Ritorno ad Oriente

Avevo chiesto, scherzando, ad una collega egiziana di fare recapitare al vice-presidente Omar Suleyman un messaggio affinché il capo dello stato aspettasse 48 ore prima di rassegnare le dimissioni, ed io avessi il tempo necessario per rientrare al Cairo da Tunisi - dove mi ero recato per sapere di più del ruolo della società civile nella rivoluzione del gelsomino - e assistere alla sua caduta su suolo egiziano. Il messaggio evidentemente non è arrivato, o le coincidenze astrali erano sfavorevoli: il presidente Mubarak cade l’11 febbraio, lo stesso giorno in cui Nelson Mandela venne rilasciato dopo ventun’anni di prigione e in cui si celebra la vittoria della rivoluzione islamica iraniana. Anche la dinamica della fine del dittatore si ripete: il presidente Ben Ali lascia alle cinque del pomeriggio del giorno successivo a quello del suo ultimo vuoto discorso presidenziale, esattamente come il presidente egiziano. Inoltre, la congiunzione tra un calendario musulmano serrato - con il Ramadan che ha coinciso con la stagione dei matrimoni, seguita da feste importanti come l’Eid al-Kabir - e l’inflazione nei prezzi dei beni al consumo hanno contribuito ad esaurire i risparmi di molte famiglie prima della fine dell’anno. Tuttavia, tutto ciò non è sufficiente a giustificare l’onda di rivolte popolari che ha investito i paesi arabi, e non conta.
Ritorno ad Oriente
Tunisi

Quello che conta è che il grande vincitore è la generazione degli zappisti, di questi giovani nati e cresciuti sotto lo stesso reggente e che comunicano con velocità ed essenzialità: scrivono sms a due mani come se suonassero un piano; usano i numeri al posto delle lettere nella loro posta elettronica; utilizzano slogan politici immediati (“Dégage!” in Tunisia e “Irhal!” in Egitto, ovvero “Vattene!”); considerano la televisione cosa dei loro genitori e scaricano materiale
Ritorno ad Oriente
Mohamed Bouazizi
censurato da internet utilizzando interfaccia pirata; fanno di atti simbolici un appello rivoluzionario, come il disperato atto suicida del giovanissimo Mohamed Bouazizi in Tunisia e le lacrime dell’esecutivo di Google Wael Ghonim in Egitto; sono disposti a morire per la libertà ed hanno come programma di alternativa il ritorno all’essenzialità dell’entità statale: “Lavoro, libertà e dignità cittadina” e “Chi non scende perirà” (ovvero: chi non partecipa finirà schiacciato) sono i loro inni.

In assenza di spazi di organizzazione politica indipendente, la voce del cambiamento si è sostenuta sull’impegno di giovani attivisti e giornalisti per i diritti umani, come il tunisino Abdelaziz Belkhouja, sugli scioperi di lavoratori sottopagati, come gli operai tessili di al-Mahalla al Kubra, e sulla creazione di coraggiosi artisti e scrittori, che hanno dato parole e colori alle rivendicazioni. Personaggi come Zeyneb Farhat, direttrice de El Teatro, che ha dato voce agli attori tunisini contro il regime, oppure gli egiziani Khaled el-Khamisi, autore di Taxi, o ‘Ala’ el-Aswany, autore di The Yacoubian Building, hanno arricchito di spessore artistico le frustrazioni e le contraddizioni delle loro società, in cui molti giovani si riconoscono.

Il 60% della popolazione araba ha meno di venticinque anni, ovvero un esercito transfrontaliero di centocinquanta milioni di ragazzi e ragazze divisi tra volontà di riscatto e lotta per la dignità e desiderio di partire alla ricerca di una vita migliore.
Il Rapporto 2010 sulle tendenze interculturali della Fondazione Anna Lindh, che a partire da un sondaggio unico nel suo genere effettuato da Gallup Europa ha misurato valori, percezioni e strumenti della relazione tra i cittadini della regione euro-mediterranea, ha rilevato un utilizzo di internet quale strumento di contatto reciproco straordinariamente più importante per gli abitanti (in particolare giovani) dei paesi della riva sud del Mediterraneo che per gli europei. D’altro lato, il Rapporto ha evidenziato tra i nostri vicini un attaccamento alla verità ritenuta assoluta straordinariamente più importante rispetto a noi europei. Parliamo di una forza identitaria che, se in certi frangenti può essere pericolosa, in una stagione di grandi cambiamenti è indubbiamente un propulsore irresistibile. La sera dell’11 febbraio, i tunisini festeggiavano a centinaia davanti all’ambasciata egiziana sventolando le bandiere della Tunisia, dell’Egitto, dell’Algeria o della Giordania, chiamando ad una rivoluzione pan-araba ed alla liberazione della loro più grande sorgente di immaginario politico: la terra di Palestina.

Il Mediterraneo, questo spazio che Paul Valéry definiva “una macchina che fabbrica civiltà”, che con la scoperta delle Americhe, l’espansione ad Occidente dell’impero spagnolo e la rivoluzione industriale anglosassone aveva perso la sua centralità, ritrova ora un ruolo di protagonista nella costruzione della Storia del nuovo millennio. L’Oriente riprende il suo slancio e dalle ceneri dell’autoritarismo risorge come culla di un nuovo rinascimento, alimentato da speranze che gli interstizi incensurabili della comunicazione elettronica hanno fatto circolare tra le sue nuove generazioni. Uno spazio regionale che parla una stessa lingua, conserva straordinarie pratiche secolari di coesistenza inter-religiosa, nonostante i discorsi e le pratiche di strumentalizzazione del fatto religioso da parte di movimenti estremisti ed entità statali; uno spazio che vive i principi dell’accoglienza e dell’ospitalità come valori sacri profondamente radicati nella società (“ad-Dhiyafa”, in arabo), possiede risorse energetiche strategiche e rappresenta un ponte geografico e culturale tra due continenti emergenti, Africa ed Asia.

Improvvisamente, l’Unione europea appare una vecchia signora, ed il suo progetto politico una conquista del secolo precedente, che mostra ora i suoi limiti nel sostenere coerentemente le aspirazioni democratiche dei popoli arabi e mediorientali, nonostante i numerosi accordi di associazione con gli stati della regione, la Politica europea di vicinato e l’Unione per il Mediterraneo. La legittimità rivoluzionaria che si è imposta in pochi giorni in Tunisia ed Egitto rivendica ora l’autodeterminazione e il rifiuto di pagare il debito estero. Improvvisamente l’Ámerica è percepita come un possibile paese amico da trattare tuttavia con distanza e fermezza, non più la potenza ispiratrice degli equilibri della regione. Certo, è prematuro poter dire che la rivolta sia irresistibile, che assicuri una transizione democratica pacifica, e che contagierà un regime dopo l’altro, ma è chiaro che il mondo arabo si avvia a riappropriarsi con dignità della sua forza sociale e culturale di progresso. L’Europa non può più agire categorizzando quella regione come bacino turistico, giacimento di idrocarburi o filtro ai flussi migratori.

La geografia della spinta civilizzatrice sta cambiando; stiamo assistendo ad un vero e proprio ritorno ad Oriente.


Gianluca Solera,
Scrittore e coordinatore delle reti della Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture, Alessandria d’Egitto
(17/02/2011)



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