L’ironia diventa arma di resistenza

“Il popolo esige il gas di prima”, questo slogan è una delle decine di rivendicazioni che gli egiziani si scambiano in rete dopo gli eventi del 19 novembre che hanno insanguinato diverse piazze in Egitto. Le forze dell’ordine hanno reagito molto duramente contro i manifestanti e non si sono accontentate di usare i soliti mezzi, ma anche armi da fuoco con proiettili veri, causando la morte di più di quaranta persone. Ma hanno anche cosparso generosamente i manifestanti con gas lacrimogeni, molti dei quali messi fuori produzione negli Stati Uniti in tempi di pace, e altri scaduti che possono causare svenimenti e convulsioni. Gli egiziani hanno inventato questo slogan parafrasando “il popolo esige la caduta del regime” per rivendicare l’uso del gas usato durante la rivoluzione del 25 gennaio, che era meno efficace e quindi anche meno nocivo.
L’ironia diventa arma di resistenza
Quando i cecchini del ministero dell’Interno hanno accecato gli occhi di molti ragazzi, tra cui il militante Ahmed Harara, lui si è applicato sull’occhio un pezzo di metallo dove ha scritto “19 novembre” mentre sull’altro già portava la scritta “28 gennaio”, data del suo primo incidente.
Quanto al tenente che ha colpito gli occhi di decine di ragazzi, è diventato una delle persone più conosciute su facebook: “Ricercato: vivo o morto” con una ricompensa di 5mila lire egiziane per chiunque sia in grado di fornire informazioni per ritrovarlo, soprattutto dopo che un video lo ha mostrato in flagranza di delitto. Nel filmato si vedono i suoi colleghi che si complimentano con lui per l’ottima mira. Su twitter e su facebook, gli utenti si scambiano in modo sarcastico la sua foto e altre informazioni utili a identificarlo. Uno di loro scrive: “È un peccato! Perché denunciarlo? Sapevamo già che si chiama Mohamed Sabri Chenawi e vive a 17 rue califfo Mamun e il suo numero di cellulare è ... Ma davvero, è un peccato!”.

L’ironia diventa arma di resistenza

Quando l’11 febbraio, il vecchio presidente è stato destituito dalle sue funzioni, l’esercito è sceso in piazza annunciando di difendere la nazione. Il popolo ha creduto nella vecchia immagine dell’esercito protettore della rivoluzione del 1952, che ha vinto nell’ottobre del 1974. Non sapeva ancora che stava per barattare
un potere civile con uno dei regimi militari più rudi e violenti. All’epoca c’era lo slogan “il popolo e l’esercito, mano nella mano”. Quando sono cadute le maschere e il popolo ha visto linciare i feriti della rivoluzione e migliaia di persone morire, ha capito che i ruoli erano condivisi tra sicurezza civile e militare, e ha fatto sentire nuovamente la sua voce: “Esercito e polizia, mani sporche”.

Davanti alla determinazione dei manifestanti che esigevano il passaggio istantaneo del potere nelle mani dei civili e il ritorno dei militari nelle caserme, il maresciallo Tantawi, presidente del Consiglio Supremo, ha avuto l’idea di ricorrere al sotterfugio del referendum dicendo di esser disposto a dimettersi se questa fosse stata la volontà del popolo.
Numerosi commenti si sono diffusi su facebook rivolti al maresciallo: “Se si tratta di un matrimonio tradizionale, perché divorziare davanti al notaio?”.

La rivoluzione non è ancora finita e più si inasprisce, più gli egiziani si armano di pazienza e tenacia grazie al vecchio umorismo ritrovato dopo lunghi anni di repressione e tirannia.
L’ironia diventa arma di resistenza

Un rivoluzionario può perdere un braccio in battaglia, può diventare cieco, ma subito si affretta a medicarsi le ferite e rimettersi a fare ironia. L’egiziano è capace di sdrammatizzare anche nei momenti più tragici, prendendo in giro tutte le figure della repressione. E questo spesso include un po’ di sana autoironia, perché l’umorismo è un’azione di resistenza, di opposizione. Ed è una delle armi che permetteranno al popolo egiziano di continuare la rivoluzione non solo perché è una sua caratteristica innata, ma anche perché permette alla gente di superare il dolore dell’istante, la crudeltà del reale. L’ironia è sinonimo di resistenza e prova di speranza per un futuro migliore.

Dina Kabil
Traduzione dal francese di Federica Araco
(21/12//2011)


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