Italieni, itagliani, migranti, erranti, postcoloniali...

Nel corso degli anni la letteratura prodotta dai migranti è stata definita in vari modi: transnazionale, italofona, migrante, postcoloniale. In realtà ogni definizione risulta parziale e riduttiva, di certo poco rappresentativa di un fenomeno assai più articolato e complesso che per sua natura sfugge a ogni genere di catalogazione.

 Italieni, itagliani, migranti, erranti, postcoloniali...“Il termine ‘migrante’ è pregno di preconcetti e stereotipi – spiega Margherita Dametti del freepress italo-arabo Al Jarida, in un’intervista del 2009. “Rimanda a un’immagine molto restrittiva di una persona mediamente povera e disagiata che viene dal sud del mondo, ma in realtà il migrante è colui che si sposta per cause materiali, esistenziali o culturali. È curioso, quindi, che nella maggior parte dei casi nella categoria artefatta della ‘letteratura migrante’ non vengano inclusi artisti americani, inglesi o tedeschi che vivono in Italia. In tutto ciò va riconosciuta anche una certa malizia da parte delle case editrici: da una parte questa definizione le aiuta a incontrare le aspettative di gran parte dei lettori, in cerca di un altro e di un altrove esotico. Dall’altra parte, però, si potrebbe anche pensare ai vantaggi di racchiudere un certo numero di autori in una nicchia affinché non vadano a destabilizzare il settore molto competitivo della scrittura. A molti autori, infine, questa categorizzazione può far comodo perché viene a costituire una sorta di protezione, soprattutto se meno talentuosi”.

Al di là delle semplificazioni, è interessante leggere questi autori nel tentativo di destrutturare i molti stereotipi e pregiudizi che affollano tuttora gran parte del nostro immaginario su immigrati e immigrazione. È la sfida lanciata da Jean Leonard Touadi, parlamentare democratico di origine congolese, giornalista ed esperto di questioni interculturali: “Prima di tutto dovremmo decodificare l’immaginario comune, intriso di paure e pregiudizi, per ‘cogliere’ questi altri nella loro complessità prima ancora di ‘accoglierli’. Coglierne e comprenderne la cultura, la straordinaria diversità e ricchezza per smettere di considerare lo straniero come il nemico globale e cominciare a guardarlo come un fascio di emozioni, sentimenti, speranze, utopie, insuccessi. Proprio come noi”.

La presa di parola da parte degli immigrati in un paese come l’Italia, ancora molto arretrato e chiuso sulle politiche di integrazione sociale e culturale, è un atto di ribellione che esprime un profondo desiderio di raccontarsi e irrompere in un dibattito che tende a non coinvolgere i soggetti direttamente interessati.

Piuttosto che di letteratura migrante, Touadi parla di “nuova letteratura italiana, considerando il fatto che il nostro universo letterario, grazie a questi contributi, si arricchisce di contenuti altri espandendo i propri orizzonti narrativi con scenari culturali, religiosi e sociali che evocano altri luoghi e altre realtà. Questo fenomeno di inclusione-espansione – continua l’autore – rappresenta un’importante opportunità per la lingua italiana che, proprio grazie ai migranti, sta conoscendo una nuova fase di diffusione. Una rinascita”.

Questo grande fermento si scontra con una realtà che, pur avendo una chiara matrice interculturale, continua a pensarsi e a raccontarsi attraverso lo stereotipo della monocultura, rifiutando la novità dell’innesto.
“Usare queste nuove esperienze letterarie come luoghi di possibile impollinazione reciproca – conclude Touadi – è essenziale per poter compiere un decentramento narrativo e guardare l’Europa con occhi nuovi. La letteratura della migrazione chiede al lettore occidentale l’umiltà dell’ascolto sulla base di un capovolgimento dialogico che consente una proficua compenetrazione tra alterità”.

Cogliere l’altro attraverso le sue parole, i racconti e ascoltare ciò che vuole dire di sé diventa un esercizio di ossigenazione culturale capace di generare apertura, accoglimento, reciprocità.
In altre parole: uno scambio alla pari nel rispetto della differenza.
Perché, per dirla con Sartre, “ ... anche noi, gente d’Europa, ci si decolonizza: ciò vuol dire che si estirpa, con un’operazione sanguinosa, il colono che è in ciascuno di noi. Guardiamoci, se ne abbiamo il coraggio, e vediamo quel che avviene di noi. Occorre affrontare intanto questo spettacolo inaspettato: lo streaptease del nostro umanesimo” (J.P.Sartre, Prefazione a Les damnés de la terre di Frantz Fanon , 1961).



Federica Araco
05/02/2012





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