Vedere nel buio

Vedere nel buio
©Evgen Bav?ar / Courtesy Esther Woerdehoff 2011
Sono una cinquantina le opere di Evgen Bavčar esposte al museo di Roma in Trastevere nella mostra “Il buio è uno spazio”, in programma fino al 25 marzo. Tra queste, ci sono alcuni celebri scatti in bianco e nero e, in anteprima italiana, qualche lavoro a colori. “L’uomo con il martello vede chiodi ovunque. Io sono un artista che cerca di vedere ovunque delle immagini anche se queste gli sono proibite”. Così l’autore parla del suo limite fisico, la cecità, che nel tempo è diventato uno strumento essenziale per comporre e realizzare opere di grande impatto estetico e poetico.
“Io non tocco gli oggetti ma li guardo da vicino. Offro alla vista la trascendenza delle immagini che esprimono lo sguardo spirituale del mio terzo occhio”, spiega l’artista, che nel processo creativo coinvolge tutti i sensi per poter indagare la realtà che lo circonda e svelarne i misteri. Le sue opere sono “visioni dell’anima” attinte dal “presepe dei ricordi” delle esperienze vissute nell’infanzia, in Slovenia, prima dei gravi incidenti che gli costarono la vista all’età di dodici anni. Al suo paese sono dedicati molti scatti che raffigurano prati fioriti, sentieri incorniciati da alberi frondosi, paesaggi rupestri incontaminati. Tutti rigorosamente notturni. “Vivo il buio come uno spazio – spiega Bavčar – e in esso creo l’utopia”. Oniriche e visionarie, queste fotografie emergono dal contrasto tra luce e buio, binomio che caratterizza tutto il suo linguaggio artistico. Nella serie di scatti intitolata “Carezza di luce” i corpi in posa sono ridisegnati da linee luminose che sembrano modellarne le sagome giocando con i chiaroscuri delle curve e degli spazi. Le mani dell’autore sfiorano, sentono, leggono la realtà attraverso il tatto, e con la sensibilità del tocco indagano le forme per restituirle in immagini scolpite nella luce.

La serie “Nel fluire del tempo” coglie attimi in dissolvenza, istanti infiniti trascinati nel dileguare dell’esistenza che Bavčar percepisce e immortala, per poi lasciarli andare nell’eterno scorrere.

Vedere nel buio
©Evgen Bav?ar / Courtesy Esther Woerdehoff 2011


Tra le fotografie dedicate all’infanzia, c’è il celebre scatto che ritrae la nipotina Veronica che corre in un prato con le braccia aperte, come a spiccare il volo, e i piedini scalzi sfiorati dalla lunga veste bianca. In quella occasione, la bambina, correndo, portava con sé un campanellino per consentire all’artista di orientarsi nello spazio e comporre l’inquadratura. “Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e in relazione alla mia esperienza della luce”, racconta Bavčar che si definisce un “iconofilo ostaggio di luce e buio”.

Le immagini sono come sospese, rarefatte, impalpabili, ma al contempo tridimensionali, dense, di un’intensità misteriosa ed emozionante che rimanda a paesaggi interiori. “Il buio è uno spazio quando vedere diventa guardare e si riempie di segni e significati (…), quando i quattro sensi ancora abili arricchiscono una realtà tanto immaginaria quanto ricreata dai ricordi”.

Il linguaggio artistico di Bavčar è intriso di contenuti filosofici, e la sua filosofia è visionaria e poetica. Questi due mondi sconfinano l’uno nell’altro, si completano, dando vita a un universo creativo innovativo e personalissimo che permette all’autore di spingersi al di là del visibile, verso uno spazio ancestrale, inconscio.

Il terzo occhio permette a Bavčar di contemplare lo spazio onirico e realizzare il concetto di unità nella scissione, di matrice hegeliana. Da Shelling l’autore riprende l’idea che tutti, compreso dio, provengono dal buio della trascendenza, da Nietszche il concetto di oblio estetico mentre con Kant condivide l’idea che l’occhio è l’organo che mette maggiore distanza tra soggetto e oggetto.

Vedere nel buio
©Evgen Bav?ar / Courtesy Esther Woerdehoff 2011


Laureato in filosofia alla Sorbona nel 1976, ricercatore, scrittore, storico e poeta, Evgen Bavčar tiene seminari di estetica in tutto il mondo.
È una ricerca continua, la sua, nutrita di un’interdisciplinarità poliedrica e ricca, che non cede mai alla superficialità né all’approssimazione.
Un anelito al contempo romantico ed empirico, sospeso in quello spazio vuoto e densissimo che separa la luce dal buio, il visibile dall’invisibile.


Federica Araco
23 febbraio 2012

Il buio è uno spazio , a cura di Enrica Viganò.
Museo di Roma in Trastevere, Piazza Sant’Egidio, 18. Tel. 060608
www.museodiromaintrastevere.it
Martedì-domenica, dalle ore 10,00 alle ore 20,00, costo del biglietto 6,50 euro, ridotto 5,50 euro.

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