“Bomba o non bomba, arriveremo...”

Un anno fa, la notte di Capodanno, scoppiava un’autobomba davanti a una chiesa copta, al-Qaddīsayn, nel quartiere di Sīdī Bashar, ad Alessandria d’Egitto. Venne incolpato un gruppo terrorista di Gaza, Army of Islam , che negò di essere l’autore dell’attentato. L’attentato avrebbe scatenato una poderosa campagna propagandistica da parte del regime di Mubarak per l’unità nazionale. Fino ad oggi, non è stato condannato nessuno, e tutti sono ormai convinti che sia stato il regime a organizzare la sanguinosa messinscena per distogliere l’attenzione dallo stato di putrefazione in cui versava il regime. Un anno dopo, la vigilia di Natale, scoppia un bomba davanti alla sede dei servizi segreti a Damasco, e nel giro di un’ora il regime accusa al-Qāida dell’operazione terroristica, che ha luogo il giorno in cui arriva la prima avanguardia di osservatori della Lega Araba. Nessuno crede al terrorismo islamico, e tutto fa pensare alla stessa storia: mettere le bombe per distogliere l’attenzione dalla repressione, e denunciare l’esistenza di “bande di criminali”.
“Bomba o non bomba, arriveremo...”
Damasco, palazzo presidenziale - © babelmed

La cosa più inquietante è che la notizia dell’ordigno a Damasco ha fatto la prima sui giornali online italiani, in primis repubblica.it, ma i 250 morti ammazzati dalle forze di sicurezza siriane nelle 48 ore precedenti l’arrivo degli osservatori no, anche se corriere.it sembra dare più spazio alle dolorose vicende siriane. Ovvero, la stampa italiana pubblica in un colpo le notizie ricevute dall’agenzia di stampa governativa, ma non consulta altre fonti. Silenzio sulla Siria, nonostante le Nazioni Unite parlino di più di cinquemila morti dall’inizio della rivoluzione, e le mie fonti ad Antiochia (Turchia), alla frontiera con la Siria, mi comunicavano il giorno di Natale che molti attivisti stimano che il numero sia superiore alle 15 mila vittime. Neppure quando padre Paolo dall’Oglio, il gesuita italiano fondatore della Comunità al-Khalīl nell’antico monastero siriano di Mar Musa, famoso per incoraggiare il dialogo tra cristiani e musulmani, viene minacciato di espulsione dalle autorità siriane e tutto il mondo cristiano orientale ne parla, la stampa italiana si occupa di altre cose, tranne che testate cattoliche come Famiglia Cristiana, e corriere.it. Padre dall’Oglio è forse il solo europeo che dall’interno di quel paese alza la voce con toni profetici e parla di riconciliazione attraverso la negoziazione, nel rispetto della libertà di espressione. Molti giovani siriani che si riconoscono nella sua missione per la fraternità, il rispetto e la dignità hanno creato una pagina Facebook in arabo intitolata “No all’espulsione di padre Paolo” seguita da migliaia di persone.

Solo se il Santo Padre nel suo messaggio Urbi et Orbi parla della Siria, le sue parole fanno il giro di tutte le redazioni, come è successo il giorno di Natale. Perché non riportare le notizie raccogliendole dalle fonti più dirette, come il Coordinamento dei comitati locali della rivoluzione? Perché non fare meticolosa cronaca giornalmente, dando cifre e nomi a quanto succede? Lo si è fatto per l’Egitto o per la Libia, lo si dovrebbe fare anche per la Siria, anche se non siamo il partner commerciale più importante, non vi sembra?

Tornando in Egitto, la crisi tra dimostranti e Consiglio superiore delle Forze armate non si placa, e la vigilia di Natale un’altra ondata di manifestazioni ha interessato le città del paese, che chiedevano la cessione dei poteri politici ad un’autorità civile e condannavano le violenze perpetrate dalla polizia militare e da bande di provocatori alle donne che manifestavano pubblicamente la settimana precedente ( “Gum´a al-Harā’ir”, il “Venerdì della Seta”, è stata battezzata la giornata in onore delle donne egiziane). Anche le correnti politiche islamiche, che non hanno aderito alle manifestazioni, per la prima volta in modo palese venivano accusate di complicità con l’Esercito. Hizb al-Hurriya wa al ‘Adāla , il partito legato al movimento dei Fratelli Musulmani, e Hizb an-Nūr , il partito salafita più importante, si apprestano a dominare la Camera dei deputati: dopo i primi due turni delle elezioni per la Camera dei deputati ( Maglis as-Sha´b ), ne manca ancora un terzo per le circoscrizioni al-Minyā, Matrūh, l’Ovest e il Sinai, Hizb al-Hurriya wa al ‘Adāla si è assicurato il 52% dei seggi in concorso, e Hizb an-Nūr il 30 percento. Entrambi sostengono l’Esercito come arbitro della transizione. Per la prima volta, alcuni giovani dei partiti islamici che hanno partecipato alla rivoluzione si smarcano e creano una “Alleanza degli Islamici liberi” che raccoglie tredici gruppi dissidenti e accusa la dirigenza dei due partiti di aver mantenuto riunioni segrete con l’Esercito per emendare la Costituzione e aprire la strada a elezioni anticipate, sapendo che i due partiti si sarebbero dimostrati gli unici con una schiacciante capacità di mobilitazione. Questo non è l’unico segnale di malessere tra i giovani. Il fatto che moltissime donne abbiamo partecipato alle manifestazioni del 24 dicembre scorso è un altro indicatore. Le donne gridavano: “Noi siamo la Linea Rossa”. Aggredire le donne significa superarla e sgretolare i fondamenti della coesione sociale.

Ad Alessandria ho atteso l’arrivo della marcia che lungo via Port Saïd arrivava davanti alla sede del Comando militare della Regione settentrionale, subito dopo la preghiera del venerdì. Quando arrivai vi erano soprattutto ragazzi, ma con l’arrivo della marcia il numero delle ragazze crebbe notevolmente. L’entrata del Comando era protetta da una barricata di blocchi di cemento e serpenti di filo spinato, e dietro stava una fila di poliziotti militari con i caschi. Mi ha fatto molta impressione vedere due carri armati con i cannoni puntati verso l’esterno. Se durante i giorni caldi di gennaio e febbraio i carri armati stavano in strada per proteggere la popolazione, ora stavano davanti alle caserme per proteggerle dalla popolazione.

Il clima era festivo e il solo episodio da visi duri è stato quando un baldanzoso gruppuscolo di giovanissimi Ultras con una grande bandiera nera arrivava da via Port Saïd con largo anticipo sul fronte principale della marcia, correndo come se si preparassero a caricare verso il Comando. A cinquanta metri dalla barriera, gli altri dimostranti hanno fatto cordone e li hanno fermati a strattonate, finché hanno capito la lezione e hanno raggiunto la barriera come cani con la coda tra le gambe, autorizzati a cantare contro l’Esercito, senza ricorrere alla provocazione fisica. Attivisti socialisti distribuivano volantini con la dichiarazione di uno dei loro candidati alle elezioni, mentre chi portava dei manifesti circolava tra i presenti perché li leggessero con attenzione. Tra le più agitate erano due ragazze velate che tenevano un cartello con le foto di una ragazza che era stata denudata e pestata a Maydān at-Tahrīr. “Questo fanno alle figlie d’Egitto” – spiegavano ad alta voce a chi si avvicinava. Altre portavano cartelli con scritto “Bugiardi”, altre con “Né Tantāwy (il capo delle Forze armate), né Mubarak”. Una madre portava al collo la foto del figlio caduto durante le manifestazioni. Un signore si divertiva a vendere aste portabandiera in plastica, che non reggerebbero neppure una sardina se usate per pescare, dicendo: “Vendo bastoni per sculacciare Tantāwy come si merita”. Il carretto del Fūl, le fave bollite, faceva affari d’oro, e mentre qualche ragazzo regolava la circolazione automobilistica con un fischietto da arbitro, la gente si assembrava davanti al Comando e alzava le immagini dei martiri o gli slogans più in voga in direzione della folla. Davano le spalle alla polizia militare, posizionata a non più di 5-6 metri di distanza. Solamente cemento e filo spinato li separava, ma uno dei poliziotti all’angolo fumava e sorrideva mentre conversava al cellulare. Mi sorprendeva questa prossimità, e quei poliziotti sembravano lì di malavoglia, proprio un dí di venerdì che avrebbero potuto stare con la fidanzata!
Quando il fronte principale della marcia sbucò da via Port Saïd e penetrò lo slargo che portava al Comando, la gente iniziò ad applaudire. “Al-Masīra gāiya!”, arriva la marcia. E cellulari con camera incorporata, macchine fotografiche e telecamere iniziavano a riprenderne l’arrivo, quasi fosse un doveroso saluto d’onore. Si respirava l’invocazione disperata ad una rivoluzione senza fine (“Thawra, Thawra ‘Ālamiya”, “Rivoluzione nel mondo intero”), che partiva da una delle camionette dotate di megafono. Molti erano arrabbiati con i Fratelli Musulmani (“Che escano in strada a manifestare, i Fratelli!”), e rivendicavano la legittimità della Piazza, ma l’attenzione era tutta per loro, per le donne e le ragazze che, raccolte attorno ad un’immensa bandiera egiziana tesa in posizione orizzontale tra le loro braccia, gridavano i loro diritti, mentre le signore anziane dai balconi soprastanti guardavano con sguardi discreti quelle femmine col fuoco dentro. “La libertà sta nella donna”, “L’egiziana è libera”. A piccoli passi avanzavano verso il Comando, mentre un ragazzo munito di pennello si offriva a dipingere il tricolore egiziano sul viso dei dimostranti. Mentre le camionette con i megafoni si posizionavano sui lati dell’entrata al Comando, la gente si appropinquava per l’assembramento finale, in una giornata di mobilitazione più rosa delle precedenti.

Dopo lo scoppio delle violenze davanti al Palazzo del Consiglio dei Ministri la settimana precedente, ero andato a trovare i ragazzi che avevano piantato le loro tende nella grande rotonda di Smūha, a qualche centinaio di metri dalla Direzione della Sicurezza (un orrendo palazzo post-moderno sgraziato come i servizi che ospita). Tra calchi di antiche statue greco-romane rivestite di messaggi satirici, i “ragazzi della rotonda” vi avevano eretto fin dal venti novembre un mini-insediamento, che tutti gli automobilisti che giravano attorno alla rotonda per entrare in città potevano vedere distintamente. Sono tutti studenti, tranne tre che hanno un impiego, come Ahmed, un giovane professore di ginnastica; passano la notte nella rotonda in media in una sessantina, e si danno i turni nel presidiare l’accampamento durante la giornata, quando la maggioranza degli attivisti è fuori. Vogliono la cessione dei poteri dalle Forze armate ad un’autorità civile, e vogliono affermare il diritto di esprimersi senza dover essere picchiati. Quando ero entrato sul tappeto erboso della rotonda, erano le tre e mezza di un sabato pomeriggio, il 17 dicembre, mi avevano chiesto di attendere perché facessero l’orazione. Il più eloquente di loro era un cappellone riccio e ben messo, Khāled Abū Mūda. Misero dei cartoni per terra a mo' di tappeto per la preghiera, e imitarono le abluzioni sfregandosi le calze e sbattendone la polvere. Poi si sedettero con me, ma solo per poco, perché un giovane era venuto per questionare le loro rivendicazioni, e volevano convincerlo delle loro ragioni. Quasi fosse importante convincere gli egiziani uno ad uno. “Ma fino a quando starete qui?”. “Fino a quando le Forze armate cedono i poteri”. “E se non lo faranno?”. “Non ce ne andremo” – risponde Khāled ridendo. “Il giorno non sorge prima del punto più nero della notte” – esclama.

Questa forse è la stessa tenace società civile che vorrebbe Jamīl Sā´ib in Siria. Jamīl ha fondato Haraka al-Ligiān al-Madaniya , un movimento che vuole federare le varie espressioni della società civile per proteggere la Siria del dopo-Assad da una seconda dittatura. Crede che a fianco dell’opposizione politica debba sorgere una società civile organizzata, che faccia da contrappeso alle forze che aspirano al governo del paese. “È la prima volta che una tale iniziativa cerca di prendere forma. Dobbiamo prepararci al futuro prossimo, mettendo insieme le varie espressioni non partitiche della società”. Parla su Skype del dopo-Assad come se fosse domani, mentre nuove morti si contano ogni giorno. Neanche degli osservatori della Lega Araba si fida. “Ci vorrebbero osservatori internazionali non arabi. I governi arabi sono dittatoriali, come possiamo fidarci dei loro osservatori? Il loro capo è un generale sudanese, Muhammad al-Dābī, che ha chiuso gli occhi sui crimini in Darfur”. Per questo vuole che sia la società civile del proprio paese ad accompagnare una transizione difficile.

La strada è in salita, ma è a senso unico: la società civile deve controbilanciare gli eccessi del potere e indicare la direzione che porta all’affermazione della democrazia. E non il contrario. Una società civile indipendente e imparziale, fedele al primato dei diritti fondamentali e della dignità umana sopra ogni cosa e ogni parte è la sola vera garanzia per un futuro di libertà. Questa è la sacrosanta lezione che ho imparato tra lo scoppio di due ordigni.
“Bomba o non bomba, noi arriveremo a Roma – malgrado voi”, cantava Antonello Venditti.

Gianluca Solera
04/01/2012

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