Lampedusa: sola andata

La partenza
La lampadina scintilla e si spegne catapultando Mothkar e i suoi cugini verso la notte più lunga della loro vita. Stanotte partiranno per Lampedusa. Originari di Tataouine, principale città del deserto tunisino, seduti in cerchio e raggomitolati su se stessi si dividono un piatto di cous cous. Sono in cinque, hanno vissuto nello stesso quartiere e appartengono alla stessa famiglia. In cinque partiranno stanotte, Inshallah. “Si vince o si perde” dice Mokthar con un sorrisetto al lato della bocca. Nell’oscurità della sala da pranzo, organizza le sue cose: una bottiglia d’acqua, dei biscotti secchi e poi scende giù in strada.

Lampedusa: sola andata
L’appuntamento col contrabbandiere è alle otto a Place du Café de Paris. Procedono sulla strada da Djerba a Zarzis e si fermano alla terza moschea sulla destra. Sotto le arcate li aspetta lui con un caffè fumante poggiato sul tavolo. L’atmosfera è rilassata; gli uomini si stringono la mano. Tempo fa, il contrabbandiere era un pescatore di polpi. L’acqua salata gli ha stinto i capelli e i suoi tratti somatici sembrano scolpiti nella superficie del viso. La sorte di cinquanta passeggeri è nelle sue mani, stanotte.

Mokthar e i cugini lo seguono attraverso un passaggio mal illuminato. Ora bisogna spegnere i cellulari. Il gruppo si ferma vicino al mare, in una casa mai finita. L’ingresso è ostruito da ingombranti blocchi di cemento e si sentono i topi che si muovono tra le tegole. I due stanzoni all’interno sono occupati da quaranta “haraga”, traduzione letterale di “bruciatore” così si chiamano quelli che tentano l’attraversata in Italia. “Bruciatori” gli haraga distruggono tutti i loro documenti prima di partire. Sono carte che non avranno più alcuna rilevanza né saranno più utilizzabili una volta raggiunta l’altra sponda.

Gli uomini sono ammucchiati uno addosso all’altro e aspettano per due, tre, quattro ore su due panche arancioni. “Li avevo avvisati che il viaggio sarebbe stato l’inizio della merda”, dice Mokthar. “Questo non è ancora niente, è quando arriveremo in Italia che le cose si complicheranno”. Mokthar ne sa qualcosa; ha già percorso lo stesso tragitto molto tempo fa andando a vivere per ventinove anni a Parigi da clandestino. “Sono tornato in Tunisia per il matrimonio di mia figlia. È stata una cerimonia bellissima, lei si sta facendo strada… io ne devo ancora fare, è per questo che parto di nuovo”. Accanto a lui, c’è suo cugino Hamza. Hamza ha ventisei anni e conosce solo le “stronzate di quel cane di Ben Ali e della sua puttana Leila. Non c’è possibilità di trovare lavoro, non si trova mai un impiego si sta seduti nei caffè senza niente da fare. L’unica cosa che vorrei fare è lavorare”, dichiara Hamza. Non fuma e si sta accendendo la quinta sigaretta della serata.

Una leggera brezza entra nella casa sul mare. Si sente una voce al telefono, ecco il segnale, ci siamo, si parte.
Le pattuglie di guardia sul lungomare di Zarzis non hanno notato nessun movimento sospetto. Non ci sono corpi militari o di polizia che ostacolano la partenza. L’esercito è troppo occupato a sorvegliare il confine Ras Jedir coinvolto nella guerra civile tra la Tunisia e la Libia.

“Se solo avessero una presenza più forte là…” si lamenta Maitre Ourimi, avvocato di Zarzis che rappresenta le madri degli haraga dispersi in mare, e spiega “È difficile piangere una morte quando non si è ancora recuperato il corpo”. Nell’ultimo mese ha passato le notti a scrutare la riva dal suo giardino. “Ho provato a chiamare la polizia… accade di rado che si organizzino delle pattuglie sui furgoni ma non è sufficiente, i contrabbandieri nascondono gli haraga nelle baracche che si trovano lungo la costa e lì aspettano il momento giusto per scappare”.

Il contrabbandiere conduce il suo gruppo verso il mare aperto con una torcia in mano. Sono ottantatre in tutto, più di quanto si immaginava. “Usavo questa barca quando pescavo e non mi ha mai dato problemi. Può tenere dodici tonnellate e noi non arriviamo nemmeno a sei”. Il contrabbandiere però non accenna al suo guadagno per la traversata; 2.000 dinari, 1.000 euro a testa. Le sue spese: un po’ di benzina, un motore da 45 cavalli e la barca che, una volta arrivato, abbandonerà a Lampedusa così come fa per ogni traversata.

La traversata
Mokthar racconta: “Siamo partiti all’una di notte… il cielo era sereno, era una nottata buona per lasciare il paese”.

Hamza: “Nei pressi della costa, il mare era calmo, non c’era di che preoccuparsi. Dopo un paio d’ore di navigazione ci siamo trovati in mare aperto… non si riusciva a vedere più nulla. L’imbarcazione ha cominciato a dondolare. Le onde prendevano forma davanti ai nostri occhi e inzuppavano i passeggeri sul ponte. A poppa c’erano quelli che vomitavano perché soffrivano il mare. Noi ci aggrappavamo l’uno con l’altro”.

Mokthar continua: “Dopo due ore pensavo fosse finalmente finito… il motore si era spento, la pompa si era rotta e l’acqua si era infiltrata dappertutto. Ero convinto di morire e che nessuno sarebbe mai riuscito a trovarmi”.

Hamza: “In quel momento mi sono detto: Hamza, hai appena pagato per la tua morte”.

Ma si sbagliava…

Con enorme difficoltà il motore Yamaha aveva ripreso a funzionare ma i passeggeri forzarono il capitano a tornare indietro e alle 4 del mattino dopo tre ore di maltempo, un motore rotto e le infiltrazioni d’acqua, la barca era a 500 metri dalla costa di Zarzis. Un meccanico era arrivato a bordo di un canotto per riparare la pompa dello Yamaha.

Hamza: “Capivo che il capitano voleva affrontare il mare ancora una volta. Urlava: “quelli che desiderano tornare a riva possono rientrare con il meccanico sul suo canotto, ma non verranno rimborsati. Gli altri restino a bordo”. Io, ho preferito rientrare, Mokthar mi ha detto “Io vado”.

Mokthar: “Sono tornati in otto alla spiaggia, gli altri, sono rimasti lì, me compreso”. Maktub, il destino è scritto ma tutto si è complicato. Il motore funzionava ma le onde si erano alzate. La nostra imbarcazione rischiava di capovolgersi”.

Dopo altre due ore in preda alla tempesta la barca cambiò rotta, virando in direzione di Zarzis. Sono le 9 di mattina e Mokthar ha trascorso tutta la notte in mare. “Ho 63 anni e non ho mai avuto così tanta paura”.

Il ritorno
Di nuovo a Tataouine. Mokthar, Hamza e Zaytuna si incontrano in un bar. I due uomini hanno passato il giorno precedente a contrattare col contrabbandiere e sono riusciti a riprendere gran parte dei soldi. Il contrabbandiere si è tenuto 380 dinari, 150 euro circa, senza dare spiegazioni.

Li raggiunge Mourad, un amico che vive nel loro quartiere. Mourad è stanco, stamattina si è svegliato alle 4 per comprare la frutta nei villaggi vicini. Mourad è il titolare di un banco di frutta, “proprio come Bouazizi”. Sidi Bouazizi, il ragazzo che divenne eroe nazionale quando, a gennaio, infiammò i movimenti di protesta nel mondo arabo immolandosi. Quando gli dice bene, Murad guadagna tra i 10 e 15 dinari al giorno. Non sono abbastanza per pagare la traversata. Sono insufficienti per sognare una vita nuova. Per questo Mourad rimane a vendere le arance nella piazza principale di Tataouine. “La rivoluzione, non cambierà la mia vita”.

Hamza vive a casa dei genitori, “I miei hanno detto di non provare a scappare di nuovo. Le grida provenienti dalla nostra barca hanno svegliato la mia sorellina alle tre di notte e dice di avermi visto a bordo. A quell’ora stavamo ancora in balìa del mare in tempesta”. Il fratello gemello di Hamza ha fatto la traversata il mese scorso. Adesso vive a Lione, “Le cose gli vanno bene almeno per ora, quanto a me, non credo che di voler rischiare un’altra volta. È troppo pericoloso”.
Anche Motkhar ha preso la sua decisione. Ha riprovato il viaggio dieci giorni dopo quell’incontro nel bar, approdando a Lampedusa. Oggi vive a Parigi e convive con la paura della deportazione.


Gary Grabli - 25/5/2011
Traduzione dall’inglese di Barbara Tresca
  (03/08/2011)
Quest’articolo è stato pubblicato per gentile concessione del sito Mashallah news, partner di Babelmed.

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