occidente e richiami alla resistenza islamica con avvertimenti fraterni alla popolazione civile di questo genere: “I francesi entreranno nelle vostre case, violenteranno le vostre donne e vi deruberanno dei vostri beni”.

Libia: il prezzo della libertàCerto, chi è contro quest’intervento militare dirà che l’Occidente si è mobilitato perché c’è il petrolio. Qualcuno ci può aver pensato, ma è meglio un intervento militare per proteggere la popolazione che protesta contro un regime corrotto e violento e chiede libertà, che un intervento militare per dissuadere moti pro-democrazia, come è il caso del recente ingresso in Bahrein di blindati sauditi. È la prima volta in vita mia che sono genuinamente favorevole ad un’azione militare, forse perché ho sperimentato seppur indirettamente la sofferenza dei concittadini egiziani per le libertà confiscate, e pongo molte speranze nel rinascimento arabo e nella sua carica di cambio e riforma. Anche le immagini di Gheddafi a fianco dei capi di stato e governo occidentali, con la sua ostentata ricchezza, comparate con la virulenza e il disprezzo con cui in queste ultime settimane ha sparato sulla gente del suo paese pur di salvaguardare il suo regno personale, hanno alimentato il desiderio di molti che i libici possano sbarazzarsi di lui nel più breve tempo possibile. Ma non è tutto. I recenti emergenti segnali contro-rivoluzionari registrati nei paesi arabi dovrebbero convincere della necessità di fermare con fermezza la macchina repressiva libica, pur di salvaguardare la mobilitazione popolare per la libertà diffusasi nella regione. È significativo notare come l’avanzata delle milizie di Gheddafi prima dell’imposizione della No-Fly Zone si accompagnava ad altri segni di insofferenza e violenza nei confronti dei dimostranti in altri paesi arabi. L’8 marzo dei provocatori assaltano e picchiano le giovani donne della rivoluzione a Maydan at-Tahreer per creare divisione e confusione sfruttando pregiudizi sessisti. Il 10 marzo una chiesa viene bruciata ad Atfeeh, alle porte del Cairo, e nei quartieri popolari della capitale degli squadroni attaccano i cristiani in protesta, provocando tredici morti in quella che è stata ribattezzata la giornata delle “dita invisibili”, in allusione al ruolo degli apparati della polizia del regime precedente. Il 12 marzo l’esercito spara sulla folla a Sanaa’ provocando una cinquantina di morti. Il 13 marzo la polizia attacca in forze i dimostranti in Bahrain ed il giorno successivo autorizza l’esercito saudita a posizionarsi sul suo territorio. Anche le poche notizie che abbiamo ricevuto dalla Siria finora riportano di diverse decine di morti in seguito agli scontri dell’ultima settimana tra dimostranti e polizia a Daraa e Lattakia. Lasciare il campo libero al regime libico significherebbe incoraggiare la repressione e segnalare che la stabilità continua ad essere più importante della libertà.

Libia: il prezzo della libertàC’è un’altra ragione che merita di essere menzionata a favore della necessità di neutralizzare le milizie di Gheddafi, ed è il ruolo che il regime libico ha giocato nella manipolazione dei flussi migratori. Se leggete Bilal di Fabrizio Gatti scoprirete come la polizia libica abbia sfruttato i poveracci neri in rotta per l’Europa allo stesso modo di come lo ha fatto la rete dei suoi trafficanti. Tutto secondo le regole, naturalmente. “La cooperazione italo-libica per il governo dei flussi migratori regolari e il contrasto dell’immigrazione clandestina sia da esempio per i rapporti tra Europa ed Africa”; “Gheddafi è un grande amico mio e dell’Italia. È il leader della libertà, sono felice di essere qui”: sono due dichiarazioni da Tripoli di Silvio Berlusconi rispettivamente del 25 agosto e del 7 ottobre 2004 riportate nell’opera di Gatti. Peccato che ci siano stati poveracci neri che abbiano dovuto pagare fino a sette volte i trafficanti e la polizia alternativamente pur di proseguire il viaggio, come racconta il documentario “Come un uomo sulla terra” di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer.

Ebbene, che sia invece la liberazione della Libia dalle milizie del regime da “esempio per i rapporti tra Europa ed Africa”, e che questo esempio funga da deterrente per altri paesi che temono il risveglio delle proprie masse, e da incentivo a svincolarsi da uomini politici collusi con quei regimi nei nostri paesi occidentali.

Vorrei sottolineare un altro elemento interessante: l’intervento militare in Libia è maturato in Occidente controvoglia, dopo lunghi tentennamenti, passaggi istituzionali e contatti diplomatici, e tra molte inquietudini. Non è stato l’atto eroico di una volontà politica forte, rumorosa e ideologicamente lineare, accompagnata di fanfare mediatiche ed analisti ben pagati, come lo sono state le campagne irachena ed afgana. Inoltre, è stato richiesto con trepidazione dai rivoltosi e dai suoi simpatizzanti. Basti citare l’appello rivolto la settimana scorsa su iniziativa del Center for the Study of Islam & Democracy da milleseicento e cinquanta uomini di scienza e cultura che si occupano di Islam e Medio Oriente, tra cui moltissimi arabi, al presidente statunitense Barack Obama per riconoscere, armare e appoggiare il governo di coalizione nazionale di Benghazi, e perseguire quegli ufficiali e mercenari che commettono crimini contro l’umanità. L’appello si conclude con le seguenti parole: “Il caso libico è attualmente il più urgente, ma la gente nel mondo arabo giudicherà ora le parole che Lei ha proferito nel suo famoso discorso del Cairo per le azioni che intraprenderà”.

La libertà ha un sapore amaro che hanno conosciuto anche i giovani della “Rivoluzione del 25 gennaio”: “Noi egiziani dobbiamo ora confrontarci con il fatto che la democrazia non è così a portata di mano come fosse un candito esposto in vetrina, e riconoscere che conseguirla e possederla è un processo lungo e difficile” – dichiarava Amr el-Etreby, attivo animatore di un gruppo Facebook durante la rivolta, ad un commentatore di Al-Jazeera il 20 marzo scorso. Questi giovani come i meno fortunati rivoltosi libici sono quelli che hanno rischiato di più, forti di uno spirito di sacrificio e del martirio che l’Islam incoraggia tra i suoi credenti, uno spirito che se ha inquietato durante decenni le Cancellerie occidentali, preoccupate per l’attrazione esercitata dalla chimera del terrorismo di ispirazione religiosa, è ora una straordinaria fonte di ispirazione dei moti per la libertà, la dignità e la cittadinanza.

Abbandonare questi giovani uomini proprio quando l’esercito spara su di loro sarebbe un ennesimo atto di viltà, a cui la ragion di Stato, il calcolo politico ed il non-interventismo ideologico a tutti i costi ci vogliono abituare.

Gianluca Solera
(28/03/2011)

Related Posts

Primo canale Tv libico in lingua Amazig

16/03/2013

berbe_110Si chiamerà “Libia Ibraren” (Libia Varietà/Diversità). E’ di proprietà privata, progettata da un gruppo di intellettuali Amazig che si sono battuti per il riconoscimento dei diritti culturali della popolazione di origine berbera. Al progetto partecipano personalità di diversi orientamenti.

L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà

24/01/2015

medit3 libya 110Già nel marzo 2011 nel paese si contavano quasi duemila organizzazioni operanti nei settori dell’assistenza, cultura, gioventù, diritti umani, parità di genere, servizi alla persona. Un lavoro di volontariato che ha mobilitato decine di migliaia di persone che credevano nel cambiamento e speravano in uno sviluppo democratico della società post-Gheddafi.

Farid Adly: Gheddafi esca di scena

30/03/2011

Farid Adly: Gheddafi esca di scenaIl giornalista libico: "Considero i bombardamenti contro i civili di Tripoli molto gravi. Il popolo libico non ha chiesto alla comunità internazionale di uccidere Gheddafi o di destituirlo ma di limitare la sua capacità offensiva. L’Italia non ha avuto un ruolo credibile né presso le istanze internazionali né agli occhi del popolo libico e questo peserà nello scenario post-Gheddafi e sulle future relazioni bilaterali”.