GIORNO 6 – Rimpiangendo Orano

A pochi metri dall’ingresso sento un fruscio sotto le gomme della mia bicicletta, mi giro e vedo un incartamento per terra. Credendo di avere perso le copie del formulario di nomina dell’avvocato per la procedura d’asilo, mi fermo e raccolgo l’incartamento. È un atto della Questura di Agrigento con la lista di un trasferimento del 26 agosto, con 17 nominativi di immigrati diretti a Milano. Queste liste sono riservate. L’Arci ha già richiesto di accedervi, e non ha ancora ottenuto l’okay. Se dovesse riceverlo, potrebbe visionare i trasferimenti nei diversi centri in Italia, senza però ricevere i nominativi ed i relativi dettagli anagrafici, bensì solamente i codici di identificazione di ciascun straniero. L’incartamento che mi trovo per caso sotto i piedi è dunque un documento interno. Qualcuno, dopo averlo usato per accompagnare gli stranieri all’aeroporto, se ne è liberato così, come molti fanno con le cicche delle sigarette. Ogni ragazzo è ripreso in una foto con il cartellino che porta il numero di registrazione al suo lato, tenuto da un’ufficiale, di cui si vede la mano. Uno solo di loro tiene il cartellino con la propria. Per vincere la noia, qualcuno ha fatto una caricatura di alcune delle foto. Con un pennarello rosso, ad uno ha disegnato due grosse orecchie, ad un altro degli occhialoni e ad un altro ancora una casquette da basket portata di traverso. Porterò l’incartamento ad Askavusa, l’associazione culturale lampedusana che ha creato nei propri locali un piccolo museo dell’immigrazione, dove tiene pezzi di imbarcazioni, oggetti personali e documenti di immigrati restituiti dal mare. Sull’isola vi sono due cimiteri di imbarcazioni. Il più grande sta davanti al porto, a fianco dei ristorantini di pesce. L’accesso è continuamente sorvegliato da un paio di militari appoggiati alla loro jeep, e non è possibile penetrarvi. Sono tutte imbarcazioni in legno, e l’unico nome che riesco a decifrare su uno scafo è “Wahran”. Wahran è il nome arabo di Orano, la città algerina del Raï, quel ritmo che scuote i locali da ballo più della samba.
Fu il mio primo viaggio in terra araba, nell’estate del 1990. Partii per l’Algeria con Nour Ammiche, un amico di Sidi bel Abbes che avevo conosciuto all’università di Parigi, e Orano fu certamente la città più viva che visitai, in quei mesi di timore ed inquietudine per la vittoria del Front Islamique du Salut alle elezioni amministrative, che anticipò l’inizio della guerra civile.
“Per risolvere i problemi dell’Algeria, imbarcate delle belle ragazze europee su quattro navi e portatele qua” – amava dire Nour. Non l’abbiamo fatto, ed in cambio, gli algerini hanno pensato bene di imbarcarsi loro per venirsele a prendere e portarle nei loro soffici giacigli.

Invece, hanno trovato letti scomodi e ufficiali muscolosi. A Contrada Imbriacola vi erano ieri 638 uomini. Poiché non possiamo accedere alla zona uomini, Haytham conta per noi e calcola 36 letti per camerata (dato questo da verificare, perché sembra esagerato), 16 docce e 16 bagni. Molti dormono in tre su due materassi affiancati disposti sul pavimento. Io stesso noto nella zona dei minori e delle donne un gruppo di ragazzini che dorme sotto gli alberi su materassi ricoperti da un tessuto sintetico. Sono in quindici. “Perché dormite fuori, avete caldo nelle stanze?” “No, non c’è posto”. O forse, per entrambe le ragioni.
I minori sono particolarmente fortunati, hanno degli alberi attorno ai complessi prefabbricati a loro adibiti, sono vicini all’infermeria ed agli operatori, e possono parlare direttamente con i dipendenti dell’ente gestore o con le forze dell’ordine. Gli uomini devono invece fare la fila dietro la grata ed aspettare lungamente per andare dal medico, o gridare e gesticolare per richiamare l’attenzione degli operatori e richiedere qualcosa, come il buono pasti quando è scaduto, o la scheda di identificazione quando non è ancora stata consegnata, o i servigi del barbiere. E uomini muscolosi allora chiedono loro: “Che vvuoi? Aspetta! E noi che c’entriamo. Mo’ viene l’assistente”. Ma quando le forze dell’ordine stanno nervose, mandano al diavolo anche i minori: “E vvai! Cammina! Stiamo mangiando, non vedi?”. È divertente vedere due che si parlano, uno in arabo dialettale e l’altro in italiano colorito, facendo ricorso a gesti e imitazioni per comunicare. Ieri però, mentre segnalavo un paio di richieste di visita medica, ho trovato un ragazzo dell’amministrazione che parlava qualche parola di arabo, l’unico nel Centro, e mi ha incuriosito. “Ween ta’allamta ‘arabi? Dove hai imparato l’arabo?”. “Qui, sul campo”. Tanto di cappello.

Le file di uomini davanti alla grata sono particolarmente scoraggianti, e possono prolungarsi per delle ore. Non mi pare che gli immigrati vengano informati degli orari di visita medica. Al Centro vi è un solo medico che si alterna con un’altro. Un altro medico di Medici senza Frontiere fa assistenza, ma non è dell’organico. Di solito prendono due immigrati alla volta da dietro la grata, ma ieri, in seguito al tentativo di uno di loro di saltare la grata, la responsabile della Polizia mi ha chiesto di informarli in arabo che da allora in poi ne avrebbero presi quattro alla volta.
“Inzil, law samahta. Scendi per piacere. Tra poco è il tuo turno” – gli ho dovuto dire perché scendesse, mentre stava appollaiato a tre metri dal suolo. Poi in realtà ne hanno chiamati tre alla volta. Sta di fatto che il ragazzo che ha inscenato il salto ha innervosito i sette poliziotti che avevano fatto cintura da sotto la grata. La presenza dei volontari Arci è sicuramente un deterrente a situazioni di tensione con le forze dell’ordine, e la nostra funzione è quella di calmare e mediare. La nostra presenza fa anche miracoli, ora che Myriam, Viviana e Margherita ci hanno raggiunto da Milano e facciamo la bella figura di essere una squadra di osservatori internazionali. Anche i ragazzi immigrati l’hanno notato, e fanno a gara per fare grandi sorrisi e complimenti alle nostre ragazze, già oggetto di diverse richieste di fidanzamento...

Per la prima volta da quando sono a Lampedusa, Federico, il direttore del Centro di Prima Accoglienza e Soccorso, si è avvicinato alla grata ed ha preso richieste da alcuni immigrati personalmente, dimostrando una disponibilità nuova. Inoltre, il numero di persone delle forze dell’ordine che sta alla grata è aumentato, non se se per interagire con gli immigrati o sorvegliare anche noi.

Ma i piccoli miracoli contano, e vanno registrati.

Gianluca Solera

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