Israele, indietro tutta!

La storia non marcia sempre con la stessa velocità, la percezione del tempo e dello spazio muta con il contesto, e c’è chi prende il senso contrario. Queste poche cose ho imparato nel mio ultimo viaggio in Terra Santa.

Innanzitutto il senso delle distanze. In Israele le strade principali sono velocissime arterie che sfregiano le forme del terreno come cicatrici, senza ammettere ostacoli sul proprio passo. Colline intere sono state rimodellate per rimuovere l’identità paesaggistica della cultura rurale araba. Tra i villaggi della Palestina, è invece difficile trovare una lunga tratta rettilinea, e non solo per la morfologia del terreno. È anche una questione di densità demografica, di cadenza e di assuefazione alla lentezza. Anche i tempi segnano due modi di vivere. Per attraversare il posto di frontiera di Rafah, devi saper aspettare cinque ore per superare la distanza di un chilometro, avanzando come una tartaruga, e fino alla metà di settembre, se non ti sei registrato precedentemente, non potrai viaggiare oltre i reticolati della Striscia, perché le autorità egiziane non ammettono più di 400 passaggi giornalieri (il transito via Israele dal posto di frontiera di Erez è sospeso sine die). È l’abitudine alla ripetitività, alla rassegnazione, alla sottomissione che ci hanno fatto credere che la resistenza al cambiamento fosse parte del carattere arabo. D’altro lato, l’aeroporto di Tel Aviv è il simbolo della superiorità economica, tecnologica e politica israeliana: collegando giornalmente i suoi passeggeri direttamente con i cinque continenti, incarna l’eccellenza del progetto sionista tra le imprese del progresso umano e dello Stato ebraico sui paesi di tutta la regione.

Non ci dobbiamo stupire dunque se, nonostante siano venute le rivoluzioni arabe, che hanno bruscamente accelerato il passo di quelle società verso la liberazione e l’affrancamento da retaggi opprimenti, il Potere israeliano si senta inattaccabile e indiscutibile, e possa continuare a costruire le condizioni sul terreno perché terre e città di un altro popolo rimangano nelle sue mani.

Potremmo dire: che c’è di nuovo in questo? Qualcosa di nuovo c’è: le istituzioni israeliane, pur di vincere la partita della terra palestinese, sono disposte a svendere le libertà civili. La legge sul boicottaggio di prodotti provenienti dalle zone occupate, approvata dalla Knesset l’11 luglio u.s., per cui il cittadino israeliano che inviti al boicottaggio della produzione israeliana nei Territori occupati è punibile amministrativamente e può essere condannato senza che la parte lesa, individuo, società o istituzione che sia, dimostri il danno economico, culturale o accademico sofferto, è l’ultimo atto legislativo di una strategia volta a rimuovere il dissenso interno contro la politica di colonizzazione e militarizzazione della Palestina. Di questi due elementi, il primo è la novità.

Israele prende la strada opposta nel Mediterraneo, e se le popolazioni arabe vicine lottano per conquistare la democrazia – la lista ormai si è fatta molto lunga, con Tunisia, Egitto, Siria, Libia, Yemen, seguite ora dalla Giordania - o altri lottano per far ritornare il potere di decisione e di iniziativa ai cittadini – penso alle proteste di massa in paesi come Spagna e Grecia contro precarietà sociale, speculazione finanziaria e corruzione; oppure alle iniziative referendarie come quella italiana contro industria nucleare e privatizzazione delle acque, o quelle turca e marocchina per la riforma della costituzione (rispettivamente del settembre 2010 e luglio 2011) – Israele demolisce le libertà interne, a partire da quelle di espressione e organizzazione, per non avere ostacoli alla propria politica di oppressione dei diritti dei palestinesi.
Israele, indietro tutta!
“Non passeranno, attivisti e cittadini liberali e democratici si ribelleranno e disobbediranno” – dice convinto Roni Segoly, ex-ufficiale israeliano ed uno dei fondatori del movimento Combatants for Peace , che raggruppa ex-soldati israeliani ed ex-combattenti palestinesi che ripudiano la violenza. “Non ne sono così sicuro, la Sinistra è morta in Israele” – gli ribatte Itamar Feigenbaum, dello stesso movimento, ma più giovane di lui, mentre pranziamo a Tel Aviv.
“Sicuramente la Corte costituzionale dichiarerà la legge incostituzionale” – rispondo; ma mi fanno notare che non hanno una costituzione.

Chi invoca al boicottaggio rischia una pena amministrativa fino a 50.000 shekel (circa 10.000 €). Le organizzazioni per i diritti umani hanno fatto ricorso all’Alta Corte di Giustizia perché la legge sul boicottaggio violerebbe la legge fondamentale su dignità e libertà. Anche se l’Alta Corte di Giustizia dovesse annullare la legge, l’ establishment continuerebbe a produrre leggi contro le libertà fondamentali e potrebbe un giorno limitare per legge i poteri della Corte, visto che non vi è una costituzione. Secondo Neve Gordon, autore di Israel´s Occupation , le leggi antiliberali in cantiere o in vigore sono diventate numerose. “In questo cosiddetto paese libero e democratico, ci sono due categorie di leggi, una liberale per la propria cittadinanza, e l’altra per i palestinesi sotto occupazione” – scrive il 14 luglio u.s. per Al Jazeera International . Assistiamo però da due anni a questa parte a una nuova generazione di leggi che mina a reprimere il dissenso interno anche della cittadinanza ebrea, puntualizza. Gordon enumera una ventina di leggi di questo genere.

Una di queste è un progetto di emendamento al Codice penale, attualmente all’esame del parlamento, che criminalizza chi pubblica testi che neghino il fatto che Israele sia uno stato ebraico e democratico. Proposto da Zvulun Orlev (partito religioso Mafdal), è stato accettato per una prima lettura, ma per ora non è avanzato. Un’altra legge è stata proposta da Israel Beitenu, il partito del ministro degli esteri Lieberman, al fine di autorizzare indagini sulle organizzazioni israeliane per i diritti umani. Lieberman ha chiesto al primo ministro Netanyahu di imporre il voto favorevole ai membri della coalizione governativa, ma Netanyahu teme cattiva pubblicità, e per il momento ha preferito prendere tempo autorizzando il voto libero.

Se oggi molti amano dire che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, non è dunque da escludere che tra qualche anno si troveranno nell’imbarazzante situazione di dover trovare argomenti per negare che Israele sia l’unico regime antiliberale del Medio Oriente.

Israele, indietro tutta!Jeff Halper, fondatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi (25,000 sono le case demolite dal 1967 ad oggi nei Territori occupati), dice: “Faremo di una casa palestinese che abbiamo ricostruito quattro volte dopo la demolizione un centro per il rafforzamento della società civile e la riconquista di spazi di decisione”. La casa sta nel villaggio di Anata, a pochi metri dal Muro di Separazione e da un centro di detenzione israeliani.
Halper ama citare il poeta americano Carl Sandburg, che nel 1916 scriveva: “I am the people—the mob—the crowd—the mass. Do you know that all the great work of the world is done through me? Sono la gente, la moltitudine, la ressa, la massa. Sai che tutto quanto di grande ha fatto il mondo è stato fatto grazie a me?”.

Intanto, a Gaza ritorna la vita, dopo la riconciliazione tra Hamas e Fatah. I locali sono pieni di gente e la musica non fa più paura. Il giorno della Presa della Bastiglia, il centro culturale Gallery ospita un concerto di jazz di un gruppo tedesco tutto al femminile, invitato dal Goethe Institute. Le tavole sono tutte occupate, si bevono bevande rinfrescanti e si fuma narghilé. “È il primo concerto del genere dopo tanto tempo, la gente di Gaza è rilassata” – conferma Yousry Darwish, direttore dell’Unione dei centri culturali della Striscia di Gaza. Ma quando lasci il centro della città, ti imbatti di nuovo nella povertà dei campi di rifugiati e delle altre cittadine della Striscia. Wadi Gaza, il fiumiciattolo che sfocia in mare, è una cloaca a cielo aperto. La sporcizia invade i margini delle strade, nei campi dei rifugiati si cerca di porre rimedio ai cattivi odori bruciando i cassonetti delle immondizie.
“Ma dove vanno a finire i rifiuti?” - chiedo a Maher Essa, direttore di Civitas, un centro che promuove la partecipazione della società civile nella vita del paese :
“Vengono compattati, una parte viene riciclata, ma il grosso non sappiamo dove vada a finire”. Probabilmente è sufficiente guardarsi attorno, Gaza resta una grande bidonville.

E se i tassi di disoccupazione nelle città della Striscia restano tra i più elevati del mondo (45,2% della popolazione attiva nella seconda metà dell’anno scorso secondo le Nazioni Unite), i prezzi sono saliti alle stelle. “Un terreno edificabile di un dunum (1000 mq) nella prima cintura di Gaza City costava 56.000 dinari giordani nel 1999, ora ci costa 350.000” – conferma il manager dell’Istituto al-Azhar Marwan Essa, che fatica a completare la sua casa nonostante avervi investito i suoi risparmi. Marwan racconta che sul boulevard centrale Omar el Mukhtar, i prezzi degli immobili si misurano a centimetro quadrato: 150 dinari giordani, ovvero 15.000 a mq (circa 15.000 €).

Sono la gente, la moltitudine, la ressa, la massa...
Chen Alon, che applica le tecniche del “Teatro degli Oppressi” con Combatants for Peace , vorrebbe che i giovani israeliani che si oppongono alle politiche del proprio governo potessero dialogare con la società civile in ebollizione nei paesi arabi. “È questa la nostra grande sfida, creare una coalizione delle società civili che lottano per la democrazia e i diritti oltre le frontiere politiche che hanno tanto danneggiato i paesi del Medio Oriente e di tutta la regione”. Difficile, ma presto non più impossibile. Forse, quello che Chen voleva dire è che i suoi fratelli e vicini arabi potranno aiutarlo perché la libertà vinca su tutto. E Israele non faccia marcia indietro.


Gianluca Solera
(31/07/2011)


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