Dentro Gaza

Dentro Gaza“Dobbiamo essere pazienti, come l'albero in balia della sega. Pazienti come uno scoglio, su cui si abbatte incessantemente il mare. E nessuno sarà mai dimenticato, neanche uno dei nostri cari anche se saremo costretti a vivere in esilio per mille anni”. Si apre con le struggenti parole della cantante Rim Banna dedicata ai bambini palestinesi "Occhi dentro Gaza", il diario-resoconto di Erik Fosse e Mads Gilbert pubblicato da BiancaeVolta Edizioni e presentato all'ultimo Salone del Libro di Torino. Impegnati come medici volontari nella Striscia e tra i pochi occidentali (insieme a Vittorio Arrigoni) presenti a Gaza durante l'Operazione Piombo Fuso sferrata dall'esercito israeliano il 27 Dicembre 2008, i due autori fanno un lucido resoconto dai toni intimi ma anche drammatici di quello che i media occidentali non hanno potuto raccontare in quanto imbavagliati e bloccati dal governo israeliano. Mads Gilbert è medico e primario del Reparto di Medicina d'emergenza dell'Ospedale Universitario di Tromso, Norvegia. Erik Fosse è invece primario presso il Centro d'intervento dell'Ospedale universitario Rikshospitalet di Oslo. Entrambi vantano un esperienza trentennale presso la Norwac (la Norvegian Aid Commitee) e per il Comitato per la Palestina. Una testimonianza cruda di ciò che accadde dentro Gaza in quel terribile inverno.

Bombe su una striscia popolata da un milione e seicentomila persone
Una lunga striscia sabbiosa. Con un'estensione di circa 360 km quadrati la Striscia di Gaza - dal confine israeliano a Nord al valico di Rafah a sud - è lunga solo 42 km. In alcuni punti la distanza tra il Mar Mediterraneo ed Israele la si potrebbe percorrere a piedi perché è di solo 6 km. In questa sottile striscia di terra vivono circa un milione e seicentomila persone. Non poche. La densità di abitanti per chilometro quadrato è di circa 4.500 persone . Questo significa che la Striscia di Gaza è una delle zone più densamente popolate del pianeta. Possibile bombardare un luogo del genere? Per i falchi di Tsahal è possibile ed il 27 dicembre 2008 - in risposta all’ennesimo lancio dei razzi Qassam verso il Sud d'Israele - scatta l'operazione "Piombo Fuso”. Il risultato lo sappiamo tutti. Un massacro di enorme portata compiuto con il silenzio-assenso della comunità internazionale. Da Damasco, il leader in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, aveva chiamato il popolo palestinese alla terza Intifada. Ma c’è poco da fare per i palestinesi. L’equilibrio delle forze in campo è sproporzionato. L'operazione si protrae fino al 18 Gennaio del 2009 e provoca almeno 1.300 morti e oltre 5.000 feriti tra cui vecchi, donne e bambini. Mentre Hamas ne approfitta per eliminare fisicamente i propri nemici politici e per torturare tutti i presunti collaborazionisti filo-israeliani, l'esercito israeliano si distingue per l'utilizzo di bombe al fosforo bianco. Inizialmente si parla di semplici illazioni. Po il Times pubblica un pezzo con foto inequivocabili. Infine arriva la denuncia dell'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, di Amnesty International, di Human Rights Watch, della Croce Rossa Internazionale e infine anche delle Nazioni Unite. Ma le denunce col senno di poi sono più facili. Intanto indagini successive dell’Onu certificano che nel corso delle operazioni di terra Tsahal usa bambini come scudi umani per proteggere l’avanzata dei propri mezzi cingolati. “Non c’è limite al peggio”, si suole dire. E in effetti il peggio è dietro l’angolo, come raccontano i due testimoni-autori.

Jumana ed il massacro della famiglia Samuni

Jumana Samuni è una bambina di solo nove mesi. Il crollo della casa in cui viveva è provocato dall'ennesimo bombardamento israeliano. Nell'attacco Jumana riporta danni irreversibili al braccio sinistro. I medici sono costretti ad amputarle la mano sinistra. In mancanza di documenti, fogli e vista l'enorme affluenza di feriti, i medici che l'avevano visitata in precedenza scrivono col pennarello sul suo corpicino alcune lettere in arabo che indicano il tipo di lesione e la priorità. Ebbene sì. Gaza è talmente povera ed in quel periodo l’afflusso di feriti è talmente alto che i medici sono costretti a scrivere le diagnosi sul corpo dei pazienti con un pennarello. Jumana proviene da Al Zaytoun, uno dei quartieri poveri della zona meridionale di Gaza City. La famiglia Samouni è molto numerosa. Quasi cento persone. L’incubo inizia la sera del 4 Gennaio verso le nove di mattina (come racconterà in seguito la mamma di Jumana, Meysa, all’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem). I soldati di un carro armato dell'esercito israeliano si presentano alla porta della casa di Rashed al-Samuni, che si trova a pochi passi dall’abitazione di un altro membro della famiglia, Wail al-Samuni. Giubbotti antiproiettili, armi automatiche in pugno, volti neri. Ci sono altre tredici persone in casa con Rashed. I soldati li conducono a venti metri di distanza, nell’abitazione di Talal Halmi al-Samuni, suocero di Meysa. Qui ci sono già radunate più di venti persone. In tutto ce ne sono trentacinque. Normalmente queste operazioni servivano a perquisire una certa casa o almeno a isolare edifici per salvaguardare le famiglie dai successivi bombardamenti dell'aviazione israeliana. Dopo un po’ i soldati ritornano e intimano al gruppo di seguirli nuovamente verso la casa di Wail al-Samuni che è in realtà un grande deposito di cemento. Al deposito ci sono già 35 persone. Ora dunque in tutto ce ne sono settanta. I soldati li tengono bloccati fino al mattino senza acqua né cibo. L'indomani mattina i caccia israeliani bombardano l'edificio. Si può ancora parlare di ‘danno collaterale’ ? L'azione è pianificata nei dettagli. Tanto che Salah Talal al-Samuni e suo cugino Muhammad Ibrahim al-Samuni - che non erano nel magazzino ma si apprestavano a raggiungere i familiari nella casa di Wail - vengono freddati da cecchini appostati sui tetti giusto prima dell’attacco al magazzino. Nell’esplosione Meysa si salva miracolosamente e con il suo corpo protegge Jumana da una morte certa.

Una gigantesca prigione a cielo aperto
L'attacco giungeva in seguito ad anni di restrizione. Il blocco di Gaza - avviato da Israele ed Egitto nel Giugno del 2007 in seguito alla vittoria di Hamas alle legislative del 2006 - colpisce tutti gli aspetti della vita sociale dei palestinesi. Intrappolati tra mura, recinti di filo spinato e torri di guardia, ai palestinesi risulta impossibile lasciare la Striscia. I due soli ‘punti di fuga’ sono il valico di Rafah a Sud, ed il check point di Erez a Nord. Ma entrambi sono controllati dall’esercito israeliano e dai suoi cecchini armati fino ai denti. Il check point di Erez poi è una mostruosità. Concepito e realizzato sulla base dello stesso principio usato negli Usa per condurre il bestiame al macello. Tutto ciò fa di Gaza una delle più grandi prigioni a cielo aperto del mondo. La ferita più grande è che è impossibile parlare di stato o entità statale palestinese. La maggioranza dei palestinesi infatti non possiede neanche una carta d'identità o qualunque documento valido per espatriare. La fragile economia palestinese si basa solo su agricoltura, pesca e sugli aiuti internazionali. Ma i lavoratori non possono più lavorare in Israele ed i pescatori rischiano la propria vita se superano le tre miglia nautiche dalla costa. Se dal 1993 al 2000 infatti i pescatori di Gaza potevano pescare anche al largo, nel 2000 i limite fu posto alle 6 miglia nautiche in barba agli accordi di Oslo che invece sancivano il limite massimo a 20 miglia nautiche (37 km). Dopo l'operazione Piombo Fuso gli israeliani restringono a 3 miglia nautiche (5,6 km) il limite. Coloro che infrangono questo divieto vengono mitragliati dalla marina israeliana. Nel 2000 c'erano almeno 10mila pescatori. Con il blocco e dopo la fine delle operazioni militari nel 2009 si sono ridotti a 3.500. Difficile andare a pescare se ti sparano addosso.

Man bassa delle risorse energetiche palestinesi
Ma il restringimento del limite per la pesca potrebbe avere altre ragioni. Nel 1999 la compagnia petrolifera britannica BGG (British Gas Group) scopre un vasto giacimento di gas naturale nel fondo marino a circa 15 km dalla costa di Gaza. Il 60% del giacimento si trova in acque territoriali palestinesi. Dopo diversi tira e molla tra la compagnia britannica, l’Autorità Palestinese ed il governo israeliano, nel 2007 la BGG è sul punto di stringere un accordo con Israele ed il governo palestinese per fornire gas ad Israele, un accordo che avrebbe portato alle autorità palestinesi almeno 1 milione di dollari di guadagno. L'accordo era già saltato 6 anni prima per l’intervento di Ariel Sharon. Ora è il Mossad stesso a muoversi e a bloccare tutto. Gli strateghi militari israeliani dicono che un accordo del genere significherebbe fornire finanziamenti ad Hamas ma anche ad Al Qaeda. L’accordo salta, BGG si ritira. Intanto, come per incanto, la marina israeliana restringe il limite della pesca a tre miglia nautiche ed inizia a sparare sui pescherecci. Un caso? Diversi studi - tra cui War and Natural Gas: The Israeli Invasion and Gaza's Offshore Gas Fields pubblicato da Michel Chossudovsky su Global Research nel Gennaio del 2008 - vedono dietro l'operazione Piombo Fuso il tentativo israeliano di accaparrarsi le fonti energetiche palestinesi tra cui diversi giacimenti petroliferi che in Palestina sarebbero superiori agli 1,3 trilioni di piedi cubi già scoperti.

Un collasso economico provocato?
Al blocco che aveva già spezzato le gambe ai cittadini di Gaza si aggiunge non solo la restrizione della libertà di movimento ma anche il blocco dei pagamenti. Secondo il rapporto dell'Istituto Europeo per la ricerca sulla cooperazione mediterranea ed euro-araba Palestinian workers in Israel, Israele aveva già bloccato ogni afflusso di denaro nel 2006, all'indomani della vittoria di Hamas alle elezioni ed aveva interrotto il rimborso delle tasse e delle imposte all'Autorità palestinese. La conseguenza di quest'azione fu che 160.000 palestinesi impiegati nella pubblica amministrazione persero lo stipendio e secondo le stime della banca Mondiale ciò contribuì pesantemente a far collassare la già fragile economia palestinese. Gli effetti economici del blocco israeliano provocano inoltre il fallimento di grandi progetti del valore di 120 milioni di dollari già finanziati dalle Nazioni Unite per costruire case, scuole ed ospedali. Nel 1998 era stato inaugurato il Yasser Arafat International Airport, un progetto finanziato da Giappone, Egitto, Arabia Saudita, Spagna e Germania. Questo successo, assieme alla creazione della Palestinian Airlines, alimentò per un attimo la percezione che esistesse realmente uno stato palestinese. Ma nel 2001, dopo l’inizio della seconda intifada - ‘l’Intifada di Al Aqsa’ - il sistema radar dell’aeroporto fu distrutto dai caccia israeliani, nel 2002 le piste di decollo furono distrutte dai bulldozer militari, nel 2007 la torre di controllo fu bombardata dagli elicotteri di Tsahal. Niente più aeroporto.

Droni ed eccidio telecomandato
I giorni e le notti sono lunghe nell’ospedale di Shifa, che spesso assomiglia più ad un girone dell’inferno dantesco. Corridoi bui e freddi dove si alzano i lamenti di centinaia di feriti. Le finestre sono voragini cieche senza vetri, frantumati da granate e missili dell’aviazione israeliana. In ospedale manca tutto, i medici lavorano con quel poco che hanno. Difficile poi chiudere occhio quando nell'aria risuona il fragore dei droni - gli aerei telecomandati israeliani - e dei boati devastanti delle bombe che esplodono a pochi isolati dall'ospedale facendo crollare palazzine, abitazioni, magazzini. Si tratta delle bombe DIME (Dense Inert Metal Explosive), uno speciale esplosivo utilizzato nelle cosiddette Small Diameters Bombs, bombe leggere che possono essere trasportate da velivoli minori come i droni di cui gli israeliani posseggono la tecnologia più avanzata al mondo. Questo tipo di bombe vengono normalmente utilizzate per assassinare un numero limitato di persone senza causare troppi danni alle strutture circostanti (si fa per dire). In realtà, spiegano i due autori, nelle bombe ci sono piccole particelle di metalli tra cui il tungsteno. Una volta la bomba esplosa, i metalli si fondono e la vittima è letteralmente invasa da una nube di polvere che lacera i tessuti e provoca ustioni gravissime. Secondo uno studio dello scienziato J. Brooks - ripreso poi in un documentario di Al Jazeera - i metalli contenuti provocherebbero nelle cavie da laboratorio il cancro a livello muscolare. Per questo motivo si ritiene che tutte le persone che subiscono ferite da questo tipo di bomba possano sviluppare anche forme tumorali. Nei crateri della borgata palestinese Beit Hanoun, a Jabalya e a Tufah sono stati trovati residui di tungsteno e mercurio, altamente tossici e cancerogeni. Non solo dunque il piombo fuso, scaricato senza pietà su una sottile striscia di terra in cui vivono un milione e seicentomila persone. Gaza è ora avvelenata per decenni da componenti chimici altamente cancerogeni e mutageni.

Giugno 2009, nella lontana Norvegia. Mads Gilbert riceve una telefonata. Proviene da Gaza. “Abu Mads, Abu Mads!” risuonano voci lontane di bambini. Sono i bambini del dottor Khalil Abu Foul, medico all’ospedale di Shifa. Le loro voci assomigliano alle voci di tutti quei bambini che questi piccoli grandi eroi sono riusciti a salvare durante quel terribile, interminabile inverno.

Marco Cesario
(06/07/2011)

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